Belle parole e salari da fame: il caso H&M

Qualche giorno fa la Campagna Abiti Puliti ha lanciato il nuovo rapporto di inchiesta sulle condizioni di lavoro delle donne che confezionano abiti per l’azienda svedese di abbigliamento H&M in alcune fabbriche cosiddette “gold” e “platinum” in India, Turchia, Cambogia e Bulgaria. Nel 2013 il colosso della fast fashion mondiale aveva preso pubblicamente l’impegno nei confronti degli 850mila lavoratori dei suoi fornitori strategici di garantire un salario equo entro il 2018.

Con un fatturato di 25,5 miliardi di euro nel 2017, 4.800 punti di vendita nel mondo e profitti dichiarati pari a 2,2 miliardi di euro, il noto gruppo è senza dubbio nelle condizioni di garantire agli artefici di tanta ricchezza, condizioni di lavoro minime dignitose. Invece quello che emerge dalle testimonianze raccolte nelle fabbriche racconta un’altra storia, fatta di povertà, ritmi sfiancanti, svenimenti, paura di organizzarsi e rivendicare i propri diritti. I lavoratori intervistati guadagnano in India e Turchia un terzo e in Cambogia meno della metà della soglia stimata di salario dignitoso. In Bulgaria, lo stipendio dei lavoratori intervistati non arriva nemmeno al 10 per cento di quello che necessiterebbero per avere vite dignitose. Siamo davvero distanti anni luce dalle altisonanti promesse che hanno fatto guadagnare al gruppo una posizione di primo piano nell’olimpo della sostenibilità costellato, a quanto pare, più da buone intenzioni che da fatti misurabili (link al rapporto della Campagna Abiti Puliti)

Il rilievo dato all’inchiesta da molti media in tutto il mondo ha provocato una reazione immediata del gruppo, il quale si è premurato di rilanciare la sua “strategia per il salario equo e dignitoso” che avrebbe raggiunto quasi un milione di lavoratori, con quale risultato concreto è dato capirlo. Ancora una volta numeri e impegni roboanti che tuttavia non spostano di un millimetro la denuncia degli attivisti e difensori dei diritti umani, nutrita dai fatti saldamente ancorati alle vite in carne e ossa delle operaie che hanno deciso di testimoniare.

La replica di H&M (pubblicata, per esempio, da La Repubblica) al rapporto lanciato dalla Clean Clothes Campaign mostra tutto l’imbarazzo dell’azienda di fronte all’ennesima denuncia di violazioni nella sua catena di fornitura, nonostante il gruppo sia più attivo sul tema della sostenibilità e della trasparenza in confronto, per esempio, ai marchi del lusso.

Proviamo a rispondere punto su punto per fare chiarezza e per riportare il dibatto sui fatti concreti.

In primo luogo – sostiene H&M – non esiste un livello universalmente accettato per i salari di sussistenza. È un’argomentazione particolarmente debole: qualsiasi livello salariale di sussistenza si decida di considerare, è evidente che né i salari minimi legali, né gli attuali salari reali garantiti da H&M si avvicinano a nessuno di quei livelli. Nelle sei fabbriche analizzate nel rapporto i lavoratori producono abiti per H&M per paghe da fame: a quale livello fanno riferimento quelle fabbriche? Nel 2013 H&M aveva preso l’impegno di garantire il pagamento di un salario dignitoso agli 850.000 lavoratori delle sue fabbriche strategiche entro il 2018. Questo obiettivo è sparito dalla sua comunicazione ed è stato sostituito da una generica “strategia di salario equo e solidale” che cancella dal discorso l’effettivo pagamento di salari dignitosi nelle buste paga dei lavoratori, sia Asia che in Europa.

In secondo luogo – sempre secondo l’azienda svedese – i livelli salariali dovrebbero essere definiti e fissati dalle parti nel mercato del lavoro, attraverso negoziati equi tra datori di lavoro e rappresentanti dei lavoratori, non da marchi occidentali. In realtà l’azienda sa bene che i marchi occidentali giocano un ruolo fondamentale nei negoziati tra datori di lavoro locali e lavoratori. Un aspetto è ad esempio legato al prezzo che pagano per gli abiti che commissionano: H&M potrebbe tranquillamente utilizzare parte dei suoi profitti miliardari per aumentare quel prezzo e garantire un maggior costo del lavoro. In secondo luogo potrebbe impegnarsi per garantire a quei lavoratori la libertà di associazione, spesso limitata nelle fabbriche in cui si rifornisce, per agevolare un negoziato costruttivo e trasparente tra le parti. Insieme ai sindacati, lavoriamo da sempre per dare priorità al tema del salario dignitoso quale diritto umano fondamentale e per sostenere gli sforzi dei sindacati liberamente scelti dai lavoratori a contrattare nelle fabbriche. Questo è il vero indicatore per verificare le dichiarazioni di principio a “rafforzare la voce dei lavoratori” e la loro capacità negoziale. Siamo contenti che l’azienda “stia creando le basi”, “miri a sistemi di contrattazione collettiva”, “si senta fiduciosa di essere sulla strada giusta”: ma i lavoratori non mangiano buone intenzioni. I processi non pagano le ciotole di riso, non coprono le spese mediche, non garantiscono un tetto sulla testa: per quello servono salari dignitosi realmente percepiti nelle buste paga.

Infine la firma del loro Sustainability Commitment da parte dei fornitori è l’ennesima prova, qualora ce ne fosse ancora bisogno, che la semplice firma di un codice di condotta e gli audit commerciali interni ed esterni non bastano per rivelare le vere condizioni di lavoro nelle fabbriche: sono anni che indichiamo ad H&M, così come a tutti gli altri marchi, quali sono le informazioni che devono rendere pubbliche per garantire trasparenza nella loro filiera di produzione. In realtà l’azienda si è premurata di cancellare dal suo sito internet l’impegno che aveva preso nel 2013, sostituendolo con nuovo discorso che rimpiazza l’obiettivo con il metodo. Un’ottima operazione di greenwashing, per farci dimenticare il punto di partenza: il diritto umano fondamentale dei lavoratori a percepire un salario dignitoso, subito.

Ora H&M ha tutto lo spazio per rispondere in dettaglio alle criticità sollevate dal nostro rapporto, l’unico terreno su cui può misurarsi la bontà del suo impegno a “creare un cambiamento sistemico nel settore tessile”. Che dite, lo farà?

Nel frattempo gli attivisti per i diritti umani continuano la mobilitazione per dare voce ai lavoratori più vulnerabili della filiera. Oltre 120.000 persone hanno già firmato la petizione (che può essere sottoscritta qui) per chiedere al gruppo di mantenere gli impegni assunti nel 2013. Ad H&M manca solo una cosa: la volontà politica di farlo.

Gli autori

Deborah Lucchetti

Deborah Lucchetti, ex-operaia metalmeccanica e sindacalista, si occupa di lavoro, diritti umani, globalizzazione e economie solidali. È coordinatrice della Campagna Abiti Puliti (www.abitipuliti.org) sezione italiana della Clean Clothes Campaign, coalizione internazionale che da 20 anni promuove i diritti del lavoro nell’industria tessile globale.

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