Le “diecimila e una Italia” e la ricostruzione della politica

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1.

Giovanni Arpino, in un bel libro, rivolto particolarmente alle ragazze e ai ragazzi, ci racconta «mille e una Italia», facendo incontrare Riccio, il piccolo protagonista che compie un viaggio dalla Sicilia alle Alpi, con molti personaggi della nostra storia, inseriti negli ambienti e nei territori in cui operarono (da Savonarola a Machiavelli a Gramsci a Gobetti al padre dei fratelli Cervi…).

Penso che, se ci si volesse soffermare sulle moltissime realtà locali in cui si articola lo Stato italiano (città, paesi, comuni grandi, piccoli, piccolissimi, frazioni, borghi, quartieri), potremmo parlare di «diecimila e una Italia». Si tratta – si tratterebbe, se fosse veramente considerata tale e ci si comportasse di conseguenza – di una “ricchezza” enorme per la vita democratica, in grado di permettere un notevole sviluppo della partecipazione al governo della res pubblica. Piero Calamandrei, nel famoso discorso in cui, a Milano, presenta la Costituzione agli studenti e ne individua le radici nella Resistenza e nel Risorgimento, quando parla degli articoli della Carta costituzionale che riguardano appunto gli organismi che costituiscono la Repubblica, afferma «Ma questo è Cattaneo!», proprio perché è il politico e patriota lombardo l’ispiratore di uno Stato federale composto da tante autonomie locali.

2.

Certo, ci sono modi diversi di intendere tali autonomie e negli ultimi decenni ne abbiamo visto lo sviluppo in senso negativo, reazionario, con una visione che tende a fare di ogni autonomia una piccola patria chiusa e contrapposta alle altre, con il prevalere degli interessi egoistici locali (la Lega ha portato avanti con grande determinazione un discorso del genere, intriso di intolleranza, di razzismo, di xenofobia ma non da sola: alcune sue parole d’ordine vengono riprese anche da esponenti del PD, oltre, naturalmente, che dai fascisti di tutte le risme e dalle destre in genere).

In passato però, e in parte ancora oggi, si sono avute, e si hanno, esperienze che vanno in direzione opposta, con la costruzione di comunità locali aperte, solidali, inclusive, che si collegano fra loro su temi specifici e per azioni comuni: si contano a decine, in certi casi a centinaia, i comuni riunitisi in associazioni e coordinamenti su obiettivi condivisi.

Se facciamo una rassegna, breve e incompleta, di tali esperienze, possiamo ricordare: l’impegno pacifista, e internazionale, delle città del mondo negli anni ’50 (su impulso del Sindaco di Firenze Giorgio La Pira), quello dei comuni denuclearizzati (che intendevano così contribuire al movimento contro le armi atomiche), il costituirsi in associazione degli “enti locali per la pace”, co-promotori, a partire dagli anni ’80, della Marcia Perugia-Assisi (fondata nel 1961 da Aldo Capitini), il mettersi insieme dei comuni sostenitori della “difesa popolare nonviolenta”, l’aggregarsi di molti enti locali sulla base di buone pratiche messe in atto (ecologiche, relative all’ambiente, nei confronti dei richiedenti asilo, dei profughi, dei migranti, collegate all’uso di strumenti volti ad ampliare la partecipazione, contro le mafie etc.).

Caratteristiche particolari ha avuto, all’inizio degli anni 2000, la Rete del Nuovo Municipio: nata nel clima dei Social Forum, si proponeva di associare le realtà che, a livello comunale, mettevano insieme saperi, soggetti associativi e movimenti, istituzioni, al fine di ridefinire l’identità del territorio, valorizzarne le risorse (in particolare i “beni comuni”), elaborare nuovi progetti, in una logica di alternativa dal basso alla globalizzazione neo-liberista. Anche se ha avuto vita breve e il suo declino è venuto immediatamente dopo quello dei Social Forum. Del pari si è conclusa rapidamente l’esperienza, portata avanti in Toscana, per iniziativa dell’ANCI regionale ‒ sul finire del 1900 e agli inizi del nuovo secolo ‒ di una Carta d’intenti degli amministratori locali in relazione alla tematica dell’immigrazione (al cui interno era presente la realizzazione dei “consiglieri stranieri aggiunti” e dei “consigli degli stranieri” come tappe di avvicinamento, e strumenti di pressione, per l’attribuzione del diritto di voto alle cittadine e ai cittadini immigrate/i oltre che canali di partecipazione alla vita politico-amministrativa locale).

