Qualche riflessione sull’esito del “Piano scuola estate”

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Era scontato che, dopo un altro anno segnato dalla pandemia e da restrizioni nella libertà di movimento quasi nessuno avrebbe accolto con un applauso l’idea di andare a scuola a luglio e ad agosto.

Le ragioni sono evidenti a chiunque abbia buon senso: i lavoratori della scuola hanno faticato e rischiato la salute, visto che molti di loro sono stati costretti alla scuola in presenza in situazioni del tutto prive delle necessarie norme di sicurezza sanitaria; gli studenti o sono stati sempre in classe o hanno alternato lezioni in presenza e a distanza, ricavandone uno stress aggiuntivo; i genitori hanno dovuto organizzare la vita quotidiana tenendo conto sia della pandemia sia della situazione di apertura o chiusura delle scuole. Perciò, persone normali ‒ adulte o giovani che siano ‒ guardano a queste nostre settimane come a un ritorno alla normalità (o quasi).

Nella normalità, a luglio e ad agosto ci sono le vacanze e si sta lontano dagli edifici scolastici. Forse al Ministero non lo sanno ma in Italia le temperature medie di luglio e agosto sono tali da non favorire, in città, soggiorni gradevoli né al chiuso né all’aperto. Forse non sanno nemmeno, al superiore Ministero, che nelle aule non esiste il condizionamento d’aria. E che le scuole non hanno giardini, palestre, piscine e campi di calcio annessi. Ma che importa? Il Piano estate è un’altra manifestazione dell’immaginazione al potere: un’immaginazione che prescinde dal senso della realtà e propone rimedi che sono peggiori del male. Ci viene da pensare che al Ministero dell’Istruzione lavorino parecchi esperti in marketing.

Lo deduciamo dal modo in cui è stato pubblicizzato l’esito del cosiddetto “Piano estate 2021”: secondo il Ministro un vero successo, secondo noi un risultato dubbio, tutto da analizzare. La consultazione dei siti scolastici come visitatori esterni non ci consente di avere le idee chiare su quante scuole si attiveranno quest’estate: supponiamo abbastanza poche e supponiamo che quelle che si attiveranno svolgeranno più che altro un’azione di custodia dei minori, per consentire ai genitori degli stessi di lavorare. Lo supponiamo e il sondaggio a campione che abbiamo condotto in Internet ci dà ragione e ci conferma che, talvolta, le scuole sono più realiste del re: alcune (di cui non facciamo i nomi perché ci interessa più il peccato del peccatore) si spingono sino a proporre una retta “integrativa” alle famiglie per il servizio estivo. Citiamo testualmente da un sito scolastico: «La scuola (utilizzando le risorse ministeriali appositamente dedicate), affida i servizi ad associazioni del terzo settore, Onlus e/o senza finalità di lucro e interviene con un cofinanziamento orario di 20 euro; alle famiglie che usufruiscono del servizio è richiesto un contributo settimanale da un minimo di 20 euro a un massimo di 50 euro o più a seconda dell’attività svolta e del costo orario richiesto dalle associazioni». Ecco dove ci porta la scuola “affettuosa” proposta dal neo-ministro Bianchi: così “inclusiva” da chiedere contributi alle famiglie, così aperta al sociale da offrire lavoro al non sempre encomiabile terzo settore.

Ma torniamo al Piano Estate. Come aggirare il flop inevitabile? Gli esperti di marketing hanno dato la loro indicazione: facciamo in modo che trovare i dati disaggregati relativi a Piano Estate e progetti PON (Programma operativo nazionale) sia molto difficile. Distribuiamo a pioggia i 150 milioni del Piano Estate (più i 40 milioni di contrasto alla povertà educativa) ed esortiamo le scuole a presentare progetti PON. Poi comunichiamo all’opinione pubblica com’è andata, senza più distinguere l’uno dagli altri. Detto, fatto: oggi sappiamo che il “Piano Estate “ ha ricevuto l’adesione di 5.162 scuole statali, 667 paritarie, 59 Centri di Istruzione per gli adulti. In realtà quello che ha messo in movimento le scuole sono i Fondi PON e, per assurdo, anche se nessuna delle istituzioni scolastiche richiedenti quei fondi attivasse corsi estivi, i numeri sarebbero sempre quelli. Dunque possiamo dire che il “Piano Estate” è stato un flop? Diciamo di sì, visto che mancano all’appello circa 3.000 istituzioni scolastiche, le quali hanno pensato che fosse addirittura meglio rinunciare ai Fondi PON. Diciamo di no, visto che più di 5.000 scuole hanno partecipato al bando per i PON.

Qui bisogna aver lavorato a scuola per comprendere perché cifre che spesso superato i 50.000 euro siano, per le scuole, un problema e non una opportunità. Bisogna scendere sulla terra, dall’iperuranio in cui alberga la scuola immaginaria dei burocrati ministeriali e aver visto cosa accade nella scuola reale. Lì, nel pantano del reale, si vedranno docenti che, per mandare avanti un progetto PON (che per loro si tradurrà in maggior reddito), trascurano e mettono in secondo piano il lavoro in classe e poi si aggirano con l’aria delle vittime sacrificali perché devono impazzire appresso al lavoro burocratico imposto dagli stessi PON; e si potrà anche valutare la discutibile qualità di alcuni progetti finanziati dai PON. Contro questi resta ancora un’ultima e decisiva argomentazione. La presenteremo con le parole usate nel 2007 dall’allora ministro Fioroni: «Un progettificio permanente non serve ai ragazzi».

Il declino indubbio delle nostre scuole ‒ e non servono le prove Invalsi per metterlo in rilievo, basta star a sentire il modo in cui si esprimono certi “giovani” politici – richiede una inversione di rotta. Invece si continua con i progetti, con l’inno all’autonomia scolastica, con l’apertura al privato, con le soft skill, la didattica per competenze e il pensiero computazionale. Insomma, un minestrone mal assortito in cui la scuola “affettuosa” si incontra nello stesso pentolone della scuola tecnocratica, in cui il modello dell’oratorio e quello dell’avviamento al lavoro si ritrovano a braccetto. Se questa malsana confusione toccasse allo stesso modo tutti gli studenti, indipendentemente dalla famiglia di origine, saremmo comunque molto preoccupati. Ma la consapevolezza che la scuola “modello Bianchi” (giusto per citare l’ultimo interprete, in ordine di apparizione) danneggerà soprattutto o soltanto i figli delle famiglie meno abbienti ci fa davvero arrabbiare. Soltanto da questa indignazione, mossa non da parole vuote ma da un reale desiderio di giustizia sociale, potrà ripartire un discorso serio sulla nostra scuola.

Giovanna Lo Presti

Giovanna Lo Presti è portavoce nazionale CUB Scuola

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