La guerra e le metafore a buon mercato

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La guerra ha da subito aperto un mercato delle metafore a buon mercato su cui rappresentare la realtà che abbiamo di fronte: l’Ucraina è la vittima del bullo, è la donna violentata dal bruto, è il conducente d’auto vittima di un pirata della strada, e via dicendo. Su questa linea è esemplare la pièce di Stefano Massini I filosofi e il cretino andata in onda nel corso della puntata del 5 maggio 2022 del programma “Piazzapulita” su La7 (https://www.la7.it/piazzapulita/video/i-filosofi-e-il-cretino-il-racconto-di-stefano-massini-05-05-2022-437063?). Qui l’attore, evocando nientedimeno che i pensatori della Grecia classica, rimprovera in merito che se un guidatore ubriaco procura un incidente la colpa è solo e soltanto sua, e non va cercata in chi costruisce macchine veloci, in chi gli ha venduto l’alcol o in altre variabili contestuali. E ci mancherebbe. La metafora di Massini è implicita, non relata ad altro nella sua performance, ma il senso si capisce dalla cornice del programma televisivo che l’ha ospitata: seguendo questo conio, ripiombiamo sul mantra mainstream che viene predicato dal primo giorno di guerra: esiste solo il piano invasi/invasori, l’impatto è solo quello del 24 febbraio 2022, la colpa è solo della Russia, che è il carnefice da combattere mentre dell’Ucraina dobbiamo essere alleati fino alla fine. Chi sposta l’attenzione su altro è alleato della Russia di Putin ed empio come lui, oltre che cretino. Chiaro no? basta una metafora per spiegare tutto.

È così? No.

Le metafore che usiamo per spiegare il reale sono dispositivi retorici che semplificano, riducono, traducono, e finanche tradiscono i fenomeni sul conio dell’esempio a cui li riduciamo. L’algoritmo «la guerra è come X» non rappresenta tutta la complessità della guerra ma la semplifica in funzione della variabile X che scegliamo. Prima di tutto perché la guerra non è solo come X. La guerra non è solo una metafora, e ci vorrebbero una miriade di metafore se volessimo rappresentarla in questo modo con un minimo di esaustività; senza semplificarla secondo i nostri comodi, scegliendo la metafora X, quella Y o quella Z. Se per pensare un evento usiamo un conio unico che riguarda un evento finito in cui ragioni e torti sono separati al 100% la rappresentazione dell’evento deriverà dalla struttura del conio, non da quella dell’evento. La guerra in corso non è in toto riducibile a un incidente, a una violenza carnale, a un atto di bullismo (dove queste metafore sono strutturalmente omologhe in quanto sostanziano situazioni dove la ragione è totalmente separata dal torto).

Che vuol dire? Che la Russia non è l’invasore in torto marcio? No. Vuol dire che quel piano di realtà, pur essendo ineludibile, non è il solo. E che ridurre monocausalmente la nostra rappresentazione della realtà a quell’unico piano è un atto retorico di selezione, di sineddoche in cui evidenziamo una parte per coprire il tutto. Vuol dire che queste metafore sono utili a rappresentazioni ideologiche che rimuovono i piani disfunzionali in base a un finalismo interpretativo orientato a convincerci della sussumibilità del reale in una narrazione manichea che separa in modo netto il bene dal male; forcludendo in tal modo una serie di piani concausali che andrebbero invece intesi in una logica non esclusiva ma inclusiva. Vale a dire che in molti casi non esiste solo una causa “o” l’altra, in cui i piani di realtà si oppongono, ma che esiste una causa “e” l’altra, che i piani di realtà si combinano, sono compresenti.

La dovremmo smettere di spiegare la guerra con queste metafore di comodo usandole come punto di arrivo, come conclusione. Le metafore al limite sono punti di partenza da cui aprire riflessioni rispetto a ciò che eccede le metafore stesse, perché le metafore sono sempre un po’ vere e un po’ fasulle, rivelano e mascherano: ogni singola metafora mentre svela un piano, quello dell’intersezione tra i due fenomeni che pone in analogia, ne vela altri, quelli che eccedono da tale intersezione.

Perciò bisognerebbe capire che le metafore non riflettono in toto la realtà ma sono maschere con cui mettiamo in scena il reale; e ragionare sul loro scarto, se vogliamo svelare l’eccesso osceno che sottendono.

Riprendiamo la metafora dell’incidente. Se la usiamo per rappresentare l’invasione del 24 febbraio 2022 l’incidente è stato causato dalla Russia. Se la usiamo per rappresentare gli eccidi del Donbass perpetrati negli otto anni precedenti da neonazisti ucraini inquadrati regolarmente nell’esercito ai danni dei russofoni allora l’incidente è stato causato dall’Ucraina. Se la usiamo per rappresentare l’allargamento della NATO ad Est, tradendo patti contratti a partire dagli anni ’90, l’incidente allora è stato causato dalla NATO (come hanno riconosciuto in molti, da Kissinger a papa Francesco). La prima metafora è quella in uso dalla parte atlantista, le altre due sono quelle in uso dalla parte russa. Chi ha ragione? Quale dei tre piani vale? È che trattando la vicenda in base a questa logica esclusiva si sbaglia: questi piani di realtà ci sono tutti e tre. Oltre al piano invasi/invasori ci sono (almeno) questi altri due piani.

