Il lavoro offeso

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L’esercito francese aveva subito la più cocente delle sconfitte: l’imperatore Napoleone III era stato catturato, l’esercito prussiano era giunto sino a Parigi e aveva imposto una resa disonorevole alla Francia imperiale. Il Governo Thiers chiese proprio al nemico prussiano di liberare 100.000 prigionieri di guerra per disporre delle forze necessarie per reprimere la Comune di Parigi. Nemico sui campi di battaglia, ma alleato contro la classe proletaria in quella che fu definita “la settimana di sangue”, nel corso della quale fiumi di sangue irrorarono le strade parigine e la più vile caccia all’uomo fu perpetrata. Si tratta di una pagina che dovrebbe far riflettere coloro che si illudono sulla possibilità di conciliare gli interessi contrapposti di classi contrapposte, di stringere patti sociali, di assicurare la “pace sociale”.

Anche in Italia contro i lavoratori della Pirelli, che nel maggio 1898 scesero in piazza contro la carestia e la fame che falcidiavano la popolazione, fu scatenato dal Governo un esercito di 20.000 soldati che presero a cannonate le barricate erette in città e lasciarono sul terreno 700 morti. Persino nell’ Italia repubblicana i governi, seppur istituiti da una Costituzione fondata sul lavoro, ingiunsero di sparare direttamente sui manifestanti, soprattutto nel corso di manifestazioni sindacali di lavoratori.

Questa storia puntellata di violenze si ripropone oggi, mutatis mutandis, nella brutale repressione poliziesca dei lavoratori in lotta nella logistica, prevalentemente migranti, che hanno aperto con gli scontri più dolorosi la stagione delle lotte operaie nel paese, pagando un prezzo altissimo per effetto di una repressione, fatta di violenze fisiche, fogli di via, incarcerazioni, perquisizioni. I lavoratori della Texprint, dopo 228 giorni di sciopero, con annesso sciopero della fame, hanno subito in risposta lo sgombero violento del presidio e l’arresto, mentre lì vicino altri proletari subivano l’aggressione di squadre di mazzieri. Quando gli idranti delle forze dell’ordine a Trieste hanno colpito i portuali, seduti a terra, inerti, non si poteva non vedere la brutalità dello sgombero, volto a liberare dal blocco dei lavoratori il porto. I media li hanno rappresentati attraverso le parole del fascista idiota di turno come dei “nani” manipolati che pretendevano di bloccare un porto. Hanno dissertato sulla democrazia e le sue regole: «La democrazia ti dà il diritto di manifestare il tuo dissenso, ma occupare un porto non è dissenso, è dittatura…» e via disquisendo su cosa significa manifestare, come lo si può fare, quali le regole consentite. I dipendenti della Whirlpool di Napoli hanno manifestato, eccome! Nei 900 giorni della vertenza hanno dato vita a una lunga sequela di manifestazioni: picchetti, blocchi stradali, occupazione dello scalo, incontri al MISE, uno sciopero partecipato al 100/% in tutti gli stabilimenti. Eppure non ci sarà futuro per loro perché la multinazionale americana vuole chiudere lo stabilimento, pur avendo usufruito dal 2014 a oggi di ben 27 milioni di euro di fondi pubblici. L’ex Fiat-FCA-Stellantis, che dal 1975 ad oggi ha goduto di qualcosa come 220 miliardi di euro di finanziamenti pubblici, persegue l’obiettivo di abbandonare la produzione di veicoli in Italia per trasferirla in altri paesi dove può sfruttare più liberamente lavoratori, ambiente e godere di normative ancor più favorevoli, lasciando dietro di sé una drammatica scia di disoccupazione, deindustrializzazione, impoverimento.

