Perché votare Movimento 5 Stelle

image_pdfimage_print

Dopo una lunga e ininterrotta serie di tentativi riusciti solo parzialmente, l’obbiettivo di trasformare il sistema politico-elettorale italiano sul modello di quello vigente negli Stati Uniti sembra avvicinarsi dopo la scelta del Presidente del Consiglio Mario Draghi di rassegnare le dimissioni. Poiché l’attuale legge elettorale prevede che i 3/8 dei seggi, pari a 147 alla Camera e 74 al Senato, vengano assegnati col sistema maggioritario, i partiti che si sono presentati alle elezioni sono stati costretti a riunirsi in due principali raggruppamenti: uno conservatore, nazionalista e xenofobo, in cui sono confluiti i tre partiti della destra – Fratelli d’Italia, Lega Nord e Forza Italia – e uno guidato dal Partito Democratico che, essendo contrapposto alla destra, per una sorta di riflesso condizionato viene considerato di centro-sinistra, sebbene i suoi programmi di politica estera, economica, industriale e ambientale non siano sostanzialmente diversi da quelli dei suoi avversari, dai quali si differenzia sostanzialmente per una maggiore sensibilità nei confronti dei diritti civili. Entrambi i raggruppamenti danno più importanza alla ripresa dell’economia che all’attenuazione della crisi ecologica, di cui sottovalutano la gravità; negano l’impatto ambientale delle scelte di politica industriale che intendono perseguire per superare la crisi economica ed energetica: inceneritori, rigassificatori, centrali nucleari e centrali termoelettriche a gas con cattura delle emissioni di anidride carbonica; grandi opere di dubbia utilità da finanziare col debito pubblico perché non ammortizzerebbero mai i loro costi: linee ferroviarie ad alta velocità, estensione della rete autostradale, ponte di Messina. Entrambi gli schieramenti considerano la guerra tra la Russia e l’Ucraina una guerra tra il male e il bene e condividono la scelta di continuare a fornire armi e denaro alle forze del bene sostenute dalla Nato per favorire la loro vittoria, col risultato di allungare la durata del conflitto, aumentare la sofferenza della popolazione ucraina, aggravare le tensioni internazionali e rendere sempre più difficile una soluzione negoziata.

La sostanziale identità delle posizioni sostenute dai due schieramenti in politica interna e in politica estera inducono a dedurre che, in realtà, lo schieramento antagonista alla destra non possa essere definito di centro-sinistra, ma costituisca una variante moderata della destra, come succede negli Stati Uniti col Partito Democratico e il Partito Repubblicano. La progressiva riduzione dello spazio per alternative reali a queste due opzioni più formali che sostanziali, lascia senza rappresentanza politica settori sempre più ampi della popolazione, che reagiscono con l’astensionismo. Attualmente la percentuale degli elettori è scesa a circa il 50 per cento degli aventi diritto. Questo fenomeno, indipendentemente dal livello di consapevolezza con cui viene presa la decisione di non andare a votare, viene incoraggiato dalla casta politica con sistemi di selezione dei candidati alle elezioni che impediscono agli elettori di scegliere i loro rappresentanti; ignorando la volontà popolare se effettua scelte alternative a quelle condivise dalla destra e dal centro-destra, come si è verificato in Italia con la decisione politica di non rispettare l’esito del referendum sull’acqua pubblica e con la reiterazione, per la terza volta, della proposta di costruire delle centrali nucleari dopo due referendum che l’hanno bocciata; arrivando all’impudenza di sostenere apertis verbis la necessità di ridurre gli ambiti in cui la volontà popolare possa esprimersi.

