2021: il trilemma oggi

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Sono passati alcuni anni da quando Dani Rodrik si (e ci) pose il dubbio su quale fosse la strada da percorrere per individuare un giusto compromesso tra gli interessi che attanagliano il nostro mondo in agognata, perpetua crescita. Una crescita indiscutibile che oggi, ancor più di prima, non è chiaro se debba essere considerata in termini di ricchezza, di povertà o, piuttosto, di entrambe in parallelo, ovviamente per fette diverse dell’umanità.

Il tema è quello della globalizzazione, affrontato ogni giorno con scontri sempre più tesi a difesa di diritti “sacrosanti”, senza rendersi conto che se, a livello astratto, ogni diritto è degno di essere tutelato, a livello concreto non esistono diritti che possano essere garantiti senza che ne vengano nel contempo ridotti altri. È la classica contrapposizione tra liberalismo e democrazia, due filosofie radicalmente antitetiche che vengono troppo spesso confuse per sinonimi. Lo scontro più forte è tra i diritti del commercio (nati dal mantra del libero mercato, ben noti già durante il mercantilismo quando il diritto di vedere tutelati gli interessi delle compagnie commerciali prevaleva sulla stessa sopravvivenza dei popoli “primitivi” delle colonie) e i diritti naturali che, così come i diritti umani, sono difficilmente impugnabili in quanto esclusi dalla normazione e dal diritto positivo e, in tal maniera, giuridicamente inesistenti. «La ragione sta sulla canna del fucile», diceva Mao. E in un mondo post coloniale in cui ogni modus operandi è permeato da quella cultura, esistono contraenti forti e contraenti deboli, questi ultimi con minore (se non nullo) potere di contrattazione. Lo vediamo soprattutto tra paesi ricchi e paesi poveri, con un WTO potente al punto da essere ineluttabilmente sovraordinato agli Stati sovrani e ai parlamenti nel garantire i diritti del libero commercio con regole sottoscritte da tutti sovente obtorto collo, senza margini di trattativa: se sottoscrivi farai parte del gruppo e avrai i tuoi benefici, altrimenti sarai fuori e sarai “libero” di essere escluso (o distrutto?).

Com’è la situazione globale nel 2021, dopo un anno di caos globale a causa più della gestione della pandemia che della pandemia stessa? L’iperglobalizzazione ‒ così come individuata da Rodrik ‒ lascia intravvedere tanti, tantissimi segni di cedimento. Ma sono decenni che scricchiola anche la nostra tanto decantata democrazia (perlomeno nei termini cui eravamo avvezzi) con costituzioni e leggi nazionali sempre più costrette ad adeguarsi a interessi superiori per il “bene” dell’umanità e della civiltà (come se ce ne fosse solo una): un “bene” inteso non come benessere, salute, pace e felicità, ma sempre solo come valore monetario delle transazioni. Un problema di unità di misura? O di intenzionale ipovedenza? Da un lato vale più il denaro dell’uomo (e non è una novità); dall’altro vanno registrati i focolai dei declamati “pericolosissimi” populismi di “popoli antidemocratici” (mi piace questa definizione assolutamente ossimorica) che pretendono di avere un potere decisionale residuale per la gestione del loro condominio, ovvero del loro Stato (ex) sovrano. Magari votando a livello plebiscitario un governo sbagliato o un presidente antidemocratico (altro ossimoro?) o populista. Che il popolo possa sbagliare è noto, ma questo non significa che le sue decisioni debbano essere annullate da entità esterne.

E arriviamo al trilemma. Rodrik sosteneva che un’iperglobalizzazione non sia compatibile con sovranità e democrazia, perlomeno non con entrambe in contemporanea. La crisi dello Stato nazionale e della sua sovranità (pensiamo solo a WTO, alla modifica della nostra costituzione per anteporre il diritto internazionale al diritto nazionale, alla cessione dei diritti monetari a entità esterne, alle scelte sociali condannate e punite in tanti paesi con terapie di austerity di imposizione allogena), unitamente alla sparizione dei confini (almeno per soldi e merci, un po’ meno per le persone, afflitte da un diritto di emigrazione raramente accompagnato da un diritto di immigrazione), ci ha fatto pensare alla nascita di una omogeneità solidale e libertaria. Credevamo fosse democrazia, ma era solo liberalismo: i salari scendono, il potere di acquisto cala, i servizi e l’assistenza si affievoliscono all’avanzare dell’austerity, la competitività si trasforma da ricerca di qualità in meri tagli dei costi di produzione. Le statistiche ce lo dicono anche per tramite degli stessi organismi sovranazionali. Quindi l’equilibrio che avrebbe dovuto essere “globalizzazione sì, democrazia sì, sovranità no” si incrina.

