Appunti per un’interpretazione (provvisoria) del populismo

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A spectre is haunting the world: populism” – Uno spettro si aggira per il mondo: il populismo. Lo scrivevano, quasi cinquant’anni fa, due importanti studiosi nel campo delle scienze umane, Ghita Ionescu e Ernest Gellner, nell’introduzione di quella che resta una delle più importanti e complete rassegne sul fenomeno populista (Populism: Its Meaning and National Character). E così ne spiegavano il senso: “Una decina di anni fa, quando le nuove nazioni stavano emergendo verso l’indipendenza, la domanda era: quanti diventeranno comunisti? Oggi, questa domanda, così plausibile allora, sembra un po’ antiquata. Nella misura in cui i governanti dei nuovi stati abbracciano un’ideologia, questa tende ad avere un carattere populista”.
Erano i primi anni Settanta, e quello che stavano osservando – allora -, con uno sguardo evidentemente lungo, si potrebbe dire da profeti, era il cambiamento di scenario del mondo che s’incominciava appena a intravvedere. Oggi, quell’affermazione, è improvvisamente diventata evidente, e straordinariamente attuale, tant’è vero che l’ha ripresa nel 2012, come incipit di un saggio che ha fatto in qualche modo scuola, il politologo Ivan Krastev per illustrare la sua tesi sul “Momento populista“, o meglio sul nostro tempo come “the Age of populism“. L’età del populismo. La constatazione che il populismo è diventato la cifra principale della politica contemporanea. Sulla stessa linea si muove, d’altra parte, un altro importante studioso americano, Jan-Werner Müller, autore di un fortunato volume, What is populism, il quale intitola appunto il suo primo capitolo Is Everyone a Populist? “Sono tutti populisti?”.
Lo dice pensando soprattutto all’ultima campagna presidenziale americana – in pieno corso nel momento in cui il libro veniva scritto -, rispetto alla quale – dice – non se ne ricorda un’altra, a memoria d’uomo, in cui si sia sentito così spesso e così tante volte evocare il termine “populista”, utilizzato “regolarmente come sinonimo di ‘antiestablishment’, a prescindere, a quanto pare, da qualsiasi particolare idea politica”, per “marchiare” (to label) ora Donald Trump ora Bernie Sanders (si era alla fase delle primarie) e i rispettivi bacini elettorali. Ma poi, spostando gli occhi verso est, e il continente europeo, Müller nota che gli stessi claim, la medesima qualifica, è toccata a Marine Le Pen e a Geert Wilders, esponenti di una destra relativamente nuova, ma anche, simmetricamente, a movimenti sicuramente di sinistra come Syriza in Grecia e Podemos in Spagna. Oppure, guardando verso sud, a figure chiave della “pink tide“, la “marea rosa” latino americana: Rafael Correa in Ecuador, Evo Morales in Bolivia, e soprattutto Hugo Chávez in Venezuela.

Troppi, potremmo dire. E troppo diversi: troppe “figure” affollate sotto lo stesso ombrello. Qualcosa forse non torna nell’uso del termine, impiegato soprattutto nella battaglia politica quotidiana come arma contundente più che come significante descrittivo: epiteto con cui stigmatizzare (“marchiare”, appunto) e tentare di mettere “fuori gioco” l’avversario politico anche se questo non pratica uno stile di comportamento e un linguaggio molto diverso dal proprio, tant’è che si è suggerito ironicamente di applicare al populismo lo stesso motto inventato per l’alcoolismo dallo scrittore gallese Dylan Thomas per il quale “alcoolista è uno che beve tanto quanto te ma ti sta antipatico”. Allo stesso modo, si potrebbe diree, il populista è una che agisce politicamente come te, ma è tuo avversario…
Comunque, anche al netto del suo uso polemico, per limitarci al suo impiego sul piano “scientifico”, il populismo rimane un termine difficile da maneggiare, ambivalente, polisemico, troppo generico e tanto indefinito da contenere una molteplicità estrema di oggetti e di soggetti: un significante con troppi significati, tant’è vero che l’ho definito, nel mio libro, una catch all word, una “parola pigliatutto”. Un po’ come la parola democrazia – e l’aggettivo democratico -, anch’essa a copertura infinitamente estesa, estremamente ecumenica, capace di ospitare una molteplicità di casi, di esperienze e di modelli tra loro spesso in evidente conflitto, la quale infatti con il populismo intrattiene un rapporto di stretta intimità. E non solo perché Democrazia e Populismo condividono la stessa radice: demos e populus si riferiscono al medesimo oggetto. Ma perché tendono proprio per quella identità del rispettivo “sottostante”, per quella “comune radice”, a operare come una coppia complementare: quando l’una (la Democrazia) è in salute – quando il demos trova la propria soddisfazione – l’altro, il populismo si ritrae; ma quando il populus soffre, anche la democrazia entra in sofferenza. E il populismo alza la testa e occupa il campo.