Per acquisire una patina di sinistra e intercettare nella prossima scadenza elettorale una quota di elettori di quell’orientamento politico, lo schieramento di centro-destra guidato dal Partito Democratico ha inserito al suo interno il soggetto politico recentemente costituito dai Verdi e da Sinistra Italiana, che si è autorappresentato sotto forma di cocomero, verde fuori e rosso dentro, per simboleggiare la volontà di unire l’impegno ambientalista con l’impegno per la giustizia sociale. Non è difficile immaginare che, accettando di far parte di un raggruppamento che antepone la ripresa economica all’attenuazione della crisi ecologica e alla tutela delle classi sociali più deboli, Verdi e Sinistra Italiana, a cui prima dell’accordo col Partito Democratico i sondaggi attribuivano il 4 per cento dei consensi elettorali, perdano una parte dei loro attivisti e dei loro elettori, riducendo il contributo di voti, già non esaltante, che potrebbero apportare all’alleanza e condannandosi all’irrilevanza politica. I prezzi, politici e umani, pagati dai due dirigenti dei partitini di sinistra per ottenere alcune candidature in quel raggruppamento politico, si sono manifestati nell’espressione smarrita dei loro volti alla conferenza di presentazione dei loro capilista alla stampa. Che l’operazione ordita dagli strateghi del raggruppamento di centro-destra non fosse win win, ma lose lose, è testimoniato inoltre dal fatto che questo accordo ha provocato la rottura dell’accordo precedentemente stretto dal Partito Democratico col partito Azione, che si colloca alla sua destra e, secondo i sondaggi, avrebbe apportato un contributo di voti pressoché equivalente.

Se le alleanze elettorali non vengono effettuate confrontandosi sui contenuti, ma calcolando il numero dei seggi che, in base ai sondaggi, i contraenti presumono di ottenere nei collegi uninominali, una valutazione numerica semplice semplice avrebbe dovuto indurre il Partito Democratico ad avviare una trattativa col Movimento 5 Stelle, che veniva accreditato a più del 10 per cento e aveva una connotazione politica non incompatibile con la sua. Evidentemente l’obbiettivo del Partito Democratico non è battere lo schieramento politico di destra, ma ridimensionare e isolare il Movimento 5 Stelle, non solo perché in relazione alla guerra russo-ucraina non si è appiattito sulle posizioni della Nato, ma anche perché, se ottenesse la rappresentanza elettorale prevista dai sondaggi, potrebbe costituire un terzo polo, oltre la destra e il centro-destra, e diventare determinante dopo le elezioni per formare la maggioranza parlamentare, bruciando il progetto di trasformare il sistema politico italiano in un bipartitismo tra due opzioni politiche molto più simili che alternative tra loro, in grado di garantire alle élites interne e internazionali la tutela dei loro interessi qualunque sia il raggruppamento politico al governo.