Va ricordato inoltre che sul finire degli anni ’90 la Rete Antirazzista, un organismo nazionale nato per iniziativa di varie realtà impegnate appunto sul terreno dell’antirazzismo e dell’azione solidale per i diritti dei migranti, aveva avanzato tre proposte di legge di iniziativa popolare per nuove modalità per il conseguimento della cittadinanza, per il diritto di voto alle persone immigrate stabilmente residenti sul territorio italiano, per il trasferimento di competenze in materia di rilascio dei permessi di soggiorno dalle Questure agli Enti Locali.

Vi sono questioni fondamentali per la civiltà di un popolo, dai temi della guerra e della pace a quelli dell’antirazzismo e dell’antisessismo al contrasto di ogni tipo di fascismo, vecchio e nuovo, e dei fondamentalismi di varia natura: è di grande importanza che ne siano investite le comunità locali (secondo l’intuizione di La Pira rispetto ai rapporti pacifici fra gli Stati e fra i popoli) e che il confronto abbia radici e si sviluppi a livello di base. Altrimenti anche le leggi e i provvedimenti migliori non hanno le gambe per camminare. Gli avvenimenti successivi, nel nostro paese, ma anche, più in generale, in Europa, hanno preso una piega diversa e ne vediamo oggi le tristi conseguenze, con un senso comune diffuso di ostilità verso richiedenti asilo, profughi, migranti.

3.

Nel tempo è andato avanti un processo, avviato nella seconda metà degli anni ‘80, che, in nome della governabilità, ha ridotto sempre di più le occasioni, le possibilità, gli strumenti della partecipazione, ritenendola un ostacolo per gli amministratori, in quanto produttrice di “lacci e lacciuoli” riguardo all’azione di governo: si è annullato, in gran parte, il decentramento amministrativo, riducendone progressivamente le funzioni laddove rimaneva in piedi; si sono accorpati i piccoli comuni (mentre sarebbe stato possibile mantenerli, anche in una prospettiva di maggiore efficienza, individuando accorpamenti solamente per le     funzioni che un singolo comune non era in grado di esercitare da solo); si sono cancellate le province come organismi elettivi, attribuendo, in maniera confusa, le funzioni che esse svolgevano ad altre istanze (le città metropolitane, enti i cui amministratori non derivano da elezioni dirette).

Ciò si è accompagnato ad altri fenomeni che sono venuti avanti nello stesso periodo: la personalizzazione della politica (con l’elezione diretta dei sindaci); lo svuotamento, o la consistente riduzione, dei poteri delle assemblee elettive (consigli comunali) a vantaggio degli esecutivi (sindaci e giunte); la formazione di una categoria di politici/amministratori sempre più distaccata dalla popolazione, nonostante l’elezione diretta dei sindaci fosse stata propagandata come una misura che recuperava il rapporto fra eletti ed elettori/elettrici; la riduzione della politica a esercizio del potere, anche a livello locale, con una influenza crescente dei poteri forti (dei “padroni del vapore”, direbbe Ernesto Rossi) sugli atti amministrativi più importanti.

L’espansione della democrazia si mostrava sempre di più incompatibile con l’affermazione del capitalismo vincente, quello globalizzato e finanziarizzato. Perciò se ne restringevano gli ambiti e si facevano prevalere le esigenze della governance su quelle della partecipazione.