 

E’ in questo senso che Jan-Werner Müller, nella prima delle “7 tesi sul populismo” che concludono il suo testo, sottolinea il nesso strettissimo che lega Populismo e Democrazia affermando che “il Populismo non è né la parte autentica della moderna democrazia né un tipo di patologia causata da cittadini irrazionali. Il populismo è l’ombra permanente della democrazia rappresentativa”. Materializza cioè il rischio, sempre sospeso, dell’inceppamento dei suoi meccanismi essenziali, a cominciare da quello per essa vitale della rappresentanza. Ed è per questa stessa ragione che ho affermato, nel mio “Populismo 2.0” – come tesi centrale – che il Populismo è “un male profondo, troppo spesso taciuto, della democrazia: la manifestazione esterna di una malattia di quella forma contemporanea della democrazia – l’unica affermatasi nella modernità sulle rovine delle utopie partecipative – che è la Democrazia rappresentativa. Nel senso che ogniqualvolta una parte del “popolo” o un popolo tutto intero non si sente rappresentato, ritorna in un modo o nell’altro un qualche tipo di reazione cui si è dato il nome di “populismo”. Come “malattia infantile della democrazia” all’inizio del ciclo democratico, quando ancora la ristrettezza del suffragio e le barriere classiste tenevano fuori dal gioco una parte della cittadinanza (il populismo tardo ottocentesco e primo novecentesco era, in ampia misura, una “rivolta degli esclusi”). E come “malattia senile della democrazia” oggi, quando l’estenuazione dei processi democratici e il ritorno in forze di dinamiche oligarchiche nel cuore delle democrazie mature, rimettono ai margini o tradiscono il mandato di un popolo rimasto “senza scettro” (il populismo post-novecentesco è, in qualche modo, una “rivolta degli inclusi” messi ai margini). In entrambi i casi, la “sindrome populista” – chiamiamola così – è il prodotto di un deficit di rappresentanza. Una “malattia”, appunto. O, meglio, il “sintomo” di una malattia, come lo è la febbre nel caso degli organismi viventi, la quale ne segnala il malessere e il cattivo funzionamento. E nello stesso tempo ne logora la fibra. O ne indebolisce le forze.
Allo stesso modo fa il populismo sul corpo politico della democrazia. Ne produce, per certi versi una (in qualche misura caricaturale) semplificazione: è celebre l’affermazione di Ralph Dahrendorf secondo cui “populism is simple; democracy is complex“. E nello stesso tempo – come parte integrante della semplificazione – ne abbassa il livello culturale e civile della partecipazione, ne fiacca le energie virtuose, a cominciare dal ruolo che in ogni democrazia dovrebbe giocare l’educazione civica del cittadino bene informato e consapevole, diventandone, per certi versi, la caricatura volgare, ma insieme la “voce della verità”, come è stato esemplarmente messo in scena da un altro politologo, messicano questo, Benjamin Arditi (a cui si deve la felice rappresentazione dell’esperienza populista come “periferia interna” della politica liberal democratica) il quale ha “catturato la relazione tra democrazia e populismo” (l’espressione è ancora di Muller) attraverso la metafora dell’uomo sobrio e dell’ubriaco: il populismo, scrive infatti Arditi – assomiglia a un ospite ubriaco in un dinner party, un “invitado incomodo” che non rispetta le buone maniere a tavola, è rozzo, alza la voce e tenta fastidiosamente di flirtare con le mogli degli altri ospiti… E’ sicuramente sgradevole, e “fuori posto”, ma potrebbe anche farsi scappare di bocca una qualche verità sulla democrazia liberale, per esempio che essa è divenuta dimentica del proprio ideale fondante, la sovranità popolare.
Mettendo in atto una sorta di “pratica di dis-identificazione” (o di rifiuto della domesticazione) attraverso cui “il popolo rifiuta di accettare il posto che gli è stato assegnato, spesso il posto del subordinato escluso” – ci dice in sostanza Arditi – il populismo si accampa, appunto, alla periferia interna della moderna democrazia, sorvegliandone e nello stesso tempo minacciandone gli equilibri istituzionali ossificati da una tendenziale vocazione oligarchica. Esso costituirebbe cioé, come è stato scritto (Cas Mudde), una “illiberal democratic response to undemocratic liberalism” (“illiberale risposta democratica a un liberalismo non democratico”).

