Le elezioni del 4 marzo: l’ora più buia

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Le elezioni del 4 marzo segnano l’ora più buia nella storia dell’Italia repubblicana. È una sconfitta storica che porta a compimento un processo autodistruttivo del ceto politico di centro-sinistra che viene da lontano; processo che Renzi con la sua arroganza e con la sua spericolata corsa a destra ha soltanto accelerato. È un processo che travolge tutti, anche quei settori della sinistra cd. antagonista che non si sono omologati o si sono sottratti tardivamente al giogo renziano.
Il risultato deludente di LEU è frutto di un doppio fallimento, quello derivante dall’incapacità di costruire un unico polo elettorale a sinistra del PD, grazie alla faziosità delle opposte componenti che hanno fatto fallire il progetto unitario del Brancaccio, e quello derivante dal metodo di composizione delle liste, schiacciate sull’esigenza di assicurare la sopravvivenza del vecchio ceto politico-parlamentare a scapito della valorizzazione delle esperienze di partecipazione sul territorio.
Tuttavia se si considera il risultato complessivo di PD, LEU e PAP, viene fuori che gli oltre 2 milioni di voti in uscita dal Pd non sono stati recuperati da nessuno a sinistra. Per giunta il disastro è stato amplificato dalla legge elettorale che, attraverso il meccanismo delle false coalizioni, concepito per danneggiare i 5 Stelle, ha consentito alla destra di conquistare seggi nei collegi uninominali persino in quelle zone dell’Emilia e della Toscana che tradizionalmente erano appannaggio del PD.
I meccanismi istituzionali che hanno consentito al ceto politico del centro-sinistra di esercitare il potere di governo senza il bisogno di un consenso popolare genuino, grazie a una rappresentanza parlamentare autoreferenziale, impenetrabile alle domande e ai bisogni popolari, invulnerabile alle critiche o ai malumori che provengono dalla società civile, alla fine hanno presentato il conto.
Alla fine abbiamo scoperto che dietro questo arrogante ceto politico il popolo non c’era.
La frana dell’area politica di sinistra e centrosinistra avviene in un contesto europeo in cui il tramonto delle forze socialdemocratiche apre la strada a una destra nazionalista, rancorosa, xenofoba che costituisce il frutto di una elaborazione paranoica del lutto prodotto da una crisi economico-sociale di cui non si vede la fine.
L’Italia non fa eccezione, se la destra è cresciuta nel suo complesso di due milioni di voti rispetto alle elezioni del 2013, al suo interno si è verificato un terremoto perché le componenti più xenofobe, la Lega e Fratelli d’Italia, hanno quadruplicato i loro consensi guadagnando circa 5 milioni di voti.
Se il governo cadesse nelle mani di un centrodestra a guida Salvini sarebbe un evento luttuoso per la democrazia italiana.
Per fortuna l’avanzata della destra ha trovato un argine nella crescita del Movimento 5 Stelle, che ha occupato quello spazio di consenso popolare che sinistra e centrosinistra hanno perduto.
Per quanto sia difficile capire l’identità politica del Movimento, che rimane una nebulosa, e per quanto ne sia oscura la struttura politica, bisogna aprire un dialogo costruttivo con la sua forza parlamentare per scongiurare l’avvento del governo della destra e aprire la strada a un percorso politico che affronti con decisione le piaghe della povertà, della disoccupazione, della precarietà del lavoro e della vita, prima che la sofferenza sociale si trasformi definitivamente in disperazione, trascinandoci nella notte di un nuovo fascismo.

Domenico Gallo

Domenico Gallo, magistrato è presidente di sezione della Corte di cassazione. Da sempre impegnato nel mondo dell’associazionismo e del movimento per la pace, è stato senatore della Repubblica per una legislatura ed è componente del comitato esecutivo del Coordinamento per la democrazia costituzionale. Tra i suoi ultimi libri "Da sudditi a cittadini. Il percorso della democrazia" (Edizioni Gruppo Abele, 2013) e "Ventisei Madonne Nere" (Edizioni Delta tre, 2019).

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