Siamo tutti “stranieri residenti”: per una critica del sovranismo

Volerelaluna.it

04/07/2018 di:

Ha vinto il sovranismo: quello populista, che pretende di farsi portavoce di un popolo politicamente omogeneo, e quello nazionalfascista, che inneggia alla nazione etnicamente pura. L’uno ha favorito e promosso l’altro. In un Paese come l’Italia, che nel suo più recente passato vanta il regime mussoliniano, è necessaria cautela prima di parlare di «fascismo», ma altrettanta fermezza occorre per riconoscerlo e denunciarlo. Con la sua antipolitica – né di destra né di sinistra! – il Movimento 5Stelle ha aperto le porte al fascismo mimetizzato della Lega. Il verde federalista è diventato oscuramente blu, il vecchio federalismo ha lasciato il posto al progetto di un vero e proprio Fronte Nazionale.

Con «sovranismo» s’intende la rivendicazione di sovranità: anzitutto quella dello Stato nazionale, che si afferma nella sua potenza e identità, ma anche quella dei cittadini, che non per caso vengono continuamente coinvolti, interpellati, chiamati alle armi. Contro chi? Contro gli avversari interni, le fastidiose minoranze, e contro i nemici esterni: da un canto l’Europa, dall’altro l’«immigrazione clandestina». Ma, ancora oltre, il nemico è la globalizzazione che, in un orizzonte ristretto e rozzamente complottistico, si presume di poter arginare, se non addirittura negare. Di qui quelle semplificazioni grottesche che spingono a cercare in un retromondo le forze globali del Male. Ad esempio il «ben finanziato e coordinato movimento globalista». Queste forze anonime, eppure personali, agirebbero per inficiare la nazione, comprometterne l’integrità, sminuirne il potere. Come? Organizzando una «immigrazione di massa», che qualcuno chiama «deportazione». L’obiettivo «criminale» sarebbe quello di «sostituire» gli autoctoni, che possono rivendicare la nascita – si ricordi il nesso etimologico tra nascita e nazione – sul suolo nazionale. Il nuovo mito fascista e razzista della «sostituzione etnica» del popolo italiano (o più in generale europeo) si innesta sul vecchio mito ateniese dell’autoctonia: stesso sangue, stesso suolo. Ecco il ritorno dello ius sanguinis e dello ius soli, gli spettri che l’Europa aveva provvisoriamente chiuso in un armadio fatiscente.

In questo scenario semibellico lo scontro è tra i cittadini e i migranti. Forti dei loro pochi privilegi, per quanto miseri, i cittadini indirizzano la propria rabbia non contro i responsabili del loro malessere, contro chi ha governato all’insegna dell’incompetenza e della corruzione, contro chi delocalizza la fabbrica e licenzia impunemente, bensì contro il profugo siriano o l’immigrato cingalese, quelli che «tolgono il lavoro». Per coloro che sono relegati tra gli ultimi l’arrivo dei migranti, quei subumani, è l’evento atteso da tempo. D’un tratto si sentono nobilitati, accomunati ai piani alti. Quel che hanno in comune è la pelle bianca e la cittadinanza.

Quei cittadini che, caduti nella trappola sovranista, rilanciano gli slogan «Ognuna a casa propria!», «Prima gli Italiani!», sono vittime anzitutto di una propaganda che ha permesso a populisti dispotici e noiosi di strumentalizzare l’indignazione per lo stipendio del parlamentare o i privilegi del ministro in un contesto sempre più confuso, dove si perdono di vista le cause del malessere. Ma quei cittadini sono vittime anche di una sinistra che, incapace di delineare un’alternativa credibile, si è autoboicottata illudendosi di acquistare consenso.

Ciò è emerso proprio nel modo di affrontare il tema dell’immigrazione. Al motto di «sicurezza», «ordine», «sovranità», la sinistra ha rincorso la destra riproducendone l’inventario politico. Così il complesso tema dell’immigrazione è stato ridotto a una «guerra contro i trafficanti di esseri umani». Come se i migranti fossero cose e non persone, come se non potessero essere liberi di reagire a sofferenze, problemi, calamità, decidendo di muoversi. Ancora oggi la «diminuzione del numero degli sbarchi» – meno 70 per cento ecc. – viene sbandierato come un successo politico da una sinistra più o meno consapevolmente sovranista. La politica dei «porti chiusi» non è che l’esito parossistico di una governance poliziesca inaugurata già prima.

Ma i cittadini criptorazzisti, che odiano gli stranieri, sono anche complici dello Stato, della sua vecchia e stantia sovranità, che grazie al nuovo paesaggio politico, può trovare nuova forza ed erigere persino muri.

Per lo Stato il migrante costituisce un’anomalia intollerabile, una sfida alla sua sovranità. Non è solo un intruso, un illegale; con la sua esistenza infrange il principio cardine intorno a cui lo Stato si è edificato. Pur di riaffermare il proprio potere sovrano, lo Stato lo ferma alla frontiera, luogo eminente del fronteggiarsi e dello scontro. A tal fine è disposto a violare palesemente i diritti umani. Nell’intento di vigilare le proprie frontiere, sono gli Stati-nazione a discriminare, a segnare la barriera fra i cittadini e gli stranieri. Senza questa discriminazione la compagine statale non potrebbe esistere, non potrebbe «stare», essere Stato. L’esatto opposto della mobilità. La frontiera diventa non solo lo scoglio contro cui naufragano tante vite, ma anche l’ostacolo eretto contro ogni diritto di migrare.