 

 

Ma che cos’è “il populismo”. Come si può formalizzarne una definizione capace di essere nello stesso tempo esaustiva (capace di tenere dentro di sé tutti i casi effettivi di populismo) ed esclusiva (capace di tenerne fuori i casi spurii, di falso populismo o di populismo apparente), come deve essere appunto, secondo gli epistemologi, una “buona definizione”.
A un primo livello di approssimazione possiamo assumere la sintesi formulata all’inizio della scorsa decade dal politologo olandese Cos Mudde, il quale ha definito il populismo come “un’ideologia che considera la società fondamentalmente separata in due gruppi omogenei e antagonistici, ‘il popolo puro’ versus ‘l’élite corrotta’, e che sostiene che la politica dovrebbe essere espressione della ‘volonté générale’ del popolo”.
Qualche anno prima un altro studioso, americano questo, Michael Kazin, aveva considerato il populismo “più che un’ideologia un impulso”, e anche un “linguaggio”. Dunque, soprattutto uno “stile politico”, una “forma” anziché un insieme di contenuti. Ma era arrivato alle stesse conclusioni di Mudde per quanto riguarda la fondamentale caratteristica “bipolare” o “bifocale” della “sindrome populista”: la tendenza fondamentale cioè a dividere lo spazio politico in “alto e basso”, nella contrapposizione tra “the powerful and the powerless”, i “troppo potenti” e i “troppo poco”: “Arroganti finanzieri che stringono le catene del debito intorno a piccoli coltivatori che producono il cibo e le fibre per la nazione. Il robusto industriale, cappello a cilindro sulla testa carnosa e spilla di diamanti sulla cravatta di seta che si scontra col lavoratore in tuta blu o vestito con abiti di seconda mano, mascella volitiva e muscoli tesi. Il burocrate federale, ultra-istruito e amorale, che si fa beffa della piccola famiglia timorata di Dio, il crocifisso sulla parete e la bandiera nazionale nel giardino…”.
Su un livello un po’ più analitico si può aggiungere una seconda caratteristica che altri autori (tra cui, ancora, Müller, che vi dedica la seconda delle sue “7 tesi” sul populismo) hanno segnalato, e cioè la sua pulsione anti-pluralista. “Oltre a essere anti-elitista – ci dicono – il populismo è essenzialmente anti-pluralista”. Il popolo di cui il populismo intende farsi paladino, è inteso “as a whole”, come un tutto. E’ un’entità organica, indifferenziata, omogenea. Non conosce distinzioni interne, siano esse di interessi o di culture. Per questo rifiuta recisamente la classica distinzione politica tra destra e sinistra – distinzione orizzontale, appunto, travolta dall’opposta contrapposizione verticale tra alto e basso, o tra dentro e fuori, dove appunto il “nemico” attraverso il quale viene costruita, per contrapposizione, l’unità organica del popolo, è anche l’estraneo, il “non-Noi”, l’usurpatore, il corrotto-corruttore moralmente proscritto dalla comunità, perché la “costruzione morale del popolo” inteso come unità etica, presuppone l’esclusione. O lo straniero, quello ex origina Altro… A ogni forma di populismo, dunque, è connessa più o meno fondamentalmente una costruzione morale dell’”altro” come antitesi, nel confronto col quale finiscono per rivelarsi i valori costitutivi della comunità di riferimento, assunta come heartland, “terra del cuore” per così dire, al riparo dei cui confini le singole individualità sfidate nella loro identità possono trovare conforto collettivo.

