Il partito che non c’è e il percorso per arrivarci

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1.

Tomaso Montanari nel commentare i risultati delle recenti elezioni europee ha intitolato il suo intervento “Il partito necessario che non c’è”.

È sicuramente un’esigenza che condividiamo in molti, dopo che è stato completamente dissolto il patrimonio politico e culturale, oltre che organizzativo, della storica sinistra italiana. Quella storia gloriosa, ma anche drammatica e tragica, infatti, è stata chiusa negli anni ’90, senza che nessuno tentasse un bilancio critico: le ragioni sono tante e tra tutte forse quella meno ignobile è che quel compito sarebbe stato troppo impegnativo per i gruppi dirigenti che ereditarono la direzione della sinistra e che progressivamente l’hanno portata alla dissoluzione.

Servirebbe dunque un partito di sinistra che espliciti la voglia di “rovesciare il mondo dalle fondamenta… in nome di libertà, eguaglianza e fraternità”, che “riattivi un conflitto sociale ricchi e poveri”, che “lotti per poche cose: ambiente, patrimoniale, diritto alla salute, al lavoro, all’istruzione”, come ha scritto Montanari.

Ma se questo è necessariamente l’obiettivo per il quale lavorare, che cosa possiamo e dobbiamo fare fin da ora?

Noi che vogliamo la luna dobbiamo innanzi tutto avere i piedi ben piantati in terra e provare a costruire un rapporto col territorio sociale che abitiamo: per questo abbiamo bisogno di fare un’inchiesta partecipata con quelle persone – e sono tante nei territori – che pensano e vivono come persone di sinistra, ma che non hanno un’organizzazione politica di riferimento e che in molti casi non vanno neanche più a votare.

Non si tratta, quindi, di cercare di parlare a queste persone con programmi e proclami (o peggio ancora con richieste di voto), ma soprattutto di andarle a cercare per poterle ascoltare, conoscere i conflitti e le contraddizioni che vivono e, se possibile, aiutarle a organizzarsi per realizzare i loro bisogni.

In questa ricerca è facile scoprire che esistono già gruppi più o meno strutturati ed esperienze attive e vivaci che si organizzano e lottano su specifiche esigenze e contraddizioni; oppure che provano a risolvere da sé i problemi comuni.

Ciò che manca non è, dunque, una lista di autoproclamati rappresentanti, ma una possibilità di confronto tra situazioni differenti, tra gruppi diversi per età, per esperienza di lavoro o di non lavoro, per formazione culturale ed esperienze di vita: mancano spazi fisici e culturali di confronto concreto all’interno di quel “popolo di sinistra” disperso e frammentato dall’egemonia liberista.

È un compito tutt’altro che facile, che richiede un’alta “professionalità” politica, intesa non nel senso di “dare la linea”, come si diceva in un tempo lontano, quanto piuttosto nel rispecchiare idee e sentimenti che ci sono già e saperli mettere in relazione e a confronto tra loro.

È facile capire che questo modo di intendere la politica si raccorda (o meglio tenta di farlo) con le esperienze storiche del movimento operaio di un tempo anche lontano, riattualizzandole e rivitalizzandole; ed è, com’è evidente, una pratica politica assente nel nostro Paese da tantissimo tempo.

2.

Se si guarda ad altre esperienze europee, spesso esaltate acriticamente, si può notare che questo modo di concepire la politica è alla base dell’iniziale successo di proposte nuove a sinistra, come Syriza in Grecia e Podemos in Spagna.

Eppure è evidente, in entrambi i casi, che questa iniziale base di partenza positiva si è progressivamente appannata e sono emerse difficoltà rilevanti sulla strada della costruzione di un’organizzazione di sinistra.

I due casi hanno avuto inizi simili, ma sviluppi naturalmente diversi. Entrambe le organizzazioni – Syriza e Podemos – hanno costruito inizialmente la loro organizzazione su un’ampia azione sociale e sono andate rapidamente a presentarsi sul terreno elettorale, riscuotendo un notevole successo in poco tempo.

In Grecia questa rapidissima ascesa ha portato addirittura al governo del Paese in un contesto molto difficile di scontro con la Commissione europea e la sua dura politica economica di austerità, con le conseguenze che tutti conosciamo. In Spagna Podemos ha cercato di (e forse anche dovuto) entrare nel gioco parlamentare, scontando notevoli difficoltà tattiche, che hanno evidenziato e in parte generato conflitti interni.

Con le recenti elezioni europee, però, si delinea un chiaro (forse temporaneo) ridimensionamento di queste due nuove organizzazioni della sinistra europea.

È importante capire che cosa è mancato, in che cosa si è sbagliato, perché le loro difficoltà sarebbero probabilmente le stesse che potrebbe incontrare una nuova organizzazione della sinistra anche in Italia.

Naturalmente per rispondere a queste domande serve un’analisi approfondita delle due esperienze e, a maggior ragione, un confronto diretto con i compagni greci e spagnoli.

Una prima ipotesi sulla quale lavorare, non fosse altro per poterla rigettare, è che sia mancata, in entrambe le proposte politiche, la capacità di saldare il radicamento sociale con una visione di prospettiva che associasse la critica al capitalismo attuale con primi elementi di un modello sociale ed economico democratico alternativo.

È facile constatare come attualmente negli Stati Uniti si sia riaperto un dibattito politico e culturale, soprattutto all’interno delle nuove generazioni, sul socialismo: Bernie Sanders e Alexandra Ocasio Cortez – per citare due tra i più noti esponenti della sinistra democratica – parlano esplicitamente di obiettivi socialisti da raggiungere. E in generale nel dibattito politico e culturale americano avanzano proposte significative di reinterpretazione del processo di transizione dalla crisi capitalistica alla costruzione di una società che muova verso un socialismo riformulato sulla presa d’atto dei noti ed evidenti fallimenti storici.

In Europa, invece, forse proprio a causa di quel mancato bilancio critico di cui si diceva all’inizio, vige un inquietante silenzio che dà legittimità alle scelte opportuniste (o comunque liquidatorie) dei gruppi dirigenti che hanno dissolto il patrimonio politico e culturale della sinistra storica.

Quindi, pur con tutte le cautele del caso e scontando la modestia delle risorse alle quali si può attingere nel momento attuale, per iniziare a percorrere la strada difficile e probabilmente non breve della costruzione di quel partito necessario che (ancora) non c’è, occorrerà affrontare anche il nodo della elaborazione di una prospettiva democratica e socialista, alternativa alla situazione presente, incominciando almeno ad attingere da quanto emerge dal dibattito americano.

About Riccardo Barbero

Riccardo Barbero ha militato in diverse organizzazioni politiche e sindacali della sinistra. Attualmente pensionato anche dal punto di vista politico. Collabora con i siti workingclass.it e volerelaluna.it

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