Avere cura della sinistra

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Il tentativo di azzerare conflitti e movimenti. Nel panorama attuale [in cui si tende ad annullare i conflitti, a vedere positivamente le “ammucchiate”, senza più distinzioni fra prospettive, progetti, programmi diversi (perché nell’emergenza «siamo tutti/e sulla stessa barca»), a risolvere i problemi attraverso un embrasson nous generale] occorre riproporre con forza, in contro-tendenza, alcune idee-forza fondamentali. È sulle basi indicate che è nato, e sta andando avanti, il Governo Draghi, che si registra una diminuzione significativa delle vertenza conflittuali, che si ha una situazione di stallo a livello di movimenti. «Eppur … (qualcuno/a) si muove», per usare una frase attribuita a Galileo, e «ci sono più cose in terra e in cielo» di quanto contempli la filosofia dell’amico Orazio, per dirla amleticamente. E se è vero che navighiamo tutti/e nello stesso mare di difficoltà, c’è chi sta su un panfilo e chi invece su barconi insicuri. Il che, tradotto in termini più prosaici, significa che conflitti e movimenti, pur nelle difficoltà dell’emergenza Covid, sono presenti (vedi quelli dei riders, dei drivers, di chi opera nel mondo dell’arte e della cultura, di varie “isole” di resistenza nel mondo del lavoro – altra cosa sono le manifestazioni di chi nega, sottovaluta, non tiene conto della pandemia), che persiste una profonda frattura fra società, ancora attiva e reattiva, e realtà politico-istituzionali tendenti all’immobilismo e al consociativismo, che l’affermarsi dell’«essere né di destra né di sinistra», pur se perseguito con insistenza, non trova lo spazio che si vorrebbe attribuirgli.

Dare spazio alle energie positive. Occorre valorizzare, sostenere, dare visibilità, alle energie positive che continuano a esserci e a tutti i tentativi di trovare una convergenza di tali energie (vedi la Società della Cura, un progetto nazionale con l’obiettivo di costruire un ambito comune a tutte le esperienze che sostituiscono l’obiettivo della cura, appunto – di sé, degli altri, dell’ambiente … – a quello, oggi dominante, del profitto). E bisogna anche trarre spunti e indicazioni operative da iniziative di scambio, di incontro e di confronto come quella (“La lezione del 2020 – Spunti per il futuro”) che, nei giorni 16, 17 e 18 aprile, ha costituito un appuntamento importante per quante/i agiscono sul terreno dell’impegno solidale, della cooperazione, dell’affermazione e della tutela dei diritti, sociali e civili, dell’accoglienza, dell’inclusione. Si tratta di proposte, di progetti, di interventi volti a collegare quanto è vivo e operante a livello locale, spesso in modo auto-referenziale, senza cioè trovare un minimo rapporto nemmeno con quel che gli si muove accanto. Tutto ciò indubbiamente è indice di una persistente vitalità della società civile attiva, che prosegue il percorso segnato nel passato dai movimenti pacifisti e altermondialisti della fine del secolo scorso e dei primi anni duemila, per restare nell’ambito dei decenni più recenti (va sottolineato come le analisi e le previsioni dei Social Forum che hanno caratterizzato l’inizio del nuovo secolo si siano puntualmente rivelate esatte, senza però che la politica istituzionale ne abbia tratto alcun suggerimento). Il fatto che la vitalità della società civile non si sia tradotta minimamente in una proposta politica da portare in ambito istituzionale rispecchia in maniera evidente la separazione netta – il vero e proprio fossato – che si è determinato tra la società e le istituzioni.

Contenuti, valori, obiettivi della sinistra. I contenuti, i valori, gli obiettivi che caratterizzano gli odierni impegni a livello sociale (e che emergono con forza nella Società della Cura e negli interventi del quasi-festival “La lezione del 2020”) sono quelli, comunque vengano denominati, con cui si è identificata la sinistra, a partire dalle ottocentesche società di mutuo soccorso. Si può dire quindi che una sinistra sociale continui ad esistere, senza però che dia luogo a un consistente, visibile, apprezzabile progetto politico basato coerentemente su tali contenuti, valori, obiettivi. Una dissonanza del genere si evidenzia maggiormente in questa stagione segnata dalla pandemia, che ha messo in luce la centralità del pubblico rispetto al privato, la necessità che la logica della solidarietà – della cura, come si è accennato in precedenza – prevalga su quella del profitto, la partecipazione di tutte/i alle scelte come fattore determinante per uscire dalla crisi. Tutti elementi, questi, che fanno parte del patrimonio genetico della sinistra, ma che non si traducono in una spinta propulsiva per ridarle consistenza. Anzi, vi è una qualche reticenza persino a usare questa parola, se non per marcare una qualche differenza tra il sovranismo/populismo, intriso di neo-liberismo e anche di razzismo, della Lega (la destra) e lo spirito europeista/democratico del PD (la cosiddetta sinistra), peraltro ancorato anch’esso al neo-liberismo (differenza attualmente piuttosto oscurata dall’appoggio dato da entrambi al Governo del Super-Mario, quel Draghi che contribuì con il suo ruolo europeo a “spezzare le reni” alla Grecia di Tsipras). Come, in fondo, si rifanno al neo-liberismo anche i 5Stelle, altri comprimari dell’attuale ammucchiata di governo (che si dicono «né di destra, né di sinistra»).