Ai cittadini, appartenenti allo Stato, viene riconosciuto il diritto di accogliere o respingere, il potere sovrano di dire «no». Così vengono chiamati ad essere giudici supremi, ai quali spetta il diritto di escludere o ammettere i nuovi venuti sulla base delle prove offerte: le persecuzioni e i soprusi per i candidati all’asilo, l’utilità per gli immigrati economici, la volontà di integrarsi per tutti gli altri. I diritti umani degli stranieri vengono sospesi dalla contabilità amministrativa, mentre sono sostenuti con forza tutti i privilegi e le immunità dei cittadini. È la posizione di molti liberal americani, come Michael Walzer, questi teorici reazionari dei confini chiusi contrabbandati come esponenti della sinistra democratica.

La xenofobia di Stato, forte di un campanilismo della proprietà e di uno sciovinismo del benessere, può gettare ombra sull’accoglienza, letta sempre nell’orizzonte di un’incombente minaccia. La giustizia sociale viene limitata ai confini nazionali. Si mettono poveri contro immigrati. Si dice che il welfare può funzionare solo sul piano nazionale. Come se proprio la globalizzazione non richiedesse di pensare una giustizia globale e di lottare per questo. Si tradisce la vocazione della sinistra – quella dell’Internazionale.

Ma hanno davvero i cittadini il diritto di respingere? Questa ideologia sovranista si fonda su tre principi: l’autodeterminazione del popolo, l’identità nazionale, la proprietà del territorio. Quest’ultimo è l’argomento più potente. La sovranità si fonda sulla proprietà. È il diritto del suolo. Qui c’è il terribile equivoco che essere cittadini significhi essere comproprietari del luogo in cui si abita. In breve: il territorio dello Stato sarebbe proprietà privata dei cittadini che vi risiedono. Come se a ciascuno spettasse una parte di quel possesso collettivo. Ma questo diritto non sta scritto da nessuna parte. Anzi è un mito – il mito dell’autoctonia.

Non basta semplicemente invocare i confini aperti. La difesa astratta della libertà di movimento non è che l’altra faccia del liberalismo. Reclamare solo la libertà di movimento vuol dire ridurre la migrazione alla pedestre piattezza della circolazione, trascurando completamente il tema decisivo dell’accoglienza. Chi ha subìto le sevizie della guerra, chi ha sopportato la fame, la miseria, non chiede di circolare liberamente dove che sia; spera piuttosto di giungere là dove il mondo possa di nuovo essere comune.

Migrare non è un dato biologico, non è un semplice movimento; rinvia al paesaggio in cui si incontra lo straniero, dove si inaugura la prassi etico-politica dell’ospitalità. Migrare è un atto esistenziale e politico che deve ancora essere riconosciuto nel suo complesso. Non c’è diritto di migrare senza l’ospitalità intesa non nel senso riduttivo di semplice «diritto di visita», come proponeva Kant, bensì come diritto di residenza.

Lo ius migrandi è il diritto umano del nuovo millennio che, sostenuto dall’associazionismo militante, dai movimenti internazionali e da una opinione pubblica sempre più avvertita e vigile, richiederà una lotta pari a quella per l’abolizione della schiavitù. Per questo sarà necessaria una sinistra anti-sovranista in grado di ripensare lo Stato e di progettare una politica al di là dei confini statuali.

Questo può avvenire solo riconoscendo che nell’esilio planetario della globalizzazione siamo tutti stranieri residenti. Questa antica, nuova figura dello «straniero residente» fa saltare la logica di saldi steccati che assegnano l’abitare all’autoctono, al cittadino. Il cortocircuito collega lo straniero al risiedere, all’abitare, modifica entrambi. Abitare non ha a che fare con l’avere, bensì con l’essere. E non vuol dire stabilirsi, installarsi, stanziarsi, fare corpo con la terra. A indicare la via è lo straniero residente che abita nel solco della separazione dalla terra, riconosciuta inappropriabile, e nel vincolo al cittadino che, a sua volta, scopre di essere straniero residente. Nella Città degli stranieri la cittadinanza coincide con l’ospitalità. L’asilo, questo vecchio statuto giuridico, non ha più ragion d’essere.

L’ospitalità deve essere inscritta nella cittadinanza. E quest’ultima non potrà restare immutata. Anziché democratizzare la cittadinanza, svincolandola dalla nazione, l’obiettivo è andare al di là della cittadinanza. Il che significa anche far emergere tutti i limiti del cosmopolitismo. Non si tratta di essere proclamati «cittadini del mondo», bensì di andare oltre, in quello spazio dove si deve co-abitare. Questo importa: coabitare. Un altro modo di intendere la comunità è possibile.

 

immagini di
Candido Portinari