La situazione italiana e la sinistra europea

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Care Compagne e cari compagni,
sono particolarmente lieto di questa occasione di incontro, reso tanto più importante dalla delicatezza del momento che i nostri Paesi e l’Europa intera stanno attraversando, con molteplici linee di tensione che s’intrecciano, dal rilancio dei dazi americani al possibile esaurimento del quantitative easing, fino alle chiusure sulle politiche di accoglienza e alla potenziale instabilità di alcuni Paesi centrali, a cominciare dal mio.
L’Italia – lo sapete bene – si avvia alle elezioni europee del 2019 in un quadro di totale instabilità politica. Potremmo dire che è oggi un’equazione a troppe incognite, per l’establishment europeo. E anche per noi.
Come è noto le elezioni politiche del 4 marzo hanno avuto l’effetto di un terremoto. In estrema sintesi, direi che i messaggi politici che ci consegnano sono tre:
1. Un quadro politico, anzi, una geografia politica radicalmente cambiata, che destruttura profondamente l’assetto del sistema politico spostandone nettamente l’asse verso partiti definibili anti-establishment
2. Un cambiamento radicale che tuttavia non produce nessuna maggioranza politica di governo (pur essendo chiarissimo chi ha vinto e soprattutto chi ha perso, il risultato è un vuoto di Governo e di governabilità)
3. e che – per quanto ci riguarda – vede la marginalizzazione netta (o potremmo dire più impietosamente l’irrilevanza) della sinistra, di tutte le sinistre, di quella che fino a ieri era l’asse portante del Governo, il Pd di Matteo Renzi (il più clamoroso perdente tra tutti, il cui progetto di populismo di governo è stato cancellato nelle urne), ma anche delle formazioni alla sua sinistra.

Sulla radicalità del cambiamento della geografia elettorale credo che non ci siano dubbi. Basta dare un’occhiata alla mappa cromatica dei risultati nei collegi uninominali (dove è più chiaro chi vince e chi perde), con un’Italia divisa in due: il centro nord, tutto colorato di blu, la coalizione di centro destra a trazione leghista, il centro sud tutto colorato di giallo, il colore dei 5Stelle. La metà in alto, potremmo dire, allineata con l’Europa di Visegrad (Ungheria, Polonia, Slovacchia, Repubblica Ceca, passando per il corridoio austriaco); la parte bassa schiacciata sul senso di disperazione e di abbandono da sponda sud del mediterraneo. La prima timorosa di perdere quello che ha, soffocata dalla pressione fiscale e per questo affascinata dall’idea della flat tax; la seconda devastata dall’impoverimento che i tagli della spesa pubblica hanno aggravato ferocemente, desiderosa di protezione e per questo affidata alla promessa di un reddito di cittadinanza che qui è considerato condizione di sopravvivenza. In mezzo, là dove c’erano le tradizionali aree di insediamento elettorale della sinistra: Emilia-Romagna, Toscana, Umbria, Marche, una sottile striscia rossa (anzi rosa) erosa ai margini dalla discesa leghista (che ha conquistato collegi storici come Pisa, Livorno, Rimini…) e dalla risalita dei 5Stelle (che hanno sfondato sull’asse adriatico, in particolare nelle Marche), il che fa presupporre che l’onda sismica non sia finita, e che anche quella linea di resistenza sarà sfondata. Tutto questo farebbe considerare, alla luce dei fatti, la sinistra italiana così come l’abbiamo conosciuta fino ad ora un’entità residuale

 

          

D’altra parte, la sua componente maggioritaria, il Partito democratico, aveva già mutato, e da tempo, natura politica e composizione sociale (aveva subito una sotterranea mutazione genetica), resa ora evidente sia dall’analisi dei flussi sia dalla distribuzione del voto sull’asse centro-periferia. Una recentissima analisi delle intenzioni di voto per classe sociale, realizzata immediatamente prima del 4 marzo rivela che il Pd ottiene il proprio massimo di consenso tra le classi alte e medio-alte, in calo nella classe media e medio-bassa per raggiungere il minimo tra la “classe operaia”. Per converso, il rapporto tra voto e potere d’acquisto per province rivela una correlazione inversa per i 5Stelle (il consenso cresce quanto più è basso il grado di ricchezza) e diretta per il Pd (il consenso cresce al crescere del reddito medio disponibile degli elettori). Verrebbe da dire: il mondo alla rovescia con quel che resta della sinistra insediato nelle aree del privilegio e la forza politica che dichiara esplicitamente superata la distinzione destra-sinistra maggioritaria nelle fasce sociali in maggior sofferenza. E’ così che a Roma il Pd è maggioranza solo nei due quartieri alto borghesi dei Parioli e del Centro, come a Torino alla Crocetta e Borgo Po, mentre perde clamorosamente in tutte le periferie.