L’ultimo fattore comune, infine, ai molteplici populismi rinvia all’immagine del rovesciamento: alla cacciata dell’oligarchia usurpatrice e dell'”intruso” – la rimozione del “corpo estraneo” – e alla restaurazione di una sovranità popolare finalmente riconosciuta, da esercitare non più attraverso la mediazione delle vecchie istituzioni rappresentative ma grazie all’azione di leader (tendenzialmente carismatici o comunque legati emotivamente alla propria “gente” attraverso meccanismi di transfert) in grado di fare “il bene del popolo”. O, come di suol dire, di farsi garanti della “salute pubblica”. Ciò spiega perché in genere i populismi assumono un linguaggio e uno stile “rivoluzionario”, in alcuni casi addirittura visionario o profetico (chiliastico), senza tuttavia necessariamente rinviare a radicali rimesse in discussione degli assetti sociali o proprietari, anzi spesso limitando la dimensione radicale del mutamento al solo livello del personale di governo. E chiarisce, nel contempo, le ragioni per cui il populismo, per attecchire e crescere, necessita di un contesto anomalo: di una congiuntura particolare, segnata da linee di crisi profonda (“estrema”, si suggerisce) dell’assetto consolidato, delle istituzioni e del loro personale politico, oltre che da un diffuso e tendenzialmente virulento malessere che si traduce in un pervasivo processo di delegittimazione e di sfiducia in ogni classe dirigente identificabile con lo stato di cose presente. Senza una “crisi di sistema” il populismo resta privo del proprio habitat.

 


Chi è dunque il populista “di oggi” – il “populista del terzo millennio”? Non è chi “si limita” – lo dico tra virgolette – a contrastare, anche radicalmente l’establishment, la “casta”, la sordità di chi “sta in alto”, l’esclusività del privilegio e l’esclusione dalla decisione. E neppure chi denuncia la torsione in senso oligarchico delle nostre democrazie ormai limitatamente o quasi del nulla rappresentative, lamentando la sottrazione di sovranità al popolo, perché questo è fattore comune, del tutto evidente allo sguardo anche senza gli occhiali populisti. Populista in senso proprio è piuttosto chi, sulla base di una visione organicistica del popolo come totalità indifferenziata – entità etica e in qualche misura mistica – ne immagina una traslazione meccanica e diretta nel luogo della decisione: un’assunzione al governo della “volontà del popolo” che non può avvenire che attraverso un meccanismo di transfert, di “affidamento” alla figura di un Capo (post-modernamente carismatico), il quale opera in questo modo da medium e rappresentazione personalizzata della propria “gente”. E’ così che la complessità del processo democratico propria del meccanismo moderno della rappresentanza viene ridotta e, appunto, semplificata, attraverso il colpo d’ascia della personalizzazione e verticalizzazione del potere, e della disintermediazione della società, l’eliminazione dei suoi corpi intermedi e dei suoi meccanismi di garanzia, in nome di una velocizzazione dei processi e di una più diretta traduzione delle domande in politiche.

