Prima durante e dopo la scomparsa della sinistra

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Prima della scomparsa della sinistra.

 

Nei primi anni sessanta arrivarono gli immigrati nel paese vicino a Firenze dove sono nato. Erano i siciliani da qualunque regione del meridione arrivassero. Avevano i loro bar, le loro piazze, la loro lingua. Li incontravo solo in classe e anche lì apparivano un po’ alieni: avevano quasi tutti quei quaderni neri che forniva il patronato scolastico alle famiglie bisognose. Ricordo che pensavo li dessero a quelli che andavano male a scuola, una specie di stigma. Poi al liceo un compagno disse al prof di filosofia che difendeva gli immigrati, Come fa a negare che sono delinquenti, Sollicciano (il carcere di Firenze) al 70 per cento è pieno di loro. Era vero peraltro. Non c’erano i cartelli Non si affitta ai meridionali, però ci si andava vicino.
Credo che in un certo senso li abbia salvati il PCI.
La mia famiglia era piena di comunisti. Gli zii lavorano in fabbrica e poi andavano la sera alle riunione di partito. Magari s’addormentavano ogni tanto ma non mancavano mai. Il partito era un luogo di pedagogia generale. Dava una chiave di lettura per tutto, un paradigma di classe con cui potevi interpretare tutto. L’arte, la famiglia, i rapporti fra i sessi, la natura. E tutto sarebbe stato risolto dalla rivoluzione – o comunque dalla vittoria del partito, del progresso, del socialismo.
Io non li sopportavo. Vivevo quella specie di individualismo comunitario del 68 e mi sembravano davvero una chiesa, un esercito di bigotti, sempre fedeli alla linea e al segretario. Però il marxismo nel Novecento ha creato una identità, la classe come soggettività politica, non solo come dato sociologico: materiale e immaginario del movimento operaio, un codice simbolico per pensare se stessi e dunque esistere politicamente. Ordine narrativo oggi perduto: grammatica esplosa, sintassi sfilacciata, storia finita.
Negli ultimi anni, mio zio mi chiese se volevo la sua collezione del Calendario del popolo. Non sapevo nemmeno che cosa fosse. Aggiunse, Tanto di quello che c’è scritto dentro non si è realizzato nulla. Tutto finito. Lì, nel fallimento, forse ci si ritrovava. Almeno sentimentalmente.
Comunque gli immigrati per loro non erano il nemico. Il nemico era il capitale. La colpa, l’ingiustizia del capitalismo. Esisteva un orizzonte di liberazione comune, e i nuovi lavoratori arrivati dal sud erano alleati nel conflitto di classe. Diversi ma compagni. Il sole dell’avvenire non era un banale sogno, il capitale non era evanescente, fluido, dislocato ovunque nel mondo. Irraggiungibile. Si possedeva un paradigma di lettura della storia e una organizzazione. Si poteva vincere, quindi si combatteva.
Poi la lotta di classe l’hanno vinta i padroni. E sono diventati un dato naturale quanto inafferrabile della globalizzazione, sottratti al conflitto politico; finanzcapitalismo che si può maledire ma non mettere seriamente in discussione.

 

Durante la scomparsa della sinistra.

 

 