Un’assenza preoccupante. È ormai da parecchio tempo che nel nostro Paese si registra, diversamente da altri Paesi europei (in cui formazioni d’ispirazione socialista, comunista, verde/ambientalista hanno un seguito consistente e svolgono un ruolo rilevante, di governo o di opposizione), l’assenza di una sinistra in grado di portare a livello istituzionale, in modo percepibile e incisivo, le spinte, le proposte, le esperienze della società attivamente solidale, inquadrandole in un progetto complessivo di trasformazione dell’esistente. Vi è stata frammentazione, incapacità di tradurre in massa critica tali spinte, proposte, esperienze, e anche il rifugiarsi nella ripetizione acritica di vecchie formule ormai scollegate dalla realtà. Si è parlato più volte della necessità di un processo costituente, senza però che si trovasse mai il modo di dar luogo al big bang in grado di promuoverlo. I vari tentativi in questa direzione sono tutti falliti (ultimo quello cosiddetto “del Brancaccio”, perché in tale spazio romano si svolse l’assemblea che avrebbe dovuto avviarlo). In alcuni casi sono stati solo degli assemblamenti in occasione delle elezioni, fatti all’ultimo istante, magari per cercare di superare gli sbarramenti posti dalle leggi elettorali (assemblamenti improvvisati, privi di retroterra, che naturalmente non hanno prodotto risultati positivi). Diversi sono i fattori da mettere in moto affinché il processo in questione si concretizzi. Innanzitutto, è estremamente necessario un lavoro di ricerca, di analisi, di elaborazione, che coinvolga competenze e saperi, sia intellettuali che sociali (come, in effetti, si è cominciato a fare con l’iniziativa “La lezione del 2020 – Spunti per il futuro”). In secondo luogo, vanno colti i contributi che vengono dal mondo delle arti, della letteratura, del cinema, del teatro, della musica, del canto popolare, contributi che, a livello di sentimenti e di passioni, pongono l’esigenza di una trasformazione del mondo.

Il rapporto con il mondo del lavoro. Decisivo è il rapporto con il mondo del lavoro, con la capacità di cogliere l’obiettivo di una radicale inversione di tendenza nella situazione attuale che vede imperanti la precarietà e la riduzione drastica dei diritti di chi lavora (riduzione che ha nel jobs act di renziana memoria uno degli atti più significativi). Occorre riproporre con forza i contratti a tempo indeterminato, la riduzione dell’orario di lavoro a parità di stipendio, gli uguali trattamenti economici fra uomini e donne, una nuova regolamentazione degli appalti, un ruolo attivo del “pubblico” nell’economia, una svolta decisa nella programmazione delle opere da realizzare (dalle grandi opere, inutili e dannose, oggi ritenute prioritarie, all’opera, la sola “grande opera” veramente, e urgentemente, necessaria, della messa in sicurezza del territorio, del recupero e della rivitalizzazione delle zone abbandonate o in via di abbandono, del rilancio di una agricoltura sostenibile). Vi sono forze notevoli in ambito locale e nazionale – comitati che lottano su obiettivi locali, realtà sindacali e associative, gruppi ambientalisti, gruppi giovanili come i Fridays for future – che si muovono su questi temi. È auspicabile una grande coalizione che abbia al centro la questione ambientale e ponga con forza l’urgenza di affrontare con decisione, e con misure radicali, la crisi climatica. Tempo fa, l’allora segretario della Fiom Maurizio Landini (oggi segretario generale della Cgil) parlò della necessità, appunto, di una coalizione che sviluppasse iniziative e lotte sui problemi esistenti a livello sociale, anche in forme vertenziali, anche al di fuori dei luoghi di lavoro. Oggi tale obiettivo andrebbe riproposto e il tema unificante per una coalizione del genere sarebbe proprio l’ambiente, fra l’altro strettamente collegato alla pandemia (è proprio dalle devastazioni ambientali che ha avuto origine il virus – e potranno scaturirne di nuovi a breve scadenza). Certo, una coalizione sociale, per riuscire a essere “viva” e operante, ha bisogno di articolazioni che siano attive e trovino le loro controparti sul territorio, diano luogo cioè a spazi permanenti di aggregazione, d’incontro e di confronto, in cui si incontrano nuovamente la mutualità sociale, la vertenzialità, la capacità di lotta e anche la dimensione conviviale e gioiosa. Altrimenti tutta l’operazione resta un bel discorso sulla carta (come infatti è rimasto quando è stato proposto per la prima volta da Landini). E ancora, alle attività intellettuali, aggregative, operative va unita, raggiunta la necessaria massa critica, l’iniziativa volta a recuperare terreno nei luoghi più disastrati sul piano sociale, quelli che si possono indicare come periferie – delle città e anche delle conoscenze – e dove più forte è stata l’azione deleteria del populismo demagogico.