 

Resta da chiedersi cos’è che ha fatto emergere come fenomeno potenzialmente egemone in alcune aree, non solo periferiche (a modernizzazione tardiva o incompiuta) ma anche in paesi centrali dell’assetto occidentale, sull’asse Stati Uniti Regno Unito (per non parlare di Austria, Polonia, Repubblica Ceca…), questo populismo di nuova generazione? Cos’è che ha prodotto questa sindrome che nel secondo decennio di questo secolo è diventata il vero spettro che si aggira non solo per l’Europa ma per il mondo.
Io credo che ci siano tre processi con cui bisogna misurarsi e che spiegano in qualche misura la tempesta perfetta che noi oggi registriamo. Tre fenomeni che si sono sviluppati in tempi diversi o con origini diverse nel tempo.

La prima linea di crisi è la crisi della democrazia. La crisi strutturale della democrazia che non è indotta solo dalla globalizzazione, cioè da un processo tecnico economico che ha modificato lo spazio sociale, ma è prodotta anche, e forse soprattutto, dalle forme della governance, dalla strutturazione dei meccanismi di governo. La democrazia rappresentativa è entrata in crisi in buona misura perché le sedi delle decisioni importanti, decisive per la vita dei popoli, è emigrata, si è trasferita in ambiti e in livelli non accessibili al meccanismo democratico. C’è una frase che mi ha colpito enormemente – immagino anche voi – che risale ai primi di marzo del 2013 subito dopo quelle elezioni un po’ surreali italiane da cui è uscita una situazione che appariva ingovernabile, c’era il timore che si impennasse lo spread e che gli investitori internazionali emigrassero. La Banca centrale europea tenne in quei giorni un summit al termine del quale il governatore Mario Draghi tenne una conferenza stampa di rassicurazione degli investitori internazionali e degli operatori economici in generale usando – per invitarli a non preoccuparsi – l’espressione letterale: “abbiamo il pilota automatico”. Cioè: quale che sia stato l’esito di queste elezioni e la composizione di questo Parlamento le linee di fondo delle politiche economiche non cambieranno. Era un modo per salvare la patria, e che in buona misura rassicurò molto gli investitori internazionali, ma se se fosse stata colta nel suo effettivo significato non avrebbe dovuto rassicurare gli elettori domestici perché diceva che il loro voto non contava nulla, non era in grado di modificare i parametri fondamentali delle politiche del proprio Paese, che erano appunto determinati altrove, in sedi non sottoposte al controllo elettorale (e popolare). E’, appunto, l’ “illiberal democracy“, per usare un termine diventato popolare verso la fine degli anni ’90 nei “circoli della politica Occidentale”, e ampiamente usato da autori come Cas Mudde”: una democrazia in cui il Governo funziona in buona misura come “cinghia di trasmissione” di decisioni prese altrove e somministrate ai rispettivi territori, senza la possibilità dei cittadini di agire i propri diritti, civili, politici e sociali.
Senza una sostanziale correzione di questa deriva continueremo probabilmente ad assistere alla grande emorragia di elettori e al fatto che una parte significativa dei residui che voteranno lo faranno con un voto non tanto di protesta – perché è difficile anche fare arrivare la protesta in sedi che prive di autonomia – ma con un voto di vendetta. Perché il voto populista è spesso un voto di vendetta. Si vota chi fa più male a quelli dai quali ci si sente traditi. Si sceglie il peggiore, per certi versi, quello più brutto sporco e cattivo: questo è stato in parte il meccanismo che ha dominato nel voto americano.