Dov’è la democrazia in un Paese che non ha messo a punto alcuna misura in grado di impedire a un gruppo economico-finanziario di licenziare o delocalizzare, almeno per costringerlo a restituire con un impegno e in un tempo adeguati l’aiuto ricevuto dallo Stato? Dov’è quando 8000 dipendenti ex Alitalia vengono lasciati a casa da una società di proprietà dello Stato, che vuole imporre ai 2000 assunti nuovi accordi contrattati individualmente, fuori dai contratti nazionali, salari dimezzati, assenza di diritti? Dov’è nella logistica, dove la vita di oltre 1,5 milioni di lavoratori non ha alcun valore? Dov’è nella gig economy, dove oltre 3,5 milioni di lavoratori sono somministrati, interinali, finte partite IVA, utilizzati in finte cooperative, con contratti che dimezzano le paghe, negano le tutele sul piano previdenziale, sanitario, assistenziale?

Quali responsabilità gravano sulle scelte compromissorie delle burocrazie sindacali con Confindustria e governi? Confindustria si compiace delle buone relazioni intercorse con i sindacati: «occorre riconoscere che si iniziano a vedere i risultati di quel lungo percorso di valorizzazione dell’approccio partecipativo e non conflittuale che ha visto impegnate tanto le parti sociali, quanto il legislatore». Eccome se si vedono! Non è stata contrastata la più vergognosa legislazione sul lavoro, né ostacolato lo sblocco dei licenziamenti, che da fine giugno riguarda una platea di 4,5 milioni di lavoratori e da fine ottobre il comparto tessile, abbigliamento, calzature, con un numero di addetti enorme. È alla cosiddetta “pace sociale” che Bonomi allude quando, contro la prospettiva di uno sciopero generale, richiesto dai lavoratori GKN, ex-Alitalia, Whirpool, Pirelli, dalla Fiom stessa, ha detto che «gli italiani ci chiedono altro e in particolare di stare insieme in questo momento difficile». I dirigenti sindacali prontamente si inchinano al dicktat di Bonomi e Draghi e lo sciopero generale non si farà.

La misura è colma. Lo si respira nelle piazze, nei luoghi di lavoro, nelle scuole. Lo sciopero dell’11 ottobre del sindacalismo di base, che ha visto la partecipazione di circa un milione di lavoratori e di 100.000 manifestanti nelle mobilitazioni di piazza è stato assimilato dai media a manifestazioni no green pass, occultandone volutamente la natura di classe. Il green pass viene usato dal governo Draghi come strumento di divisione tra cittadini, di distrazione di massa, per oscurare e dissimulare la nuova fase dello scontro di classe che inizia a delinearsi nel Paese, e di dissuasore della lotta, perché tutte le lotte sarebbero uguali: violente, facinorose, infiltrate da elementi fascisti. Parola di Bonomi, che per primo ha agitato il tema, buono in tutte le salse, degli “opposti estremismi”. «La minimizzazione dei costi di produzione e dei costi del disordine politico», la frammentazione del lavoro, la capacità di far interiorizzare i sistemi di potere e della cultura del dominio hanno rappresentato nel tempo le forme della «contro-rivoluzione dei padroni».

È necessario fare da argine alla disarticolazione del fronte delle lotte, perseguita dalle classi dominanti, funzionale alla conservazione degli attuali rapporti di forza, che esigono mano libera nei confronti della vasta, variegata classe lavoratrice, che partecipa, seppure in forma precaria, ai processi di valorizzazione del capitale. Occorre costruire «un’unica piazza ‒ come hanno detto i lavoratori della GKN ‒ per le vertenze, le scuole, i precari, i disoccupati di questo paese». Quest’unica piazza deve assumere la lotta contro le delocalizzazioni, per un salario minimo europeo, un audit sul debito pubblico, prodotto dagli enormi finanziamenti pubblici all’industria italiana senza contropartita alcuna, per l’abrogazione della peggiore legislazione sul lavoro (dal pacchetto Treu alla legge Biagi, all’art. 8 di Sacconi, al Jobs act), per lo sciopero generale nazionale.

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