Visco, Bonomi e il convitato di pietra

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Nel suo intervento del 12 febbraio 2022 (https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/interventi-governatore/integov2022/FOREX-12-febbraio-2022-Visco.pdf) al 28° Congresso Assiom Forex, (l’associazione degli operatori dei mercati finanziari) il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco si è espresso sull’attuale situazione economica, con particolare attenzione a ciò che accade in Italia. Tralascio ‒ ma segnalo ‒ l’ampio e, a mio avviso, inquietante capitolo dedicato all’evoluzione della finanza, intitolato significativamente “I cambiamenti nell’industria finanziaria: opportunità e rischi” (al lettore comune i rischi sembrano tanti e le conseguenze appaiono pronte a ricadere sulle masse popolari mentre si intuisce che le eventuali “opportunità” avvantaggeranno i soliti speculatori) e vengo al passaggio che mi ha colpito, anche perché è stato riproposto in formulazione ancora più netta dai telegiornali.

Visco afferma che «anche se è probabile che la prevista riduzione dell’inflazione trovi conferma nei prossimi mesi, i rischi di un disancoraggio delle aspettative e di avvio di rincorse tra prezzi e salari, di cui pure al momento non vi è evidenza, vanno attentamente monitorati». Vale la pena di riportare anche quest’altro passaggio: «La principale risposta all’aumento del livello dei prezzi dell’energia – un evidente, inatteso, shock di offerta – non dovrebbe provenire dalla politica monetaria, specialmente in assenza di una rincorsa tra salari e prezzi e in presenza di aspettative di inflazione che restano saldamente ancorate all’obiettivo della banca centrale. Mentre sia la politica monetaria sia quella di bilancio possono contrastare gli effetti inflattivi dei costi dell’energia, solo la seconda è infatti in grado di agire direttamente su questi ultimi, compensando, almeno in una certa misura, la perdita di reddito disponibile e contenendone gli effetti sull’economia». Ne deduciamo che il “sistema” si squilibra con poco (l’“inatteso shock di offerta” che peraltro arriva al momento opportuno) e che della temuta “rincorsa tra prezzi e salari” non si vede nemmeno l’ombra (ma, essendo temibilissima, bisogna scongiurarla); come per il diavolo l’acquasanta, così per il “rischio rincorsa” il vade retro è costituito da un’accorta “politica di bilancio” che scongiurerà “almeno in parte” la perdita di reddito per le masse popolari. Non possiamo fare a meno di collegare le parole del governatore Visco a quelle pronunciate recentemente dal presidente di Confindustria Carlo Bonomi, secondo il quale «se si vogliono innalzare i salari subito, la strada sono contratti di produttività in ogni impresa, addizionali al contratto nazionale»; bisogna insomma andare «verso un riformismo competitivo: non interventi a margine ma riforme efficaci, che rendano moderno e competitivo il Paese». Perché, secondo Bonomi, sprezzatore di ogni decrescita, di ogni critica dell’idea di sviluppo, la formula da seguire per far fronte all’“enorme debito italiano” è soltanto una: «crescere, crescere, crescere».

L’amoroso duetto tra Visco e Bonomi non finisce qui. Nella conclusione del suo intervento all’Assiom Forex Visco afferma: «Per le banche e gli intermediari finanziari gli investimenti in tecnologia e una gestione efficace dei rischi, anche di quelli legati al cambiamento climatico, non sono solo strumenti volti ad affrontare la crescente competizione, ma leve fondamentali per ridurre i costi dell’intermediazione, accrescere la qualità dei servizi offerti, migliorare la redditività e, in ultima analisi, fornire all’economia il sostegno di cui essa necessita». Anche quelli legati al cambiamento climatico: attenzione, interviene un elemento insolito nel lessico dell’analisi economico-finanziaria. Ho fatto una veloce indagine lessicale sulle relazioni annuali di Bankitalia, a partire dal 2016, contando la ricorrenza dell’espressione “cambiamenti climatici”. Questi i risultati: 2016, nessuna volta; 2017, nessuna volta; 2018, nessuna volta; 2019, quattro volte; 2020, 18 volte. Di particolare interesse, nel rapporto del 2020, il capitolo intitolato “Banche centrali, cambiamenti climatici e finanza sostenibile”. Non vorrei svilire il complesso contenuto del capitolo ma è lampante che l’attenzione ai cambiamenti climatici, con la motivazione di garantire la stabilità finanziaria è volta soprattutto verso la messa a profitto del problema climatico.

