“Terza Repubblica” e democrazia parlamentare

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Eccoci, all’indomani del voto, con due vincitori indiscussi, nessuno dei quali in grado di aggregare attorno a sé una maggioranza. Colpa della legge elettorale, che non attribuisce a nessuno i numeri per governare? È riuscito a sostenerlo, nel discorso delle “non dimissioni”, Matteo Renzi, che quella legge ha voluto e imposto al Parlamento con otto voti di fiducia. Ma che non ha ancora elaborato il lutto per il suo precedente capolavoro – l’Italicum – che ci avrebbe regalato il ballottaggio nazionale tra  Di Maio e un Partito democratico sostanzialmente fuori gioco, se solo la Corte (e il referendum costituzionale) non lo avessero prematuramente cassato… Si può comunque scommettere che nei prossimi mesi saranno in molti a sostenere la necessità di una nuova stagione di riforme, ancora una volta ispirate al mito della governabilità e all’aspirazione a conoscere l’identità del capo del governo «la sera stessa delle elezioni». È bene allora sgombrare il campo da qualche equivoco.
Se dal voto non è uscita una maggioranza precostituita non è per i difetti del Rosatellum – che esistono, sono molti, ma stanno altrove. Il punto è che la nostra è una democrazia parlamentare, che non prevede l’elezione diretta del Presidente del Consiglio, nonostante la legge Rosato lo suggerisca surrettiziamente, imponendo l’indicazione del “capo” delle liste che si presentano alle elezioni e consentendo che siano scritti i nomi dei leader nei simboli. In base alla nostra Costituzione, è del tutto normale che i governi si formino in Parlamento, attraverso il confronto e il dibattito tra le forze politiche. Come in tutti i sistemi parlamentari, che sono la stragrande maggioranza in Europa. Potrebbe essere l’occasione per ribadirlo, e ripartire da qui.
Peccato che il Parlamento che riconquisterà nei prossimi mesi un’inedita centralità sia dominato da due forze politiche – il partito “post-ideologico” di Di Maio e la coalizione della destra razzista guidata da Salvini – che mostrano di non avere la più pallida idea del funzionamento della democrazia rappresentativa, tanto da contemplare entrambe, nei loro programmi, la riforma dell’art. 67 della Costituzione. Una riforma che trasformerebbe i parlamentari – già ora selezionati tra i fedelissimi, grazie alle liste bloccate – in docili burattini nelle mani dei leader. E che svilirebbe ulteriormente il ruolo del Parlamento, come sede di discussione e di elaborazione politica. Più in generale, ciò che sembra essere stato smarrito, in questi anni di legislazione attraverso decreti e voti di fiducia, di “vocazione maggioritaria” e arroccamenti identitari, è la cultura politica necessaria per partecipare al gioco della democrazia parlamentare. Che richiede disponibilità al compromesso, capacità di mediazione, attitudine al dialogo e alla negoziazione, costruzione – faticosa ma necessaria – di alleanze. Tutte “virtù” in cui non eccellono i vincitori di oggi. Come quelli di ieri, peraltro.

About Valentina Pazé

Valentina Pazé insegna Filosofia politica presso l’Università di Torino. Si occupa, in una prospettiva teorica e storica, di comunitarismo, multiculturalismo, teorie dei diritti e della democrazia. Tra le sue pubblicazioni: In nome del popolo. Il potere democratico (Laterza, 2011) e Cittadini senza politica. Politica senza cittadini (Edizioni Gruppo Abele, 2016)

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