 

    

Volendo poi allargare lo sguardo dalla cronaca del voto a uno scenario più lungo, possiamo utilizzare questi dati per un primo bilancio degli effetti di medio periodo della crisi economica e sociale sugli assetti politici (possiamo fare di una sciagura politica quantomeno uno strumento di maggior conoscenza sociale). Ebbene, nel decennio che va dal 2008 (data dell’inizio della crisi e insieme delle prime elezioni politiche in cui si presentò il neonato Partito democratico) a oggi, si sono spostati, in Italia, quasi 20 milioni di voti, da formazioni che possiamo definire “pro-sistema” a formazioni che possono essere considerate “anti-sistema” o meglio “anti-establishment”. Lo dice un interessate studio del CISE (Centro italiano studi elettorali) dell’Università Luiss (non certo sospettabile di simpatie “populiste”) dal titolo significativo- L’Apocalisse del voto moderato – nel quale sono considerati “pro-sistema” sia il Pdl a guida berlusconiana di allora sia il Pd di Walter Veltroni, diversi in molto ma entrambi europeisti, aderenti a gruppi parlamentari europei legittimisti  (ossia il Ppe e il Pse), rispettosi dei vincoli e dei parametri dell’Unione: questi due poli dell’allora sistema bipolare italiano monopolizzarono in quell’occasione oltre 30 milioni di voti su 36 milioni di partecipanti (l’82% circa): divisi più o meno equamente con un leggero vantaggio per il centro-destra che prese infatti la maggioranza (14 milioni ognuno, con 2 milioni ai centristi). Ora Pd e Forza Italia, sommati, superano di poco il 30% (il primo ha perso, rispetto ad allora, circa 7 milioni di voti, il secondo più di 9. Il Centro è scomparso. Cinque Stelle più Lega e Fratelli d’Italia sono intorno a 20 milioni, grosso modo due elettori su tre… Così le politiche di austerità imposte dall’Europa e realizzate prima dal governo dei tecnici (neutralizzando cioè la politica) poi dal regime renziano (con una forma di populismo dall’alto che associava a retoriche appunto populiste pratiche neo-liberiste in senso stretto), sono passate con gli effetti di una guerra sulla composizione politica e sociale italiana, mutandone equilibri e profilo. Producendo, ora, un profilo inedito, ambiguo, anzi decisamente doppio, come si è visto: più simile a quello dei Paesi new members dell’Europa dell’Est a nord, con una forte componente di destra e di destra estrema, con decise venature xenofobe e razziste, fascistoidi, animata da passioni tristi, da istinti egoisti che alimentano una reazione verso l’establishment europeo di rivendicazione e di chiusura sulle politiche d’accoglienza e una domanda “sovranista” di autonomia; più genericamente ribellista al sud, in forma di reazione anti-casta, di rigetto e di rifiuto verso un ceto politico di mediatori istituzionali un tempo garanti di forme di assistenza che oggi non possono garantire più, una sorta di jacquerie attraverso le urne anziché le piazze che raccoglie anche istanze popolari di sinistra, oltre che elettori di sinistra. Il che spiega in buona parte la caduta clamorosa della sinistra: il default del Partito democratico e il fallimento delle sue alternative di sinistra.

