Lo stupidario razzista e la Costituzione

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Attilio Fontana, neopresidente della Regione Lombardia, è stato presentato come il tranquillo leghista della porta a fianco. Con tale aspetto e con un tono apparentemente dimesso, durante la campagna elettorale, ha concesso diverse interviste radiofoniche in una delle quali, per motivare il suo progetto di «rimandare a casa i migranti», si è prodotto nell’ affermazione che: «dobbiamo decidere se la nostra etnia, la nostra razza bianca, la nostra società deve continuare ad esistere o deve essere cancellata». Proprio così.  Nell’ ottantesimo anniversario delle leggi razziali. È la prova che il razzismo non sta solo nelle sparate del leader della Lega ma è il cemento che unisce la destra italiana, nelle sue componenti dichiaratamente moderate come in queste apertamente xenofobe.

Il giorno dopo l’infelice intervista Fontana è tornato sul tema affiancando a un’apparente marcia indietro (con l’ammissione di avere usato un’espressione “inopportuna”) una sorta di rilancio consistente nella chiamata in correità addirittura della Costituzione, posto che «anch’essa usa il termine razza». La tardiva precisazione, evidentemente suggerita da qualche più acculturato camerata, ha suscitato imbarazzi in casa democratica e prodotto una nuova apparente delegittimazione della Carta fondamentale. A torto, ché il rilievo dell’incauto aspirante erede di Formigoni e Maroni è del tutto infondato. Non perché il termine “razza” non compaia in Costituzione ma perché la sua presenza ha il senso opposto a quello evocato da Fontana.

Partiamo dal testo che è, come noto, quello dell’articolo 3, comma primo, in cui si legge: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali». Orbene l’uso, in tale contesto, del termine “razza” è dovuto non già, come pure è stato detto in questi giorni, alla mancata percezione, da parte del legislatore costituente, dell’insostenibilità scientifica del concetto sottostante ma alla volontà politica di segnare la contrapposizione più netta rispetto al fascismo e alla sua cultura. Basta leggere alcuni stralci dei lavori dell’Assemblea costituente nel periodo marzo-aprile 1947, allorché c’era, assai più di oggi, la consapevolezza delle scelte e della posta in gioco.

Il problema dell’improprietà del termine non fu affatto ignorato e ci fu, anzi, chi ne propose la soppressione. La proposta non passò per ragioni squisitamente politiche. Disse per esempio l’on. Targetti (esponente del Partito socialista di unità proletaria), dopo aver sottolineato il suono sinistro del termine, che il suo richiamo era imposto dalla necessità di esprimere una ferma «condanna del regime nefasto che si caratterizzò nella sua attività criminosa, anche più barbaramente che in qualsiasi altro modo, con la persecuzione razziale», condanna doverosa, ogni volta che se ne presenta l’occasione, per evitare «odiose distinzioni che nel passato portarono a tante iniquità». E gli fece eco l’on. Laconi (esponente del Partito comunista italiano) sottolineando come: «in questa parte dell’articolo vi è un preciso riferimento a qualche cosa che è realmente accaduto in Italia, al fatto cioè che determinati principî razziali sono stati impiegati come strumento di politica ed hanno fornito un criterio di discriminazione degli italiani, in differenti categorie di reprobi e di eletti. Per questa ragione, e cioè per il fatto che questo richiamo alla razza costituisce un richiamo ad un fatto storico realmente avvenuto e che noi vogliamo condannare, oggi in Italia, riteniamo che la parola “razza” debba essere mantenuta».

All’esito del dibattito, caratterizzato da molti interventi dello stesso segno, vi fu una convergenza generale sulla sintesi operata dal presidente della Commissione per la Costituzione, Meuccio Ruini: «Comprendo che vi sia chi desideri liberarsi da questa parola maledetta, da questo razzismo che sembra una postuma persecuzione verbale; ma è proprio per reagire a quanto è avvenuto nei regimi nazifascisti, per negare nettamente ogni diseguaglianza che si leghi in qualche modo alla razza ed alle funeste teoriche fabbricate al riguardo, è per questo che – anche con significato di contingenza storica –  vogliamo affermare la parità umana e civile delle razze».

L’autogol di Fontana non potrebbe, dunque, essere più clamoroso. “Razza” era per i costituenti una parola “maledetta”, utilizzata solo per scolpire in maniera indelebile il rifiuto dell’ideologia e della pratica del fascismo che ad essa aveva legato la propria “funesta” politica. No – con buona pace del neo presidente della Regione Lombardia – anche su questo punto la Costituzione non è da cambiare ma da attuare, isolando e delegittimando parole e pratiche come le sue.

Gli autori

Livio Pepino

Livio Pepino, già magistrato e presidente di Magistratura democratica, dirige attualmente le Edizioni Gruppo Abele. Da tempo studia e cerca di sperimentare, pratiche di democrazia dal basso e in difesa dell’ambiente e della società dai guasti delle grandi opere. Ha scritto, tra l’altro, "Forti con i deboli" (Rizzoli, 2012), "Non solo un treno. La democrazia alla prova della Val Susa" (con Marco Revelli, Edizioni Gruppo Abele, 2012), "Prove di paura. Barbari, marginali, ribelli" (Edizioni Gruppo Abele, 2015) e "Il potere e la ribelle. Creonte o Antigone? Un dialogo" (con Nello Rossi, Edizioni Gruppo Abele, 2019).

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