Governabilità, funzionalità, accentramento delle decisioni, annullamento, o non considerazione, dei corpi intermedi nella società, riduzione dei costi della politica (riduzione in parte necessaria, senza però essere di ostacolo allo sviluppo delle pratiche democratiche) sono stati, e sono, i leitmotiv di questo processo ancora in atto. Senza considerare che così si va in una direzione opposta allo spirito su cui si basa la Costituzione, che è quello di rendere il popolo sovrano, a tutti i livelli, si crea il corpo separato dei politici professionisti, si produce una frattura devastante fra rappresentati e rappresentanze (con il prevalere dei populismi, dal basso  e dall’alto, e la delegittimazione della politica, considerata dai più un affare sporco).

Viene in tal modo completamente contraddetto pure “il leninismo della cuoca”, cioè quell’affermazione di Lenin, per cui si deve avere come obiettivo il rendere possibile alla cuoca (termine che si potrebbe sostituire con il lavoratore/la lavoratrice precario/a dei call center o l’assistente domiciliare) l’accesso a ruoli di governo.

4.

Occorre cambiare radicalmente direzione rispetto a quanto è accaduto in questi decenni, considerando vitale per la democrazia che vi sia il maggior numero di persone che si interessano al governo della cosa pubblica a partire dal luogo in cui abitano, che tali persone assumano anche ruoli di amministratori, mettendo in relazione studi, conoscenze, ricerche, saperi con l’arte del governare e affrontando i conflitti (essenziali in ogni democrazia) nell’ottica di risolvere i problemi che li determinano.

È necessario, in una prospettiva del genere, che si cerchi di rendere non necessari, o perlomeno di ridurre al massimo, i politici di professione, con un ricambio periodico di coloro che amministrano – con persone che per un periodo limitato nel tempo lasciano il loro lavoro per porsi al servizio della comunità e poi tornano ai propri impegni di sempre (e con un rapporto continuo fra amministratori e amministrati, sia come singoli che come realtà associative e di movimento). Rilancio della partecipazione, decentramento, riqualificazione della politica sono aspetti strettamente intrecciati fra loro.          

Con questo percorso è possibile cogliere la ricchezza di apporti che deriva – che può derivare – dal fatto di avere “diecimila e una Italia”, con identità e caratteristiche le più diverse (ma che possono concorrere tutte a definire il quadro generale, tanto più valido quanto più composto da molteplici differenze). E una ricchezza ancora maggiore può venire dalle nuove cittadine e dai nuovi cittadini che si inseriscono nei diecimila e uno luoghi in cui si articola l’Italia.

Una prospettiva del genere si collega all’esigenza di un cambio radicale nelle politiche economiche, con l’impiego dei fondi destinati alle grandi opere, inutili e dannose, e agli armamenti per il finanziamento delle uniche grandi opere che vale la pena di mettere in cantiere (relative alla messa in sicurezza del territorio, alla riconversione ecologica, al recupero dei paesi e delle zone agricole abbandonate o in via di abbandono, alla riforestazione di intere aree distrutte dagli incendi e dalle frane…). Tutte opere che richiederebbero un forte impiego di mano d’opera, con varie competenze, composta da nativi/e e da migranti (secondo il modello Riace, dove l’inclusione di persone immigrate ha permesso di rivitalizzare un paese ormai quasi privo di abitanti).                                            

In questo contesto andrebbe ripreso il tema del “bilancio partecipativo”, lanciato al tempo dei Social Forum Mondiali e che ha avuto qualche sperimentazione anche in Italia (nel comune di Grottammare, ad esempio), come pure si dovrebbero recuperare altri strumenti utili per socializzare l’azione di governo (il bilancio di genere, il bilancio sociale, di cui si registrano alcune timide applicazioni, come quella della Provincia di Firenze, prive però di conseguenze pratiche).

