Ricominciamo da tre. Dopo la sconfitta della sinistra in Toscana

06/10/2020 di:

In diverse riflessioni sulla vera e propria débacle della sinistra alle recenti elezioni regionali in Toscana si afferma che il problema centrale oggi è la ricostruzione di una sinistra visibile, credibile, affidabile. Chi lo sostiene rischia di essere come il protagonista di una vecchia storiella, un inventore che intendeva rendere più sicuri i paracaduti, munendoli di un gancio, e a chi gli chiedeva «Ma a cosa ci si aggancia?» rispondeva «E che devo inventare tutto io?».

Consapevole di tale rischio, avanzo alcune considerazioni.

“Toscana a sinistra” non era soltanto una lista elettorale – almeno io non l’ho intesa così –, ma una tappa importante della ricostruzione di quella sinistra che in Italia da tempo non esiste più (come presenza attiva e consistente). Per questo non sono stato d’accordo con chi sui giornali (fra l’altro Norma Rangeri su il manifesto) ha messo sullo stesso piano le quattro liste di sinistra presentatesi alle elezioni – quella collegata a Giani, le due degli “ultimi giapponesi” che riproponevano i partiti comunisti e, appunto, “Toscana a sinistra”.

Non credo che sia possibile rimettere insieme le varie sigle presentatesi alle elezioni regionali come sinistra: non sono infatti ricomponibili in una formazione unitaria coloro che rimangono ancorati a vecchi miti, e magari hanno posizioni non condivisibili, vicine a quelle rosso-brune, sull’Europa e sull’immigrazione, quanti ritengono predominante il tema del rapporto con il PD, chi invece intende costituirsi come realtà autonoma e non subalterna, come “Toscana a sinistra”. In effetti, alcune condizioni di partenza perché “Toscana a sinistra” fosse una proposta valida c’erano: non si partiva da zero, ma dall’esperienza positiva di due consiglieri nel passato Consiglio; le piccole formazioni residue della sinistra, così gelose delle loro bandierine, avevano rinunciato ai propri segni di riconoscimento, accontentandosi di alcune parole emblematiche nel simbolo unitario; la lista aveva al suo interno esperienze innovative quali “Firenze città aperta” e “Buongiorno Livorno” ed era espressione di altre realtà locali, associative e di movimento. Tutto ciò non ha dato buoni risultati, ma il lavoro fatto non andrebbe sprecato (forse una parte di noi, io fra questi, si era illusa che il faticoso processo di ricomposizione a sinistra fosse un po’ più avanti nella nostra regione – ed è vero, mi sembra, che le cose sono andate meglio laddove, nell’area fiorentina, ad esempio, era maggiormente radicato).

Dall’esperienza fatta si possono trarre valutazioni e indicazioni di carattere generale.

Si tratta di prendere piena coscienza del fatto che la sinistra politica, quella che si traduce in rappresentanza nelle istituzioni, oggi nel nostro Paese è quasi del tutto desaparecida (a differenza di altri Paesi europei e anche degli Stati Uniti, in cui comincia ad avere una qualche risonanza la parola socialismo). Il problema della sua ricostruzione potrà scaturire soltanto da un lavoro – sociale, culturale, politico – di lunga lena, da non collegare strettamente alle scadenze elettorali. D’altro canto, va anche preso atto che continua a esistere, e ad essere notevolmente vitale, una parte della società impegnata in attività solidali e di cooperazione (si potrebbe definire una “sinistra sociale”), molto frammentata e autoreferenziale nei suoi vari frammenti, che non si ritrova comunque nelle offerte politiche esistenti (in molti casi non si pone nemmeno il problema di avere una rappresentanza politica). Inoltre, c’è addirittura un fossato fra chi comunque ha sensibilità politiche e sociali e l’insieme della cittadinanza, diffidente nei confronti della politica e dei partiti e incline, nella sua parte maggioritaria, ad accogliere narrazioni semplificate dei problemi complessi che abbiamo di fronte (e, naturalmente, delle soluzioni per risolverli). E ancora: c’è una grande incomunicabilità fra i politicamente attivi e quelle componenti sociali – i più in difficoltà, gli emarginati, i privi di prospettive – che potrebbero/dovrebbero trovare un punto di riferimento nella sinistra (che esiste, fin dalle origini, per battersi per l’uguaglianza di tutte e tutti e per affermare i diritti civili, sociali, politici delle classi subalterne).

