Distanziamento e diffidenza verso l’altro

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Alle Menschen werden Brüder…
Tutti gli uomini diventano fratelli…
(F. Schiller, Inno alla gioia)

Dopo la differenziazione nazionalistica e ideologica, ben presto degenerata in discriminazione razziale, nel secondo dopoguerra, specie con la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e con i nuovi organismi internazionali come l’Onu, la ricostruzione si è sforzata in tutti i modi di riavvicinare tra loro gli esseri umani sulla scorta dei diritti appena conquistati, esortandoli a incamminarsi lungo il pur ampio sentiero della pace per farli riabbracciare in amicizia come fratelli. E poiché quella degenerazione aveva avuto il suo epicentro in Europa, si cercò di fare in modo che quell’abbraccio si compisse soprattutto nel vecchio continente, cercando di attuare l’idea di Unione europea che Rossi e Spinelli avevano maturato durante la loro permanenza al confino.

La spinta solidaristica però si esaurì ben presto, una trentina d’anni dopo, perché al capitalismo sembrò che una tale spinta stesse realizzando quella rivoluzione socialista che da sempre esso aveva avversato e combattuto spingendo i Governi (manovrati come pedine di una grande scacchiera) a formare cordoni sanitari o a scatenare guerre contro un nemico comune. A cavallo tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta del Novecento, nella sua nuova veste neoliberista, il capitalismo decise pertanto di mettere fine a quell’idea di società solidale inoculando in quel tessuto sociale uno strano germe che portò rapidamente alla lacerazione di tutti i legami che con fatica erano stati creati dai ricostruttori nel periodo che è stato giustamente definito “glorioso trentennio”. Questa rottura non si avvertì solo a livello nazionale o generale, negli orientamenti della politica e dell’economia, ma si percepì anche a livello individuale e psicologico, nel comportamento e negli stessi atteggiamenti delle singole persone. Da un giorno all’altro venne meno in esse quella spinta amicale maturata e fiorita negli anni Sessanta e Settanta, spinta che le avvicinava e le rendeva uguali dinanzi a quei diritti. Nel giro di poco tempo furono soggiogate da un incontenibile impulso alla distinzione e al distanziamento, simile a quel sospetto e a quella diffidenza che si credeva di aver superato una volta per tutte assieme alle due guerre. E invece, sebbene più contenuta, quell’astiosità ritornava con un rattenuto rigurgito, come un reflusso esofageo, segno del fatto che quell’astio non era stato ancora del tutto digerito e metabolizzato. Inspiegabilmente ora le persone cominciavano a guardarsi di nuovo in cagnesco, mossi da una altrettanto inspiegabile invidia che alimentava un assurdo spirito competitivo che li corrodeva dall’interno e di cui non potevano fare altro che osservare gli effetti nefasti che si verificano all’esterno. Di nuovo sembrava riemergere quella carica sorda di odio che, nonostante ogni richiamo alla voce della coscienza, sin dall’origine dei tempi aveva mosso un fratello contro l’altro, un popolo contro l’altro, un odio suscitato solitamente dall’incorreggibile Mamon, dal dio denaro. È infatti dinanzi a questo sempre moderno obbrobrio, di fronte a questo dio falso e ingiusto che separa anziché unire, davanti a questa ennesima versione del vitello d’oro che gli uomini si genuflettevano in adorazione e nel contempo, ancorché nella forma più attenuata della competizione, si ridisponevano alla lotta.

Ebbene, seppure al costo di un forte indebitamento, le banche di tutto il mondo (almeno di quelle d’Occidente) fecero in modo che il denaro – inteso come simbolo di potere, come icona sacra e redimente, come cifra o segno di distinzione – cadesse sugli uomini dall’alto come una manna; essi divennero così ben presto dipendenti compulsivi da quella sostanza, al punto da commettere qualsiasi scelleratezza pur di venirne in possesso e per accumularne quantità sempre maggiori. In tal modo la loro esistenza venne profondamente stravolta: non c’era infatti momento di questa loro tanto nuova quanto arida vita in cui non parlassero e non si infervorassero per il denaro, poiché lo consideravano ormai come una vera e propria panacea, un farmaco in grado di mettere fine ad ogni male, persino a quello estremo della morte, a quello dell’invecchiamento, del tempo che passa e che allora anzi passava ancora più in fretta (anche perché non bastava mai, proprio come il denaro), un tempo che trascorreva così veloce che risultava addirittura impossibile starvi dietro, specie sotto la pressione della tecnologia.

Per poter meglio idolatrare quel vitello d’oro scintillante (erano anni quelli in cui tutto veniva pitturato d’oro e d’argento e in cui gli uomini apparivano come tanti minuscoli re Mida), per dimostrargli tutta la loro fervente devozione venne finanche istituito un lessico specifico, un linguaggio finanziario che subito gli uomini fecero proprio diffondendolo in tutte le loro istituzioni. La finanziarizzazione non fu però solo linguistica e culturale; fu anche economica, perché le industrie da allora in poi anziché approntare prodotti materiali si misero a investire su prodotti sempre più sofisticati, al punto che la classica formula marxiana D-M-D fu mutata nella più moderna, anzi nella postmoderna D-D-D.