Il ’68 e gli anni ’70 avevano prodotto un grande sviluppo della partecipazione, in ambiti diversi (non solo nelle manifestazioni di piazza): avevano fatto sì che le assemblee divenissero strumenti comuni di discussione, di confronto, di decisione nelle scuole, nelle università, nelle fabbriche, nei luoghi di lavoro in genere, nei quartieri; avevano determinato la nascita di nuovi organismi sindacali (i consigli di fabbrica e di zona); avevano indicato la strada dell’associarsi su obiettivi non corporativi e della sindacalizzazione al mondo delle professioni (i medici con Medicina Democratica, gli psichiatri con “Psichiatria Democratica”) e dei corpi separati dello Stato (i magistrati con Magistratura Democratica, i poliziotti con il sindacato SIULP); avevano prodotto il decentramento amministrativo – i consigli circoscrizionali elettivi – nei Comuni (Firenze fu la prima città medio-grande in Italia a eleggere, nel 1976, i propri consigli di circoscrizione, sull’onda di un movimento di quartiere, sviluppatosi in città dopo il 1968 e in continuità con i comitati dell’alluvione, che l’aveva posta fra i suoi obiettivi). Ma, dopo un periodo di progressivo sviluppo, è cominciata una lenta involuzione, come già accennato, in sintonia con il generale venir meno degli strumenti della partecipazione in nome della governabilità.

Con i Social Forum e con i movimenti della pace (che hanno trovato momentaneamente una qualche rispondenza anche a livello istituzionale) agli inizi del 2000 ha ripreso quota, ma per poco tempo, la partecipazione. Oggi, per farla riprendere occorre una grande iniezione di energie, di idee, di volontà politica.

Nel frattempo, in altre parti del mondo sono nate esperienze significative, che occorre conoscere meglio per trarne spunti di riflessione e indicazioni. Penso, principalmente, a quella delle autonomie locali federate impostate sui principi della parità di genere (una sindaca e un sindaco), della laicità, dell’interculturalità, da parte delle curde e dei curdi del Rojava (autonomie che hanno dei punti di contatto con i carajoles degli Zapatisti del Chiapas e che danno un altro taglio e un’altra prospettiva alla questione della lotta per l’indipendenza: non puntando a un nuovo Stato, ma alla federazione di realtà autonome. Tempo fa il Comune di Barcellona aveva lanciato l’idea di un coordinamento fra le città disponibili all’accoglienza dei richiedenti asilo, dei profughi, dei migranti: un buon proposito che non ha dato però molti frutti.

5.

La costruzione di un soggetto nuovo della sinistra non può prescindere da un rinnovato interesse per gli strumenti e le pratiche della partecipazione (con l’individuazione anche di modalità nuove e prevedendo l’uso di strumenti telematici, senza però affidarvisi in via esclusiva), e cioè da una ripresa seria di ragionamenti, di confronti, di esperienze relativi alla democrazia partecipativa. Tenendo conto di quanto è stato fatto in passato e di quanto è ancora in vita a livello di enti locali, specie rispetto alle questioni ambientali (sarebbe pure auspicabile un rilancio degli interventi delle comunità e degli enti locali riguardanti il tema della pace, con particolare riferimento all’urgenza di fare pressione perché l’Italia aderisca alla messa al bando delle armi nucleari decisa da 122 Paesi dell’ONU).

Vanno anche seguite con attenzione le esperienze per la ripubblicizzazione dell’acqua, sulla base del risultato del referendum – ignorato dai più – e per la gestione partecipativa degli spazi pubblici (in contrasto con la tendenza, generalizzata, a vendere, privatizzare, commercializzare il patrimonio comunale). Proprio nella difesa, valorizzazione, utilizzo dei beni comuni, fra cui indubbiamente anche gli spazi sociali, può essere individuato un ambito in cui mettere in atto nuove forme di partecipazione di soggetti singoli e plurali alla gestione del pubblico.

È fondamentale che si avvii un settore di ricerca e di elaborazione sul tema della partecipazione e della democrazia partecipativa, cogliendone le valenze politiche e non riducendolo a puro supporto tecnico. Facciamo nostro il motto di un’associazione francese che si propone di democratiser la democratie e perseguiamo anche così l’obiettivo, oggi prioritario, di “restare umani”.