Cambiate le fabbriche, cambiato il lavoro, cambiato il capitale. Esplose, quasi polverizzate le soggettività politiche. Non si è vista la moltitudine di Toni Negri, antagonista, autonoma, capace di emanciparsi dal comando del lavoro salariato. È stato il senso di abbandono, il proliferare delle solitudini globali. Impoverite, impaurite, competitive. L’affermarsi sulla scena dei piccoli uomini feroci di Pirandello, in un ritorno all’antica società patrimoniale di Balzac e Austen.
E tuttavia nel decennio 2001-2011 qualcosa di nuovo la sinistra in Italia l’ha vissuto. Perfino di travolgente.
Da Genova al referendum sull’acqua, alle “primavere arancioni” di alcuni grandi comuni, un movimento, giovane finalmente, sembrava aver capito molto delle trasformazioni in atto nel mondo. E praticava forme della politica che alla individualizzazione delle soggettività offrivano spazio. Non si chiedevano tessere o appartenenze a strutture piramidali o la militanza come sacrificio di sé in vista di una felicità da raggiungere nel futuro, dall’alto, una volta preso il potere. Si costruivano relazioni intense e le città si coloravano delle bandiere arcobaleno, un modo per lasciare il proprio segno nel tessuto discorsivo dello spazio pubblico. La tua casa, la tua finestra, un messaggio politico.
E poi c’era dappertutto il movimento delle donne. Tutto un altro paradigma del politico, il passaggio collettivo, festoso e vitale, a un livello più profondo, alle radici delle identità e delle relazioni. Un pensiero e una pratica che tuttora sopravvivono ai disastri, probabilmente perché stanno su un terreno diverso da quello delle scadenze elettorali e delle sigle di partito. Quello della politica prima, come l’ha chiamata Luisa Muraro.
Nel 2012 l’elaborazione di Alba mi sembra che avesse capito molto di queste problematiche, richiamando l’urgenza di costruire una politica e una sinistra all’altezza delle trasformazioni della sfera del politico. Che avesse cura delle relazioni umane e della democrazia. Poi il misurarsi con le scadenze elettorali ha prodotto il disastro. Che si è ripetuto in occasione del “Brancaccio”: grande generosità e impegno di molte e molti, intuizioni importanti e spirito costituzionale che entrava in sintonia con una parte non minoritaria del paese – e però l’illusione di poter coinvolgere in un percorso non tradizionale le diverse sigle di partito ha portato di nuovo al fallimento. Il loro schema restava quello del mettere ognuno un po’ dei suoi contenuti nel programma e un po’ dei suoi nomi nelle liste. Su un piede di parità, ma tutte sigle accanto a sigle. E nessuno alla fine ha avuto più il coraggio di andare avanti, se non nella forma, anch’essa un po’ tradizionale, di Potere al popolo. Un vecchio modo di fare l’unità della sinistra, come somma di ceti dirigenti, e un vecchio modo di contestarla in nome della radicalità che rifiuta mediazioni e compromessi.

 

Dopo la scomparsa della sinistra.

 

Adesso il disastro sembra completo. La tempesta perfetta. La quiete, i cimiteri del Mediterraneo.
Dalla sconfitta del movimento operaio si è generato un vuoto di identità e di prospettive. Zero sole dell’avvenire, nessuna ipotesi credibile di liberazione per il mondo del lavoro. Né del lavoro, né dal lavoro. La vita dei giovani è segnata dalla precarietà assoluta. L’obiettivo è arrivare a mettere insieme qualche frammento di reddito con qualche frammento di lavoro. Lo spettro essere condannati al divano o all’aiuto della mamma. Altro che gli sdraiati di Michele Serra. Le discussioni sul capitalismo sono sui massimi sistemi, qui è difficile rimettere insieme se stessi, sapere chi si è, trovare il proprio posto nel mondo. Ma nel vuoto di sé non si vive, qualcuno o qualcosa lo riempie sempre. Nella rabbia dell’abbandono cresce il nazionalismo miserabile del “prima gli italiani”. Alla fine, se non posso vincere contro il potere economico e finanziario che mi massacra, almeno liberatemi dai nuovi ultimi che competono con me per le briciole delle risorse disponibili e occupano periferie dove non c’è niente per nessuno. Qui forse possiamo vincere. Essere qualcuno, trovare uno straccio di identità, per quanto fasulla. E le zone ex industriali ed ex operaie diventano i centri della rabbia e del rancore che premiano la peggiore destra e fanno avanzare il fascino del disumano.
Adesso Trump per vincere le elezioni pratica il massimo della volgarità e del razzismo. Lo stesso fa Salvini. Non sono scatti di incontrollata rabbia. Sono lucidi calcoli elettorali: la gente può dire E’ uno di noi. È ignorante volgare e arrogante perché fa parte del popolo non delle élite. E poi parla dei suoi bambini, della famiglia, sale sul palco con il rosario e invoca la madonna. Costruisce muri, chiude i mari. Ci ama e ci difende dal male.
Che fare dunque?
La sinistra è sempre stata legata a un tratto illuminista, intellettuale e pedagogico. Anche giustamente. Analisi articolate della complessità, del grande sistema globalizzato di sfruttamento e spoliazione dei sud del mondo. Ma nell’epoca della post-verità, dove ognuno può dire quello che vuole e uno vale uno anche nel campo della conoscenza, temo non funzioni gran che. Il conflitto fra scienza e religione è finalmente superato nel senso che non si crede più né alle affermazioni della scienza né alle verità religiose. Chissà che cosa ci raccontano, quali interessi nascondono; e la chiesa pensi piuttosto a tutte le sue ricchezze.
E però la sinistra non può stare sullo stesso terreno di rabbia e rancore di Salvini o Trump. Come minimo dovrebbe deviarlo. Ha scritto Christian Raimo, ritornare all’odio di classe. Connotare lo scontro fra basso e alto non solo nella forma della società civile contro la casta, dei politici e dei “buonisti”. In alto c’è il grande capitale, la finanza, i mercati. Il guaio è contro quella ricchezza ci si sente drammaticamente impotenti. Chiusi in un atomo opaco del male. Come dice Theo, il figlio del chirurgo di Sabato di Ian McEwan, adesso solo pensieri su scala ridotta. E nello spazio ravvicinato è più facile prendersela con il migrante che con il capitale.
Alla fine la forza di questo populismo credo sia anche nello spingere alla rassegnazione, nel togliere la parola. Come si fa a rispondere a chi usa certi argomenti e certi linguaggi. Il desiderio è di sottrarsi, uscire di scena. E invece tocca esserci. Secondo me su tre piani politici e culturali.