Il Pd sta vivendo il proprio processo di “pasokizzazione”. L’esodo massiccio di voti che l’ha costretto ampiamente sotto la soglia di sicurezza del 20% (e probabilmente non è che l’inizio) lo dice chiaramente. Ma qui non c’è stata una Syriza italiana a intercettare quell’esodo. Il fiume in piena di elettori in uscita da quel che restava della sinistra riformista è andato oltre, in buona parte al Movimento 5 Stelle nel meridione. In qualche misura alla Lega al centro-nord. Per un buon terzo nell’astensione. Le due formazioni di sinistra sono state pressoché ignorate: Liberi ed Eguali, che pure aveva tra i propri fondatori una parte significativa del vecchio gruppo dirigente del Pd, a cominciare da Pier Luigi Bersani, e del quadro storico del Pci, si è fermato poco sopra la soglia di esistenza del 3%.. Il che mostra che quella tradizione di sinistra riformista logorata da un decennio di politiche di compromesso con i dogmi neoliberisti, non esercita più alcuna attrazione sul proprio stesso elettorato di ieri, né la presenza di ciò che resta di Sinistra italiana – antica sinistra radicale – aggiunge granché. Quella tradizione, potremmo dire, è andata fuori corso. Come pressoché irrilevante si è rivelata la presenza di una formazione come Potere al Popolo che ha raccolto un consenso frazionale (poco sopra l’1%), nonostante la generosità del gruppo di giovani che l’ha promosso e il tentativo di usare un linguaggio nuovo, mimetico con quello populista.
Questo significa che una sinistra, in Italia, se la si vuole ripensare, dovrà ricominciare da una tabula rasa. Dalla consapevolezza di essere oggi a un grado zero dell’identità politica. E dalla necessità di proporre un progetto, e anche un personale politico, non compromesso con il passato (con nessun passato, perché tutti i passati di tutte le diverse sinistre sono respinti da quello stesso popolo che aveva riposto in essi delle speranze che oggi sente tradite). Aggiungerei anche: ricominciare dalla necessità di ripensarlo, quel progetto, in uno spazio diverso, più ampio, più fecondo (meno devastato), cioè in uno spazio europeo.
Sono convinto che la speranza di riproporre una presenza politica di sinistra alle elezioni europee passi, in Italia, dalla possibilità di collocarsi all’interno di un più generale progetto trans-nazionale di dimensione continentale. Di una proposta elettorale di ampio respiro, capace di superare la dimensione asfittica dei sovranismi nelle piccole patrie e nello stesso tempo di avere credibilità sul piano del rapporto di forza con i gruppi di potere attualmente egemoni a livello comunitario. Un progetto che punti esplicitamente al rovesciamento delle linee e delle politiche oggi dominanti in Europa, che condannano i nostri paesi a una vita stentata e vegetale, e che ne logorano la composizione sociale. La possibilità di aprire l’orizzonte, insomma. Avremo bisogno anche di esempi positivi. Avremo bisogno di poter affermare la validità della via seguita da altri, come l’esempio portoghese e soprattutto come le scelte fatte in questo quadriennio dal governo greco, nonostante la vessazione subita dalla Commissione europea e la solitudine in cui è stato lasciato, e in particolar modo quelle che potranno essere prese dopo la liberazione dal Memorandum. Per questo guardiamo, come condizione di esistenza, alla nascita di un progetto unitario, di sinistra intransigente e realista, europea e non sovranista, determinata sulle rivendicazioni sociali e non settaria nella ricerca di alleanze efficaci. Una sinistra, insomma, da nuovo millennio.

E’ l’intervento sulla situazione italiana dopo le elezioni politiche del 4 marzo e in vista delle elzioni europee del 26 maggio 2019 svolto da Marco Revelli Il 16 marzo ad Atene nel Forum della sinistra europea

 

Marco Revelli

E' titolare delle cattedre di Scienza della politica, presso il Dipartimento di studi giuridici, politici, economici e sociali dell'Università degli Studi del Piemonte Orientale "Amedeo Avogadro", si è occupato tra l'altro dell'analisi dei processi produttivi (fordismo, post-fordismo, globalizzazione), della "cultura di destra" e, più in genere, delle forme politiche del Novecento e dell'"Oltre-novecento". La sua opera più recente: "Populismo 2.0". È coautore con Scipione Guarracino e Peppino Ortoleva di uno dei più diffusi manuali scolastici di storia moderna e contemporanea (Bruno Mondadori, 1ª ed. 1993).

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