 

 

Il secondo processo all’origine della sindrome populista – chiamiamola così – è la crisi del partito politico. Un processo che viene più da lontano ma che non è stato riconosciuto nella sua dimensione clamorosa quando ha incominciato a manifestarsi e che disvela oggi tutta la sua potenzialità distruttiva. La crisi del partito di massa che era stato la forma egemonica nel corso del Novecento. Il Partito politico è entrato in crisi per varie ragioni, intanto perché è diventato obsoleto il suo modello organizzativo. Il modello organizzativo del partito di massa era molto simile a quello della produzione di massa fordista: era un modello burocratico-funzionale che prevedeva grandi masse di persone socialmente uniformi incorporate in grandi involucri gerarchici comunicanti al loro interno. Quel modello è andato in crisi tra gli anni settanta e gli anni ottanta nel campo socio economico. È andato in crisi anche in politica perché quel modello non corrispondeva più alla composizione sociale sottostante, ma anche perché costava enormemente, perché i costi di mantenimento delle macchine politiche (i “costi di transazione” potremmo dire) sono cresciuti vertiginosamente e questo ha trascinato dietro di sé appunto il potere del denaro all’interno della politica che non era conosciuto nelle origini di quel modello. Se noi andiamo a vedere i costi delle campagne elettorali presidenziali dagli Stati Uniti alla Francia o delle campagne elettorali politiche in Italia tra gli anni settanta e l’inizio di questo di questo millennio vediamo un’impennata, una curva esponenziale che dalle poche decine di milioni passa facilmente ai miliardi e alle decine di miliardi per quanto riguarda gli Stati Uniti per esempio.

Terzo elemento , naturalmente, è l’impatto della crisi. Noi ci siamo tutti misurati con la crisi ma ho l’impressione che non abbia bene l’idea della dimensione del terremoto sociale che la crisi in Occidente dal 2007 al duemila e quattordici/quindici ha prodotto a cominciare dall’epicentro dalla quale è partita, dagli Stati Uniti, con la crisi dei sub-prime. Quella tempesta quasi perfetta ha prodotto uno spostamento sociale paragonabile a una guerra. Se voi andate a vedere il numero di famiglie americane che hanno perso la casa tra il 2007 e il 2010 (ci sono i dati e sono spaventosi) ne avete la misura (catastrofica): ancora adesso, se voi andate su alcuni siti negli Stati Uniti, avete la mappa Stato per Stato contea per contea del numero di abitazioni che sono state messe all’asta dalle banche per rientrare dei mutui che non sono stati onorati. Ci sono dieci milioni di famiglie che hanno perso la casa, dieci milioni di famiglie vuol dire una trentina di milioni di persone che hanno perso il loro “bene comune” più prezioso. In un Paese duro nei confronti degli homeless, dei poveri, come gli Stati Uniti perdere la propria casa vuol dire diventare un profugo interno, vuol dire diventare come la lumaca che perde il guscio e può essere schiacciato da chiunque, vuol dire una fuoriuscita totale da ogni sistema.
La quantità di persone che hanno perso lavori ben remunerati che poi sono stati riciclati in lavori mal remunerati o precari, la quantità di persone che hanno dovuto cambiare, modificare radicalmente le proprie relazioni, le proprie reti relazionali, è impressionante. Si possono citare anche i dati sulla povertà in Italia, quasi cinque milioni di poveri assoluti… Cinque milioni di poveri assoluti, vuol dire due volte la città di Roma: poveri assoluti vuol dire persone che non possono alimentarsi adeguatamente, non possono vestirsi adeguatamente, non possono riscaldarsi, non possono curarsi, mancano del “minimo indispensabile” (così definisce l’Istat la categoria della povertà assoluta), non hanno il minimo indispensabile per condurre una vita dignitosa. Vuol dire uno sconvolgimento. Sono otto milioni e mezzo i poveri relativi. Oggi abbiamo i dati dello studio europeo: in Italia sono più di dieci milioni quelli che vivono in condizioni di “deprivazione materiale” grave in un Paese di sessanta milioni di persone. Ecco, questo processo non è stato solo un processo di erosione del reddito, è stato un processo anche di erosione dell’autostima, è stato un processo di cancellazione dell’identità collettiva e dell’identità individuale, è stato un processo di rottura dei sistemi di relazione e dei legami sociali. La folla che ha lasciato dietro di sé questa crisi è una folla solitaria – una lonely crowd -: una folla d’individui che si sentono abbandonati.