Allora il trilemma si dovrebbe spostare verso la posizione “globalizzazione sì, democrazia no, sovranità sì”? Neppure questo è vero, perché la sovranità è sempre più blanda, minata anche da ricatti in termini di debito pubblico per un debito che, in presenza di quantità di denaro illimitata (altro che Repubblica di Weimar!) non legata a una parità aurea o all’economia reale (Bretton Woods è finito da tempo), non ha più motivo di esistere.

Dunque quali sono i due elementi che escludono il terzo? Pochi anni fa, Rosa Lastra contraddisse Dani Rodrik per dare un’alternativa: più norme internazionali, meno norme nazionali, il Fondo Monetario Internazionale come deus ex machina a garanzia dell’equilibrio. Un appiattimento globale per negare culture, climi, realtà biologiche e risorse naturali distribuite in ambienti assolutamente non omogenei e non omologabili l’uno all’altro. Una specie di letto di Procuste spaventosamente miope che vuole trasformare la diversità omologandola forzatamente alle virtù e alle regole del vincitore (esattamente come il colonizzatore ha sempre trasformato a sua immagine e somiglianza le colonie pretendendo di inserire i conigli in Australia, infinite mandrie in precarie praterie, insegnare la propria cultura a popoli “ignoranti” e “primitivi” senza rendersi conto che ne avevano già una propria…). Un errore che si ripete da tanti secoli e che ancora non abbiamo imparato a riconoscere. Ecco l’uovo di Colombo: un governo centrale basato sull’imperio della finanza, governi locali con dignità comitale e marchionale a seconda delle necessità e istituiti solamente per applicare regole universali calate dall’alto da chi le scrive (una specie di braccio armato alla Max Weber o alla George Orwell), elezioni volte a nominare parlamenti svuotati da ogni potere decisionale, cittadini “elevati” da individui dotati di libero arbitrio e di un proprio pensiero in solidali strumenti post-coloniali per l’affermazione di un ordine globale omogeneo, non democratico di fatto, bensì soltanto sancito dal diritto internazionale. Ed ecco trasformati coloro che chiedono libertà e democrazia in fascisti della peggior specie.

Tommaso Badano

Tommaso Badano, laureato in Scienze internazionali, è funzionario tecnico nel settore ambiente della Città Metropolitana di Genova.

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One Comment on “2021: il trilemma oggi”

  1. Sinistre come quella italiana sbracarono nel liber(al)ismo varcando la porta dell’UE. Questa avrebbe potuto essere porta di popoli e di libertà, fu trasformata quasi dall’inizio nel Portone della Moneta unica. Per aprirlo, si sfondarono i veri progetti di democrazia e federalismo europeo, a vantaggio della priorità all’unione monetaria. O meglio, ci si fece credere che da lì sarebbero passati DI CONSEGUENZA felicità e fratellanza, standard di tutela dei diritti umani o sociali o dell’ambiente.
    Allora colpa dell’Euro? Balle! In verità, lo sbraco supremo (altro ossimoro, questo vi piace?) fu perchè dal portone passò irreversibilmente come TINA (There is no alternative) l’idea che IL fine fosse “il bene inteso come valore monetario delle transazioni”.
    Già da vari decenni, le sinistre come quella italiana probabilmente avevano già fatto passare quell’idea, ogniqualvolta sussidi e incentivi monetari erano visti come unica o principale attuazione possibile di diritti e tutele. Caduto il Muro e poi fatto l’Euro, non restava che illudersi di mirare al “progresso” attraverso l’unità (??) internazionale… che sarebbe dovuta “per forza” discendere da quella monetaria. Ci son caduti tutti perchè già si stava sulla china, o più di qualcuno l’aveva calcolato sin da principio?
    Di certo, ci sono caduti i moltissimi i quali hanno l’Unità come supremo e vaghissimo imperativo: per vincere le elezioni, per rinnovare il contratto di lavoro, per avere un governo stabile, per Crescere… Guarda caso, gli stessi che il maggioritario lo vedono come unica speranza di contare o fidarsi politicamente (perchè costringe all’unità, appunto).
    Ecco perchè diventa essenziale ripartire da una nuova teoria del Valore Monetario. Nuova, perchè è oggi enorme il peso della virtualità e della rapidità degli scambi, che nella teoria attuale riduce ormai a schiavitù il valore d’uso. Un’enormità che Marx non poteva immaginare, essendo a lui ignote molte delle direzioni in cui sarebbe andato lo sviluppo della tecnologia. E l’aumento della complessità rema esso stesso in quelle direzioni: Marx non avrebbe potuto prevederla, altrimenti significherebbe che in fondo è tutto tanto semplice… e siamo noi a non averlo capito. E gli studiosi odierni della complessità stanno solo andando a farfalle, quando abbozzano spiegazioni non marxiane. Davvero?

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