Se è vero che a pensar male si fa peccato, ma quasi sempre ci si azzecca, l’obbiettivo di ridimensionare la forza politica del Movimento 5 Stelle è stato, all’evidenza, il filo conduttore di tutta la XVIII legislatura, iniziata con la vittoria inaspettata e travolgente di questo partito, che il 4 marzo 2018 ottenne il 33 percento dei consensi. Nell’ultima fase della legislatura, poi, il lavoro di indebolimento dall’esterno del Movimento 5 Stelle fu sostenuto da un lavoro di indebolimento dall’interno, guidato dal suo ex capo politico Luigi Di Maio che, in contrasto con le decisioni del suo partito, nel mese di gennaio 2022 manovrò sottobanco per favorire il desiderio di Mario Draghi di diventare Presidente della Repubblica. L’operazione non riuscì, ma Di Maio non si arrese e il 21 giugno formalizzò una scissione del Movimento 5 Stelle, che fu condivisa da 63 tra deputati e senatori. Pochi giorni dopo il Presidente del Consiglio presentò un decreto contenente misure per alleggerire gli effetti dei prezzi sempre più alti dell’energia elettrica e dei prodotti petroliferi, il cosiddetto Decreto Aiuti, in cui aveva inserito il finanziamento dell’inceneritore richiesto dal sindaco di Roma, sebbene non fosse inerente all’oggetto. Sapendo che la proposta era inaccettabile dai pentastellati, sull’approvazione del decreto aveva posto il voto di fiducia, in modo da poter scaricare su di loro la responsabilità di una eventuale crisi di governo (e, probabilmente, per uscire elegantemente da un ruolo sempre più difficile da gestire). Giuseppe Conte che, nonostante le resistenze di Beppe Grillo, il 6 agosto 2021 era stato eletto presidente del Movimento 5 Stelle con un consenso quasi plebiscitario, subordinò il voto del suo partito alla disponibilità del governo di discutere un documento programmatico di nove punti. Il Presidente del Consiglio rifiutò il confronto e il 10 luglio il Movimento 5 Stelle alla Camera votò a favore della fiducia, ma contro il decreto. Il 14 luglio, al Senato, dove non è previsto il voto disgiunto, non partecipò al voto e, sebbene la maggioranza dei senatori avesse confermato la fiducia al governo, il Presidente del Consiglio salì al Quirinale per rassegnare le dimissioni, poi confermate il 20 luglio, dopo che il Governo aveva nuovamente ricevuto la fiducia dal Senato (con 95 sì e 38 no) pur con l’assenza di Lega e Forza Italia e la mancata partecipazione al voto dei senatori pentastellati, pur presenti.

Tutti i tentativi di rendere politicamente irrilevante il Movimento 5 Stelle non sono riusciti nell’intento. Non ci sono riusciti innanzitutto i suoi errori: la scelta dell’uno vale uno che non ha favorito una selezione dei quadri in base alla competenza, la proibizione di costituire strutture territoriali che ha impedito la conoscenza reciproca degli attivisti, la modalità on line di scegliere i candidati alle elezioni che ha favorito chi ha saputo crearsi più adepti nel suo ambito territoriale. Non c’è riuscita l’alleanza con la Lega. Non ci sono riusciti i pesanti giudizi negativi espressi più volte da Grillo nei confronti di Conte, né la sua scelta di sostenere il governo Draghi e di condizionare pesantemente il voto on line che l’ha confermata, né il suo sostegno a Cingolani come ministro della Transizione ecologica. Non c’è riuscito lo stillicidio di deputati e senatori voltagabbana che nel corso degli anni hanno lasciato il Movimento ma non il seggio parlamentare, né la raffica delle espulsioni. Non c’è riuscito il bullismo mediatico dei mass media che hanno utilizzato ogni pretesto per criticare pesantemente ogni decisione dei rappresentanti del Movimento con cariche istituzionali, anche attribuendo loro responsabilità che non potevano oggettivamente avere. Non c’è riuscita nemmeno la scissione di 63 deputati pochi giorni prima che il Presidente del Consiglio ponesse il voto di fiducia sul decreto Aiuti. Gli attacchi sistematici dall’esterno, a volte smaccatamente pretestuosi, e le lacerazioni interne, innescate per lo più da chi intendeva mantenere oltre il limite dei due mandati i privilegi delle cariche elettive, hanno ridotto a un terzo la rappresentanza parlamentare che avevano conquistato nelle elezioni del 2018 e hanno eroso, secondo i sondaggi, in misura analoga i loro consensi elettorali. Tuttavia gli sfoltimenti sono stati selettivi: se ne sono andati gli elettori che li avevano votati non perché ne condividessero i programmi, ma per punire gli altri partiti; se ne sono andati gli eletti che erano stati attratti dalla facilità con cui i ridicoli meccanismi on line di selezione dei candidati consentivano di accedere alle ben retribuite cariche istituzionali. Questa pulizia non solo li ha rafforzati qualitativamente perché ha aumentato la loro coesione interna, ma ha favorito l’adesione di elettori e militanti politici che, pur condividendo molte delle loro idee – dalla giustizia, all’ecologia, all’onestà nella gestione della cosa pubblica, al limite dei due mandati elettorali – erano stati respinti dalla loro connotazione di partito padronale, dai loro errori e dal loro caos organizzativo e ideologico.

