La parabola di Renzi e il silenzio della critica

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Parliamone al passato, perché finalmente è passato, nonostante una coda tragicomica che si annuncia lunga e penosa. Ebbene, Matteo Renzi non era la malattia: era il sintomo. Il sintomo clamoroso di una malattia più antica ed estesa, contratta e propagata anche da molti di coloro che hanno dato vita alla irresponsabile e disastrosa avventura di Liberi e Uguali. Di tutto questo bisognerà parlare a lungo, mentre spero che di Renzi potremo presto dimenticarci.
Ma ora, a poche ore dalle sue grottesche dimissioni–non dimissioni, è ancora doveroso dedicare qualche pensiero all’incredibile parabola di questo provinciale assurto di colpo alla guida del Paese, e altrettanto velocemente precipitato nella polvere.
Permettetemi di farlo citando un passaggio dell’intervento che lessi in un’assemblea pubblica a Firenze quasi cinque anni fa, il 25 novembre 2013:

Tra meno di due settimane il Partito Democratico affiderà se stesso, quel che resta della Sinistra e soprattutto del Paese a Matteo Renzi. Lo farà senza convinzione: per mancanza di meglio. Ed è forse per questo motivo che nessuno si chiede veramente chi sia e che cosa rappresenti Matteo Renzi. Come uno struzzo, l’Italia mette la testa sotto la sabbia: preferisce non sapere.
Si parla del clan di Renzi, dei poteri fortissimi che lo sostengono e ne tirano i fili, perfino dei suoi abiti firmati: ma non delle sue idee, del suo programma, dell’Italia che vuole.
Ma questo riguarda qualcosa di ancora più profondo, e vitale. Riguarda il futuro della democrazia in Italia.
Matteo Renzi è l’ultimo epigono del provinciale ma aggressivo neoliberismo italiano. Egli confessa apertamente che il suo modello è Tony Blair: l’ultimo erede della stagione di Ronald Reagan e Margaret Thatcher. È un modello culturale che, per dirlo con le parole dello storico anglo-americano Tony Judt «ha cresciuto una generazione ossessionata dalla ricerca della ricchezza materiale e indifferente a quasi tutto il resto». Dal suo vago programma per le primarie, si capisce che anche Matteo Renzi vuole cambiare la Costituzione. La nomina solo quattro volte: e sempre negativamente. Cito un passaggio: «Ma spesso la Costituzione si cita in piazza e si dimentica nella quotidianità. Si difende la Costituzione, solo se si attacca la rendita. Pensiamo che l’uguaglianza sostanziale di cui all’articolo 3 sia attuabile solo se rimuoviamo gli ostacoli. Ma l’uguaglianza non significa ugualitarismo».
La strada prospettata è chiarissima: è quella invocata dalle grandi banche d’affari. Pochi mesi fa JP Morgan ha scritto che la ripresa è frenata dall’ugualitarismo delle costituzioni dell’Europa meridionale, nate dalla Resistenza: e che è l’ora di cambiarle. È quello che farà Matteo Renzi: l’erede naturale delle Larghe Intese, che ora finge di criticare. Erede naturale, naturalissimo: perché la ideologia-non-ideologia di Renzi trova nella cosiddetta modernizzazione alla Blair la sintesi perfetta tra Pdl e Pd, tra Berlusconi e D’Alema. Il mio dovere di studioso è quello di dare l’allarme. George Orwell ha scritto che «per vedere ciò che abbiamo di fronte al naso serve uno sforzo costante»: ecco, io credo che chi ha il privilegio di fare il mio mestiere debba cercare di rendersi utile proprio in questo modo, favorendo e promuovendo in ogni momento questo sforzo. Lo sforzo per vedere ciò che abbiamo di fronte al naso. E di fronte al naso abbiamo un piccolo, mediocre replicante di ciò che ha devastato l’Europa e l’Italia negli ultimi 30 anni. Non c’è niente di nuovo: ma nuova sarà la rovina del Paese, imboccando questa strada.

Non era certo una profezia difficile. Ma non è agevole trovare, tra quelli espressi dall’establishment italiano, molti altri giudizi così netti. Ciò che vorrei oggi sottolineare è la cedevolezza di un’intera classe dirigente verso la resistibile ascesa di Renzi e del suo impresentabile Giglio Magico. Per tre anni esatti, dalle primarie dell’8 dicembre 2013 fino alla sera del fausto 4 dicembre del 2016, Renzi è stato intoccabile: e non solo perché senza reale opposizione politica. Ma soprattutto perché carezzato, elogiato, corteggiato senza riserve da tutti coloro che, per mestiere e per vocazione, avrebbero invece dovuto esercitare il senso critico. Mi riferisco soprattutto ai giornalisti, agli intellettuali, agli scrittori, agli artisti: perché per quasi tutte le altre componenti della classe dirigente l’entusiasmo per Renzi era dettato da concrete aspettative circa i propri interessi. Naturale, forse legittimo. Per nulla legittimo, invece, che tutti coloro che avrebbero dovuto forgiare, usare e propalare gli strumenti della critica fossero invece impegnatissimi a sventolare i flabelli al seguito del giovane faraone. I nomi, i titoli accademici, le opere, le testate di questa legione di cantori del renzismo sono notissimi: e le loro imbarazzanti genuflessioni rimangono consegnate alla rete.
E già oggi, mentre le parole dei loro epinici per Renzi mutano insensibilmente in vilipendio del suo cadavere politico, le truppe dei lodatori per professione si preparano a spostarsi nel campo dei nuovi padroni: momentaneamente incerti, in attesa di capire dove coagulerà la maggioranza, e dunque dove si incarnerà il potere.
La velocità e la nettezza dell’ascesa e della caduta di Renzi fanno ora apparire grottesco il tradimento della critica: cosa davvero veniva elogiato, anzi esaltato? In questo momento di vuoto, quando il vecchio potere è morto e il nuovo non è ancora nato, proviamo a imparare la lezione, impegniamoci a resuscitare gli anticorpi della democrazia. Ecco, questo è il nodo. Mentre tutti si chiedono cosa fare ora, da dove ripartire, come cambiare, la mia prima risposta è: ricostruiamo il campo della critica. Tra le cose delle quali l’Italia ha più bisogno c’è la critica del potere, argomentata e implacabile, da parte di un giornalismo libero e di un ceto intellettuale non asservito.

Tomaso Montanari

Tomaso Montanari insegna Storia dell’arte moderna all’Università per stranieri di Siena. Prende parte al discorso pubblico sulla democrazia e i beni comuni e, nell’estate 2017, ha promosso, con Anna Falcone l’esperienza di Alleanza popolare (o del “Brancaccio”, dal nome del teatro in cui si è svolta l’assemblea costitutiva). Collabora con numerosi quotidiani e riviste. Tra i suoi ultimi libri Privati del patrimonio (Einaudi, 2015), La libertà di Bernini. La sovranità dell’artista e le regole del potere (Einaudi, 2016), Cassandra muta. Intellettuali e potere nell’Italia senza verità (Edizioni Gruppo Abele, 2017) e Contro le mostre (con Vincenzo Trione, Einaudi, 2017)

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