A questo “squillo di tromba” corrisponde quello lanciato da Bonomi: «Servono interventi strutturali che aumentino l’offerta di energia, da destinare alle imprese. In Francia, il Governo sta riservando il 70% dell’energia nucleare a basso costo alle imprese e anche noi abbiamo bisogno di qualcosa di simile, con le nostre capacità». Per concludere, secondo Bonomi, l’Italia ha fatto una scelta per referendum 34 anni fa sulle tecnologie disponibili: oggi che le tecnologie sono avanzate, c’è l’opportunità per discuterne in modo non ideologico. «Le transizioni tecnologiche sono ineludibili. Ma se si impongono forzature diventa pericoloso. O si ha una filosofia di accompagnamento o si rischia un disastro sociale». Lascio al lettore immaginare qual sia la “filosofia d’accompagnamento”: il nucleo centrale di tal filosofia deve essere costituito dal tentativo di convincere la popolazione che esiste un “nucleare di quarta generazione”, un “nucleare pulito”. Nel frattempo freghiamocene pure dell’insopportabile inquinamento delle nostre città, del dissesto idro-geologico, della insostenibile produzione di rifiuti etc. La spinta verso la scelta nucleare, che comunque diventerebbe operativa tra decenni, meriterebbe una critica analitica ma, in sintesi, possiamo accettare il titolo di un interessante opuscolo di Legambiente: “Atomo sicuro?Nucleare pulito? Tutte balle” (https://volerelaluna.it/materiali/2022/02/15/atomo-sicuro-nucleare-pulito-tutte-balle/).

Tiriamo le fila: Visco e Bonomi, come dimostrano le “citazioni parallele” si stanno muovendo in sintonia. La redistribuzione della ricchezza è lo scoglio più insidioso, da evitare anche qualora i redditi delle masse popolari scendano ulteriormente; la ricetta per uscire dalla crisi pandemica è sempre la stessa, quella di incrementare la produzione (quale, come, perché sono domande che non interessano); se i lavoratori vogliono qualche briciola si adattino a collaborare al programma del “crescere, crescere, crescere” e ad accettare il mostruoso “riformismo competitivo”.

A questa sfacciataggine sconfinata risponde la “sinistra patetica” (felicissima definizione di Starnone, che prendo a prestito) con le parole di Maurizio Landini, il quale interpreta correttamente la formula del riformismo competitivo proposta da Bonomi: «Se poi, di fronte al problema dei contratti nazionali e dell’inflazione che cresce, [Bonomi] risponde che non va cambiato nulla perché l’unico luogo dove devono crescere eventualmente i salari è con la produttività, dove si fa la contrattazione aziendale, per noi questa è una cosa non accettabile» (www.ansa.it/sito/notizie/economia/2022/02/12/contratti-landini-inaccettabili-parole-bonomi_a9a36fe3-7ea3-4959-9711-3c945d37e485.html). Risposta senz’altro flebile perché le parole di Visco e di Bonomi congiunte dovrebbero portare, ora che ci accingiamo a uscire dallo stato di emergenza, almeno a uno stato di mobilitazione permanente. Gli ultimi rapporti Oxfam mettono in rilievo la crescita delle diseguaglianze in Italia: tra marzo 2020 e novembre 2021 il numero dei miliardari italiani della Lista Forbes è aumentato di 13 unità, sono cresciuti di circa un milione i poveri, sono aumentati soprattutto i working poor e, sulla base dei dati OCSE, l’Italia è l’unico Paese dell’Unione europea in cui, negli ultimi 30 anni, il salario medio dei lavoratori è diminuito anziché aumentare. Quello del reddito è soltanto un aspetto, ancorché centrale. Perciò le parole di Landini ci colpiscono: per l’inerzia del sindacato di fronte a un attacco così massiccio, per la mancanza di autocritica necessaria: se i lavoratori non si vedono più rappresentati dai grandi sindacati è perché da troppo tempo questi non hanno difeso le ragioni dei lavoratori.

Ultima citazione: «La politica salariale nei prossimi anni dovrà essere molto contenuta, i miglioramenti che si potranno chiedere dovranno essere scaglionati nell’arco dei tre anni di durata dei contratti collettivi, l’intero meccanismo della Cassa integrazione dovrà essere rivisto da cima a fondo. Noi non possiamo più obbligare le aziende a trattenere alle loro dipendenze un numero di lavoratori che esorbita le loro possibilità produttive». Queste sono parole di Luciano Lama tratte da una famosa intervista rilasciata ad Eugenio Scalfari (La Repubblica, 24 gennaio 1978). Era il 1978: il piano inclinato che ci ha portati sino a negare quasi ogni valore al lavoro è iniziato molto tempo fa e adesso possiamo valutarne appieno le conseguenze.

Gli autori

Giovanna Lo Presti

Giovanna Lo Presti è portavoce nazionale CUB Scuola

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