Probabilmente sarà il raggruppamento di destra a vincere le prossime elezioni politiche. Se avrà la maggioranza assoluta il Presidente della Repubblica dovrà dare l’incarico di formare il governo a un/a suo/a rappresentante. Se non avrà una maggioranza assoluta si riproporrà l’ipotesi di un governo di larghe intese, a cui probabilmente il Partito Democratico aderirebbe. In ogni caso il prossimo governo si troverà ad affrontare i gravissimi problemi sociali posti dalla carenza e dall’aumento del prezzo del gas – chiusura di attività produttive e commerciali, impossibilità per molte famiglie di pagare le bollette, disoccupazione, povertà – e i problemi posti dal riscaldamento globale e dagli eventi meteorologici estremi. Né gli uni, né gli altri possono essere risolti dalle scelte di politica economica e industriale finalizzate a una ripresa dell’economia sui modelli antecedenti la pandemia, come propongono la destra e il centro-destra. Diventerà pertanto strategico un buon risultato elettorale dei due partiti al di fuori di questi due schieramenti, in particolare del Movimento 5 Stelle, perché non sembra che Unione Popolare possa raggiungere percentuali determinanti per influenzare le decisioni politiche, anche se è prevedibile che accrescerà i suoi consensi sostenendo le rivendicazioni delle classi sociali penalizzate fino al limite della sopravvivenza.

Il Movimento 5 Stelle, per merito soprattutto dei suoi avversari che hanno fatto di tutto per emarginarlo, trarrà vantaggio dall’isolamento in cui l’hanno costretto pensando d’indebolirlo, innanzitutto perché a livello emotivo il singolo bullizzato suscita più simpatia della ghenga che lo bullizza: basti pensare al fatto che è l’unico partito con una percentuale significativa di potenziali elettori a non essere stato invitato a dire la sua al meeting di Comunione e Liberazione. A livello politico la sua autonomia dalla continuità con la cosiddetta agenda Draghi, rivendicata invece dal segretario del Partito Democratico, Enrico Letta, sia in politica interna, sia nell’allineamento alla politica bellicista della Nato sulla guerra in Ucraina, gli offrirà la possibilità di recuperare una parte di coloro che negli anni scorsi sono andati, e di coloro che andrebbero a ingrossare il numero dei non votanti perché non si riconoscono più nei partiti di sinistra esistenti. Il vero voto utile delle prossime elezioni non sarà quello finalizzato a sostenere il raggruppamento di centro-destra per arginare quello di destra, perché la posta in gioco non è la contrapposizione tra fascismo e antifascismo, come vogliono farci credere, ma il successo o il fallimento dell’ennesimo tentativo di ridurre la dialettica democratica all’alternanza di due concezioni leggermente differenti, ma non alternative, della politica interna e della politica estera. Il vero voto utile sarà quello che può trasformare in una posizione di forza l’isolamento in cui è stato spinto il Movimento 5 Stelle, perché può metterlo in grado di impedire la realizzazione di questo progetto finalizzato alla conservazione di un precario equilibrio mondiale basato sulla deterrenza e non sulla collaborazione, alla riproposizione dei tentativi fallimentari di conciliare la finalizzazione dell’economia alla crescita della produzione di merci col rientro nei limiti della sostenibilità ambientale, al mantenimento dell’iniquità tra le classi sociali e tra i popoli.