Il primo è il piano della reciproca conflittualità etno-nazionalistica che si protrae da anni tra Russia e Ucraina e che ora è degenerata in un odio razziale-culturalista pericolosissimo e in continua crescita. Il secondo è il piano delle tensioni geopolitiche, in una cornice di interessi politico economici tra gas, petrolio, grano, minerali rari, in cui dal punto di vista russo la pressione egemonizzante dell’occidente con la NATO in testa è un’invasione della loro area di influenza.

Possiamo anche pensare che il punto di vista russo sia totalmente falso ed empio e quello atlantista sia del tutto vero e giusto; ma dal loro punto di vista, i russi si sentono per molti versi invasi dall’Occidente, da anni. Dal loro punto di vista loro si stanno difendendo e gl’invasori sono gli occidentali. Possiamo non condividere questa visione ma dovremmo iniziare a comprendere che esistono punti di vista plurali e divergenti. Se non altro perché quando, partendo dalla difesa dell’Ucraina, l’asse atlantista dichiara che vuole sconfiggere bellicamente, isolare politicamente e far fallire economicamente la Russia gli confermiamo che una loro antica paranoia di essere aggrediti dall’Occidente non è del tutto campata in aria.

Pensare che esiste solo il nostro punto di vista è una forma di etnocentrismo geopolitico che è utile come atto di potere, se vogliamo annullare il nemico, ma dannosa in senso diplomatico, se vogliamo negoziare, trovare un compromesso tra le parti.

Riconoscere che ci sono più piani di realtà non significa giustificare l’invasione di Putin ma, pur condannandola, significa inserirla in una cornice di comprensione più ampia che non dobbiamo rimuovere se vogliamo prendere coscienza del macro-processo in cui ci troviamo, che ha dei precedenti storici e che, soprattutto, avrà uno sviluppo geopolitico futuro che dobbiamo cercare di governare se non vogliamo essere travolti dagli eventi.

Infatti, a differenza di un incidente d’auto che guardiamo essersi appena consumato dal ciglio di una strada, in questo caso non siamo di fronte a un processo finito ma a un processo in divenire. E questo è un altro grande errore che rivela quanto queste metafore sono farlocche, quanto queste metafore sono più utili a mistificare che a capire la realtà nella sua complessità.

Se vogliamo restare nell’economia di questa metafora dobbiamo renderci conto che siamo di fronte a una serie di incidenti che stanno avvenendo ora, anzi, ci siamo in mezzo, il processo è in corso.

Questi incidenti in fieri sono il rischio che la guerra si protragga, che l’Ucraina diventi un nuovo Israele (come ha detto che vorrebbe Zelensky, sic) che diventi un nuovo Vietnam, un nuovo Afghanistan, una nuova Siria o un nuovo Ruanda. C’è il rischio che la guerra porti a una guerra energetica e di risorse, che inneschi una crisi sistemica globale. C’è il rischio che il conflitto tracimi dalla dimensione glocale con cui oggi si sta combattendo una guerra mondiale per procura confinata in Ucraina. C’è il rischio che a quel punto tutto degeneri in guerra atomica e che questo porti all’olocausto nucleare, alla fine dell’umanità.

Di fronte a tutto questo sarebbe il caso di toglierci i paraocchi monocausali di metafore banalizzanti che, a ben vedere, date le circostanze sono funzionali solo a fomentare l’invasamento bellico, l’invio di armi, armi e ancora armi, in un contesto in cui tutti i contendenti vogliono solo la vittoria; di fronte a un baratro dove noi abbiamo ufficiosamente deciso che la Russia deve perdere e la Russia ha deciso che se dovesse perdere userà l’atomica. È così difficile fare due più due? Ci vuole tanto a capire che se ci mettiamo i paraocchi di metafore sempliciotte che riducono tutto al piano invasi/invasori non ci accorgiamo che stiamo sbattendo contro un muro e che dobbiamo premere il pedale del freno mentre invece seguitiamo ad accelerare.

Visto? le metafore si possono usare in tanti modi ma l’importante è usarle come premesse per uscire da esse, non come conclusioni in cui infilare la testa come degli struzzi.

Gli autori

Antonello Ciccozzi

Antonello Ciccozzi è professore associato di Antropologia culturale nell’Università degli Studi dell’Aquila

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One Comment on “La guerra e le metafore a buon mercato”

  1. nella piece dell incidente la rappresentazione non é l incidente, ma la linea
    interpretativa del pensiero unico.

    nella nostra epoca l individuo é, nel bene e nel male, l unico responsabile di cio che fa. per inciso questo lo sostengono prevalentemente le persone “arrivate”, guardacaso.
    specularmente il disoccupato viene colpevolizzato (non si da da fare,non ha voglia di far fatica).
    una mera questione di volonta. in realta sappiamo che chi é arrivato di solito é partito da situazioni gia definite o con un buon grado di solidita economica

    nell incidente c entra eccome chi gli ha venduto l alcool, specie se aveva notato che era palesemente su di giri.
    in alcuni Paesi, se al pub ti vedono alticcio, il titolare puo chiederti le chiavi della macchina per impedirti di guidare e di fare un incidente, appunto. altrimenti in caso di incidente il titolare ha una sua quota di responsabilita.

    forse anche l altra parte coinvolta nell incidente rileva, se per esempio é passato col rosso. a quel punto la responsabilita del nostro guidatore cambia radicalmente.

    se i freni non hanno tenuto.
    i se e le variabili possono essere molti. difficile considerarli e identificarli e dare il giusto peso.

    se invece ci accontentiamo di una lettura da terza elementare, tutto risulta piu facile:
    basta capire chi guidava, lui é il responsabile.

    fuor di metafora, questa é la lettura prevalente della guerra.

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