Se poi andate a vedere le cronache e le ricostruzioni fatte da tecnici, non da sandersiani o tardo bolscevichi, la ricostruzione dei passaggi della crisi dal primo comparire delle problematiche dei subprime fino al passaggio da Bush a Barack Obama, in quel biennio la parola che ritorna più spesso è “fraudolento” a proposito delle pratiche di tutti: degli operatori bancari che confezionavano i prodotti derivati e che riempivano di mutui a bassa probabilità di onorabilità quei prodotti derivati che venivano poi incorporati in ulteriori prodotti derivati e così via (loro stessi li consideravano bull shit e bull shit avvolta in cat shit…); quindi i banchieri che li spacciavano ai clienti come pusher con droga tagliata male; le agenzie di rating che hanno determinato le sorti degli investimenti di tutti e che davano la tripla A a prodotti che venivano definiti appunto letteralmente “merda di toro”, ai giornalisti, a coloro che hanno commentato senza muovere un ciglio o lanciare anche solo un timido allarme sulla “tenuta di quei mercati”, fino ai politici, fino al Senato fino al Congresso fino alla Presidenza e la parola che ritorna è sempre “fraudolento”, pratiche fraudolente, comportamenti fraudolenti. E ci si stupisce se a livello di massa cresce il disprezzo e la diffidenza che produce quel voto di vendetta di cui parlavamo? È semplicemente normale. Dovremmo trovarci in società di zombie se non si manifestasse un fenomeno come questo che chiamiamo con sufficienza “populismo”: il populismo come stile è per certi versi la condizione normale della politica dopo un terremoto di questo tipo e dopo quel gioco di scatole cinesi un po’ perverso che ha prodotto la tempesta perfetta nella quale siamo tuttora immersi.

 

Come provare ad uscirne. Come cercare di rimediare a tutto questo.
Io credo che la prima cosa da fare sia preoccuparsi per la crescita delle forme di populismo che ho provato a delimitare e a definire. Preoccuparsi, ma prenderle molto sul serio. Prenderle molto sul serio come si prende sul serio il sintomo di una malattia. Il populismo – lo ripeto – non è la malattia. Il populismo è il sintomo della malattia esattamente come la febbre. Il problema è individuare il sottostante e cercare di bonificare quei serbatoi dell’odio che sono andati crescendo dentro le politiche che sono state approvate da parlamenti, che sono state proposte da governi e agenzie globali, politiche che vengono e continuano ad essere riproposte. Perché se non si bonificheranno quei serbatoi di odio, della sete di vendetta, di risentimento edi rancore, difficilmente riusciremo a recuperare un soddisfacente equilibrio democratico.
Cosa vuol dire arrivare a quel sottostante? Vorrei chiarire subito che il voto populista non è il voto dei poveri, non lo è in Italia non lo è stato negli Stati Uniti anche se li sono state fatte delle grandi semplificazioni. E’ il voto degli impoveriti. Dei “deprivati”. Chi ha votato Trump non sono i “poveri” (quelli in maggioranza neppure votano), ma in parte il tradizionale elettorato conservatore americano che si è radicalizzato in senso reazionario, sono le popolazioni delle aree periferiche e marginali, delle aree rurali, quelle che costituiscono da lungo tempo il tradizionale serbatoio dell’ Old Great Party. Se guardate le mappe che il New York Times o altri istituti di rilevazione elettorale hanno prodotto subito dopo il voto alle presidenziali americane, è impressionante la geografia del voto per Trump e per la Clinton, con il voto per Hillary concentrato in due fascette laterali molto dense di popolazione (più della metà della popolazione americana sta in queste fasce la West Coast e l’ East Coast dove ci stanno i grandi Hub, i grandi motori della globalizzazione e quelli che vanno veloci quelli che stanno al passo coi tempi)… E poi questo gigantesco pancione centrale americano che è tutto colorato di rosso (il colore elettorale di Trump), l’immenso spazio dell'”America profonda, dove c’è una popolazione rarefatta ma in qualche misura compatta nel suo voto. In fondo hanno votato Trump tutti coloro che in qualche modo, nell’accelerazione contemporanea, sono “rimasti indietro”, quelli che hanno perso qualcosa, compresi i minatori del Kentucky e i siderurgici del Michigan che hanno sempre votato democratico e che per la prima volta hanno votato repubblicano in modo massiccio in odio a coloro che li avevano abbandonati ai venti della globalizzazione e che teorizzavano la green economy quando queste aree vivevano di carbone e di acciaio.