Il sostegno al Movimento 5 Stelle in questa scadenza elettorale non significa condividerne totalmente le posizioni politiche, ma favorire un confronto tra questo soggetto politico-istituzionale e il variegato mondo dei movimenti pacifisti, ecologisti, per la difesa dei beni pubblici, contro il consumo di suolo, per la tutela del paesaggio, contro gli inceneritori e i rigassificatori, per lo sviluppo delle energie rinnovabili e le comunità energetiche, per l’abolizione degli allevamenti intensivi e il benessere animale, per il sostegno all’agricoltura biologica e un inserimento lavorativo dei migranti nel rispetto delle normative contrattuali vigenti. Alla tendenza a restringere gli spazi della democrazia va contrapposta una spinta ad allargarli anche al di fuori degli ambiti istituzionali. Forse è un’utopia, ma la specie umana è arrivata a un punto di svolta che richiede un cambiamento profondo. Ne va della sua sopravvivenza.

Gli autori

Maurizio Pallante

Maurizio Pallante, laureato in lettere, si occupa di economia ecologica e tecnologie ambientali. Nel 2007 ha fondato il Movimento per la decrescita felice, di cui è presidente onorario. È autore di numerosi saggi e articoli

Guarda gli altri post di:

2 Comments on “Perché votare Movimento 5 Stelle”

  1. Bell’articolo. Qualche appunto, però.
    Per “scartare” il voto a taluni l’unico motivo addotto è la probabile irrilevanza percentuale. Cedimento alla dittatura dei sondaggi, per quanto fondato.
    Sulla storia del M5S, la ricostruzione non rende giustizia di chi ne è uscito ben prima, e soprattutto con motivazioni ben più serie (ovviamente non in tutti i casi, ma tant’è), rispetto al non essere rieletti.
    Ben più emblematica la storia di Di Maio. Non risale a un voltafaccia di gennaio ’22. Io “misi una croce sopra” ad una mia possibile condivisione del Movimento, quando ne vidi l’irriducibile ascesa a Capo Politico. Era da tempo evidente come non avesse vera convinzione ideale (più vero il Crozza che lo imitava). I primi seri dubbi mi vennero già nel ’18: poco prima delle elezioni Di Battista andò ad ascoltare gli innovatori della Silicon Valley, Di Maio fu sguinzagliato a stringere amicizie al Congresso di Washington.
    Lo stesso Conte non è un emblema di estrema competenza. Forse nessuno avrebbe fatto meglio di lui, eppure non si può dire che la pandemia l’abbia gestita al meglio. Lasciamo stare le brutte figure di alcuni suoi ministri. Mi basta la rilevanza data al Comitato Tecnico Scientifico, ch’era tutt’altro: camera di compensazione tra “scienziati” (che almeno all’inizio, nell’epoca delle decisioni più dure, brancolavano un po’ nel buio) e “stakeholder” (che avevano idee più chiare e potere per imporsi).

  2. il terzo polo non é affatto una novita nel panorama politico italiano.

    nella prima repubblica c erano molti partititini insignificanti, con pochi parlamentari, che giocavano a fare l ago della bilancia tra gli opposti schieramenti nelle situazioni di stallo.
    spesso erano i voti indispensabili per arrivare al 50%.
    voti che venivano venduti a caro prezzo in cambio di cariche poltrone o altro.

    fare questo gioco significa fare una politica che va avanti giorno per giorno, bloccata e ingessata
    da inteessi di bottega e egoismi di parte.
    questo gioco toglie qualsiasi possibilita a politiche di lungo respiro e garantisce l immobilismo.

    garantire un reddito di cittadinanza é senz altro encomiabile se i percettori fossero realmente in situazioni di disagio.

    al sud, lo sanno anche i sassi, molti lavorano in nero. non é una novita (avete mai visto una ricevuta fiscale al ristorante al sud?).

    questo consente di essere percettori del reddito, di apparire al fisco senza reddito,
    di avere bonus di vario genere e di percepire il reddito di cittadinanza. e adesso pure aiuti per la bolletta .

    non é un caso che i 3/4 del reddito vada al sud.
    il tutto a carico dei contribuenti onesti che si trovano un conto sempre piu elevato.

    questa giostra si deve fermare al piu presto.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.