Ricostruire la sinistra significa, nel contempo, valorizzare la politica intesa come partecipazione, restituire senso e vitalità alla vita democratica, nelle istituzioni e nella società, dare centralità ai contenuti (messi da una parte in nome della corsa al potere o, comunque, da un politicismo basato tutto sugli schieramenti). C’è un’egemonia diffusa, nel senso comune, di una cultura e di un modo di pensare di destra – cioè egoistico, individualista, intollerante, tendente a privilegiare il privato sul pubblico e sui beni comuni, negatore della laicità –, che si è affermato nel tempo e ha fatto breccia anche in quelle forze che si definiscono di centro-sinistra (tanto che si è anche pensato a modalità “omeopatiche” per opporsi alla destra facendo proprie, almeno in parte, alcune delle sue indicazioni e dei suoi obiettivi (ricordiamoci del ministro piddino Minniti che ha operato così riguardo all’immigrazione [«l’essere un po’ fascisti al fine di combattere il fascismo» del comico Crozza aveva un fondo di verità]). Nasce da qui l’esigenza di svolgere un’intensa attività culturale per recuperare il terreno perduto (in altri periodi, pur non essendo al governo, la sinistra aveva indubbiamente una notevole voce in capitolo sul piano della cultura).

Vanno poste al centro delle elaborazioni e degli interventi quelle che sono già oggi priorità assolute (e lo diverranno sempre di più nel prossimo futuro, fino a costituire delle vere e proprie emergenze, da cui dipende la sopravvivenza del genere umano): riguardano in primo luogo l’ambiente, la crisi climatica, la riconversione ecologica dell’industria, su cui va fatta crescere una sensibilità diffusa, che comporti cambiamenti nelle politiche e nei comportamenti, collegando le grandi tematiche generali alle loro ricadute nell’ambito locale (Giani in Toscana sta già mostrando di andare in senso contrario, peraltro fedele alle sue indicazioni programmatiche, riproponendo l’attuazione delle grandi opere inutili e dannose: il sottoattraversamento TAV di Firenze, ad esempio, a cui va contrapposta con forza l’unica grande opera necessaria, quella per tutelare il territorio e recuperare le zone in via di abbandono). Occorre rapportarsi con continuità con i movimenti ambientalisti (Fridays for future), appunto, ma anche con quelli antirazzisti, femministi, per la scuola e la sanità pubblica, contro il neo-liberismo e il lavoro precario. È necessaria una presenza reale sul territorio con spazi d’incontro, di dibattito, di relazioni, di mutualità sociale (dando, in proposito, continuità a quello che “Firenze città aperta” ha già cominciato a fare, anche in seguito all’emergenza da corona virus).

Essenziale comunque – e da stimolare con grande determinazione ‒ è la costruzione, prendendoci tutto il tempo che sarà necessario – senza ingannevoli scorciatoie ‒ di un soggetto politico nazionale che non sia la somma di sigle prive ormai, in gran parte, di agganci con le situazioni reali nei vari territori, ma che nasca su basi del tutto nuove (con i soggetti già costituiti che fanno un passo indietro e con l’obiettivo di divenire punto di riferimento per le energie sociali a cui si è accennato in precedenza, promuovendo un collegamento fra esperienze innovative diverse). Solo una sinistra così ricostruita potrà acquistare la consistenza e la visibilità che la metta in rapporto con l’insieme della popolazione e le faccia svolgere un ruolo verso un partito di centro come il PD (che appare invece a molti, ancora oggi, come l’unico argine possibile alla destra impresentabile, leghista / fascista / sovranista / populista / razzista).

Si tratta di un percorso avviato, nella nostra regione, con “Toscana a sinistra”, un progetto che va ripreso con maggiore convinzione, con vigore, con un più ampio radicamento nei territori, superando i limiti riscontrati e gli errori commessi. Andiamo quindi avanti, ricominciando però, non da zero, ma, alla Troisi, da tre, senza perdere di vista l’obiettivo finale, che oggi appare utopico, ma che comunque ci deve spronare a proseguire il cammino.