1. L’ostilità all’immigrazione ha una base materiale oltre che immaginaria. È nella crisi dello stato sociale, nella penuria di risorse che il neoliberismo ha imposto agli stati e alla spesa sociale. Come ha detto al manifesto Luciano Canfora con lo stile un po’ bizzarro che lo contraddistingue, occorre ritornare a una “banale” proposta socialdemocratica. Quella banalità oggi è quasi rivoluzionaria. Redistribuzione del reddito, investimenti pubblici, contrasto alle disuguaglianze, conversione ecologica. Non che sia semplice darle credibilità in Italia, però in Europa non c’è solo la sinistra disastrosa italiana. Qualcosa altrove vive. In ogni caso non si possono proporre accoglienza e risorse per i poveri che arrivano se non si migliorano le condizioni di vita di tutte e tutti. Nella miseria vince la paura.

2. Nella devastazione culturale in cui viviamo, con il linguaggio stesso regredito a livelli inimmaginabili, c’è davvero un “lavoro pedagogico” da fare. La difesa dei valori dell’umano contro il disumano. Tuttavia sarebbe inutile se tutto venisse vissuto solo come predica o richiamo morale. Nemmeno funziona ricordare le colpe dell’occidente privilegiato e sfruttatore. I nostri “razzisti” appartengono più agli sfruttati che ai dominatori del pianeta.
È difficilissimo, e attiene sempre a una dimensione intima, quasi “spirituale”, però credo che un sentimento diverso possa nascere proprio da noi stessi (e deve trattarsi proprio di sentimenti). Da quello che ci spaventa e ci fa imbestialire. Dalla paura, dal bisogno di cura, di riconoscimento, di accoglienza. Cioè dal sentire che l’altro siamo noi. Siamo tutte e tutti alla periferia di qualcosa, fragili, persi in qualche mare. E non esiste una terra nostra, di cui siamo proprietari. Veniamo alla vita da stranieri, estranei a tutto, e sono il corpo e le parole di una donna che ci mettono nel mondo. È una relazione umana che ci fa umani. Non c’è altra salvezza possibile. Come direbbe Leopardi, orfani di dio possiamo essere fratelli.

3. Molto dell’odio che cresce nasce dalla solitudine, dal senso di abbandono. Da un impoverimento che è materiale e simbolico.
La politica dovremmo proporla e viverla come ricostruzione di socialità, di relazioni, di mutualismo. E non solo sul terreno dei bisogni. Esiste un desiderio di comunità politica, di luoghi comuni in cui ritrovare una dimensione collettiva, in cui poter portare tutta intera la propria vita, la propria storia. Raccontare, raccontarsi, ascoltare. Condividere un’esistenza politica. Lo si vede bene fra i giovani: quando si muovono, insieme all’angoscia del futuro assente è sempre la festa dell’incontrarsi, del conoscersi.
La sinistra non può vivere se è morto lo spazio della polis, se non vive la democrazia – fuori dalle apparizioni al Papeete nei media e dal voto ogni cinque anni al miglior venditore di se stesso. C’è un tessuto diffuso di relazioni “calde” che può essere ricostruito. Sullo stesso terreno emotivo della rabbia e del rancore, ma come comunità di contatto e condivisione. La comunità che viene degli smarriti, dei naufraghi nativi, dei personaggi in cerca d’autore – che possono anche stare da soli sulla scena.
Chiaro che la sinistra attuale dovrebbe forse praticare la propria eutanasia per fare spazio a qualcosa che sia all’altezza.
Chiaro anche che non è facile accada.
E però secondo me bisogna continuare a provare.

 

 

About Andrea Bagni

Docente di italiano e storia all'istituto Gramsci-Keynes di Prato. Vicedirettore della rivista "Ecole". Tra i fondatori di "Alba" e de "L'Altra Europa" ha partecipato da protagonista a numerosissime iniziative politico-culturali.

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