Un’azione complessa e difficile. È in questo processo, certamente difficile ma non irrealizzabile (e cioè nel retroterra di iniziative di convergenza come la Società della Cura, nell’humus di attività di approfondimento e di scambio come “La lezione del 2020”, nella prospettiva di interventi volti a costruire effettive coalizioni sociali), che sta la possibilità di ricostruire la sinistra oggi desaparecida. Si tratta di tappe di quel progetto costituente a cui abbiamo accennato in precedenza, che dovrà anche tener conto di alcuni princìpi irrinunciabili – l’antirazzismo, l’antisessismo, l’antifascismo – che rischiano di appannarsi e di passare in secondo piano nelle situazioni emergenziali come l’attuale. E che potrà sfociare, a conclusione del percorso, in un soggetto politico veramente nuovo, quello che abbiamo intravisto in più occasioni (penso alla Sinistra Unita e Plurale, ad Alba, al già citato Brancaccio), ma che non siamo mai riusciti a raggiungere. Mi piace pensarlo e raffigurarlo questo soggetto politico nuovo, da un lato come l’incrociatore Potemkin che, sventolando la sua bandiera rossa – vedi il finale dell’omonimo film –, sfida in campo aperto le corazzate imperiali, suscitando entusiamo anche fra i loro equipaggi, dall’altro come un laboratorio sperimentale che mette insieme esperienze che vanno al di là dei nostri confini («nostra patria è il mondo intero»), con particolare riferimento alle forme di autogoverno – basate sulla parità di genere (ogni città, ad esempio, ha un sindaco e una sindaca), sull’interculturalismo, sull’ambientalismo – sviluppatesi nel Rojava ad opera della popolazione curda.

L’utopia di una società futura. La società futura che intendiamo costruire (un progetto politico serio che voglia trasformare l’esistente deve comprendere anche un’idea di società futura) ha sicuramente degli elementi utopici, di quell’utopia, per dirla con Eduardo Galeano, che costituisce l’orizzonte verso il quale dobbiamo incamminarci e che, anche se siamo consapevoli che non lo raggiungeremo mai, ha proprio lo scopo di farci continuare a camminare. Ed è per proseguire il cammino più speditamente che dovremmo far nascere, attraverso le tappe qui sommariamente delineate, il soggetto politico nuovo in grado di riportare pienamente in campo la sinistra, non come residuo di un passato glorioso ma come strumento indispensabile – in grado di assumere pienamente i contenuti emersi dai movimenti di questi ultimi decenni (femminista, ambientalista, pacifista) – per affrontare l’avvenire. Un avvenire che il capitalismo sta mostrandosi incapace di governare, se non esautorando completamente la democrazia (e lasciando campo libero ai poteri finanziari, alle multinazionali, a quelli che Ernesto Rossi definiva i “padroni del vapore”), e che invece richiede, sempre di più, forme di socialismo (tanto che di socialismo si parla anche negli Stati Uniti e che il pensiero di Gramsci – sull’egemonia, sulle casematte da conquistare nella società, sui processi culturali che devono accompagnare quelli politici etc. – trova orecchie attente in più parti del mondo). Occorre quindi impegnarsi per una promozione della democrazia partecipativa, per uno sviluppo dei movimenti e dei conflitti sociali, per un’affermazione e una tutela intransigente – senza se e senza ma, usando un’espressione oggi desueta – dei diritti. Solo così si creerà il brodo di coltura di una difficile, ma possibile, ricostruzione della sinistra, di una sinistra che riesca a rappresentare, a dare voce, a rendere incisivi movimenti e conflitti anche ai vari livelli istituzionali.

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