Il decreto Salvini e il diritto penale del nemico

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Il decreto sicurezza è stato convertito in legge. Il Parlamento ha approvato le misure elaborate dal Ministro degli interni, considerate urgenti e necessarie a risolvere questioni considerate critiche, in particolare in materia di migrazioni. Ma perché l’approccio ai problemi sociali, ormai da molti anni, è improntato alla repressione, piuttosto che alla definizione di misure efficaci che incidano sulle cause?

Il modello sottostante al decreto legge 113 del 4 ottobre 2018 è espressione di una tendenza in corso da tempo, non solo in Italia, coerente con il pensiero dominante.

La vittoria del modello occidentale sancita dalla caduta del muro di Berlino e dalla dissoluzione dell’URSS generano durante gli anni Novanta un entusiasmo sfrenato e una fiducia quasi dogmatica nei principi dell’economia neoliberista e nel paradigma del neoliberalismo, che va oltre la scienza economica e si applica anche agli altri campi del sapere. Il fallimento del sistema sovietico, del socialismo, dell’economia pianificata, causano un’ondata che travolge non solo i Paesi fuoriusciti dal blocco comunista, ma anche tutti gli Stati occidentali, che vedono un incremento delle privatizzazioni nei servizi pubblici, la dismissione di parti consistenti del patrimonio statale e in generale il ritiro dello Stato dall’intervento in ambito economico, per lasciare spazio al libero mercato.

I poteri pubblici rinunciano al controllo di una parte consistente della relazioni umane, cedono parte della sovranità al mercato, la affidano alle sue regole fluide e morbide, slegate dal rigido procedimento che caratterizza la produzione del diritto statale. La privatizzazione coinvolge una vasta gamma di servizi, gli Stati cedono la loro gestione a imprese private, anche con il fine di ridurre la spesa pubblica, che ha in alcuni casi raggiunto cifre eccessive, generando problemi di bilancio. Il taglio alla spesa comporta inoltre una decisiva riforma delle politiche di welfare: si assiste a una costante riduzione dei servizi, i soggetti privati non sono infatti in grado, né hanno la volontà, di intervenire in tutti quegli ambiti dove agiva lo Stato sociale, e laddove il privato ha sostituito il pubblico si verifica frequentemente un aumento del costo per gli utenti.

Molte forme di assistenza, supporto e sostegno necessarie a migliorare le situazioni sociali critiche vengono perciò eliminate, secondo il principio neoliberista della responsabilità individuale, che afferma la necessità per ogni individuo di costruire un’esistenza decorosa e soddisfacente con i propri sforzi, senza che lo Stato intervenga, fornendo sussidi e agevolazioni che mantengano chi ne è beneficiario in una condizione di pigrizia, che non permette un reale sviluppo e non stimola ad impegnarsi per migliorare la propria condizione. Il modello del self-made man diventa dominante, la povertà non è più un problema collettivo, ma una colpa individuale, lo Stato non deve intervenire con politiche di sostegno ma deve responsabilizzare, il welfare si riduce e viene sostituito dalla logica del mercato, che richiede l’inserimento di grandi masse nel circuito del lavoro flessibile e precario. La società viene invasa dal nuovo modello di pensiero e di relazioni, ognuno deve impegnarsi per riuscire a entrare nello schema dominante, e chi non è in grado o non ha interesse a farlo ne paga le conseguenze.

In questo quadro il potere pubblico cerca di riacquisire parte della sovranità perduta attraverso l’intervento in un diverso settore: quello della sicurezza e della penalità. L’intensificarsi dell’azione statale in questo campo risponde inoltre alle esigenze del sistema di pensiero neoliberale, che richiede l’esclusione di coloro che stanno ai margini e la repressione di chi manifesta pensiero critico, entrambe categorie che non risultano funzionali alla produzione e al consumo.

I processi di penalizzazione, criminalizzazione, incarcerazione, sono strumenti utili al controllo e all’arginamento del disagio sociale e del dissenso, identificabili come espressioni, volontarie o meno, di contestazione verso lo staus quo.

Lo Stato, esautorato del suo potere in ambito economico, sia dal basso, attraverso la sempre maggiore autonomia privata, sia dall’alto, tramite le regole dettate da organismi sovranazionali come l’Unione Europea, cerca disperatamente di riaffermare la sua identità, che viene individuata nel paradigma neoliberale, del quale di conseguenza si tende a perseguire l’interesse.

La crisi dello Stato porta inoltre a ricercare l’identità nei confini nazionali, a sentire il bisogno di circoscrivere lo spazio, creare un fuori e un dentro, all’interno del quale il potere ha la potestà di escludere o includere, a seconda di criteri basati sulla nazionalità. La politica migratoria, al pari della politica penale, alla quale peraltro si lega intimamente, tramite associazioni di idee appositamente costruite, assume il ruolo di principale oggetto dell’intervento pubblico e della propaganda politica, e i migranti, posti al margine più estremo della società, subiscono in maniera più intensa il processo di esclusione e penalizzazione, anche attraverso forme detentive non penali, la cui compatibilità con i principi costituzionali appare quantomeno dubbia.

Il diritto penale, nella sua nuova dimensione e funzione, assume sempre più i caratteri di “diritto penale del nemico”, utilizzato come strumento volto a creare e accentuare la differenza tra criminale e onesto cittadino, qualificando il primo come soggetto da neutralizzare e rendere innocuo, altro rispetto al resto della comunità, un diverso, la cui azione ha reso definitivamente incompatibile con la società e che per questo ne deve essere allontanato.

Il fine rieducativo della pena non viene preso in considerazione, il carcere diventa luogo di incremento del disagio e della marginalizzazione, il contenuto dell’articolo 27 della Costituzione viene completamente ignorato.

In questo quadro appare più che mai necessario ritrovare vie alternative che diano risposte organiche alle problematiche esistenti all’interno della società, in un’ottica includente, che contrasti l’atteggiamento di chiusura che caratterizza questo periodo storico.

Simone Berretta

Simone Berretta è laureato in giurisprudenza presso l’Università di Torino

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