Hanno votato populista non i poveri, lo ripeto, ma tutti coloro che avevano la sensazione di aver perso qualcosa, di essere andati indietro Quel qualcosa poteva essere un pezzettino di un reddito elevato, un pezzettino di reddito da capitale o da lavoro, soprattutto da capitale, quelli che avevano perso la casa, certo (ma quelli magari non votavano nemmeno), quei i maschi che ritenevano di aver perso qualcosa perché il potere femminile stava crescendo, i bianchi che ritenevano di aver perso qualcosa in termini di autostima, di status, perché vedevano avanzare la società multietnica, i “patrioti” (tra virgolette), i nazionalisti che vedevano declinare la potenza americana e che sentivano di aver perso un pezzo del proprio Paese elemento che circola molto molto rapidamente sull’onda dell’illusorio America Great again…
Dietro il voto populista ci sta un senso di perdita di qualcosa e insieme il desiderio di far tornare indietro l’orologio della storia, cosa impossibile come ben sappiamo, Così come sappiamo bene che ogni volta che nelle nostre società moderne si insinua questo tarlo si preparano tragedie. È quello che ha caratterizzato la Germania della fine degli anni venti e dell’inizio degli anni Trenta, quello che ha caratterizzato i periodi peggiori della nostra storia… Sarebbe necessario – tragicamente necessario – riuscire a ricostruire politiche e processi che restituiscano qualcosa. “Inventare” un processo di restituzione di reddito, di status, di un posto nella narrazione collettiva, perché la narrazione collettiva si è mossa finora sulla lunghezza d’onda e sui linguaggi delle iper-elites, quelle che hanno diritto di parola, quelli che scrivono sui giornali, quelli che parlano in televisione, quelli che cantano che suonano che ballano che giocano al pallone, ma il racconto di chi sta in basso è uscito da ogni scena… Questo racconto l’aveva fatto il movimento operaio per un lungo periodo e aveva riscattato dal senso di deprivazione e di marginalità le grandi masse. Quel racconto non è più stato fatto e coloro che sono senza racconto sì rivolgono a protagonisti non narratori ma protagonisti che incarnino in qualche modo le loro passioni tristi e Trump è esattamente questo. I minatori del Kentucky hanno votato Trump perché nella rappresentazione mediatica era sporco brutto e cattivo esattamente come si sentivano loro, con un meccanismo di identificazione in qualche misura etologica (da istinto quasi animalesco e comunque al di fuori da qualunque dimensione razionale). Ebbene, o si riuscirà a spezzare questo meccanismo perverso, facendoci però carico di processi di restituzione attraverso piccole magari semplici riforme che non siano piccole mance, oppure la marcia dei cosiddetti populismi proseguirà, cambiando magari volto e maschere, ma con gli stessi effetti destabilizzanti..

Gli autori

Marco Revelli

E' titolare delle cattedre di Scienza della politica, presso il Dipartimento di studi giuridici, politici, economici e sociali dell'Università degli Studi del Piemonte Orientale "Amedeo Avogadro", si è occupato tra l'altro dell'analisi dei processi produttivi (fordismo, post-fordismo, globalizzazione), della "cultura di destra" e, più in genere, delle forme politiche del Novecento e dell'"Oltre-novecento". La sua opera più recente: "Populismo 2.0". È coautore con Scipione Guarracino e Peppino Ortoleva di uno dei più diffusi manuali scolastici di storia moderna e contemporanea (Bruno Mondadori, 1ª ed. 1993).

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