Ma dopo un trentennio esatto da quella apparente e ingannevole esplosione di benessere – apparente perché fondata non già sul lavoro, ma sul debito – ci si accorse che l’azione finanziaria globale non era stata altro in realtà che il frutto di una sofisticazione, di una ennesima speculazione sviluppata ad arte: insomma qualcosa di artificiale e di artificioso, un bolla/balla finanziaria, un prodotto artefatto proprio come il vitello d’oro. Il danno però era già stato fatto, il peccato compiuto: i legami sociali erano stati brutalmente recisi, le industrie polverizzate, la cultura estinta, il lavoro dissolto assieme agli operai. In quantità incalcolabili e inimmaginabili, i capitali tuttavia sopravvivevano a loro stessi, al sicuro, conservati in paradisi fiscali di cui potevano godere beatamente solo pochissimi speculatori. Tutto intorno a questi luoghi d’elezione restavano alti cumuli di macerie, in mezzo ai quali sopravvivevano ammassati gli scarti umani prodotti da quel sovvertimento neoliberista, rovine storiche dalle quali gli stessi angeli kleeiani facevano fatica a sollevarsi.

Si dava ancora tuttavia una possibilità di salvezza: la scelta del virtuale. I legami umani, la cultura, l’istruzione, il lavoro, insomma l’attività umana nel suo complesso, si poteva ricostituire, ma solo virtualmente. Tutto si poteva virtualizzare: la realtà concreta poteva essere sostituita da quella virtuale. In tal modo la confusione si approfondiva, diventava abissale: si cominciò a parlare di post-verità, di post-umanità, di post-democrazia, e via discendendo da un post all’altro, come se un abisso ne invocasse un altro.

Ebbene, in questo mondo immondo, in questo mondo umano sempre più disumano (degno di un dramma ibseniano), in questo chaos estremo in cui è venuta meno ogni spinta dalla philia, in questo sfaldamento strutturale del tessuto sociale, insomma in questo disastro lasciato in eredità al genere umano dal capitalismo neoliberista (altro che benessere per tutti!), questo tipo di umanità reietta deve ora purtroppo fare i conti anche con il nuovo flagello della pandemia; il quale altro non è che il conseguente castigo per quella scelta scellerata del meglio anziché del bene, del benessere anziché dell’essere, per la deviazione dal sentiero isaio-paolino della pace, per il tradimento della legge, della legge umana, del diritto, in una parola per la hybris, per la protervia che il capitalismo ha sempre mostrato come assurda e autodistruttiva sfida al divino.

Non è difficile prevederne le conseguenze, a tutti i livelli. Proviamo qui ad evidenziarne solo una, forse quella che è più in continuità con il recente passato che si insinua ancora subdolamente nel presente: il distanziamento, la diffidenza verso l’altro. Si tratta di un nuovo trauma, di un ulteriore graffio, di una incisione aggiuntiva operata su una ferita precedente, provocandone così la recrudescenza. Alla diffidenza ideologica e razziale, dopo il glorioso trentennio si era aggiunta, durante il “trentennio inglorioso”, quella sociale; ad esse ora, a causa della paura del contagio, si somma anche la diffidenza epidemica, la quale, nonostante le ostentate e irresponsabili aggregazioni in barba ad ogni decreto, nonostante i salvifici smartphone, scava ancora più a fondo in quella piaga irrimarginabile, più a fondo nella incolmabile solitudine degli individui, nella disgregazione sociale, nella dissoluzione dell’umano.

Franco Di Giorgi

Ha Insegnato per due decenni filosofia e storia presso il Liceo scientifico "A. Gramsci" di Ivrea. La sua riflessione si muove tra filosofia (Aporia, 2004), memorialistica (concentrazionaria e resistenziale) (Lettera da Mauthausen e altri scritti sulla Shoah, 2004; A scuola di Resistenza, 2006), esegesi biblica (Giobbe e gli altri, 2016; Il Luogo della Vita. Riflessioni sul Vangelo di Tommaso, 2018) ed estetica (letteraria e musicale) (Tolstoj, Flaubert, Rilke, Proust, Ibsen, Pergolesi, Vivaldi, Beethoven, Rachmaninov, Mahler). Tra le riviste che hanno ospitato i suoi scritti: Testimonianze, Fenomenologia e Società, Paradigmi, Interdipendenza, Nuova Rivista Musicale Italiana, Israel, Historia Magistra...

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3 Comments on “Distanziamento e diffidenza verso l’altro”

  1. ARTICOLO MOLTO INTARESSANTE E SCRITTO IN MODO FORSE (UN PO’) TROPPO SPECIALISTICO.
    UN PO’ ASSOLUTA ANCHE LA VISIONE NEGATIVA, VISTO IL FIORIRE DI INZIATIVE DI SOCCORSO E FRATELLANZA. CERTO COMUNQUE CHE IL DENARO NON E’ TEORIA, COME INVECE LO SONO L’EMPATIA, LA CONDIVISIONE, L’AIUTO SPONTANEO, LA FRATELLANZA DEL RICONOSCERSI TUTTI FRATELLI.

  2. HA RAGIONE LEI. MALGRADO LE MANIFESTAZIONI DI SOLIDARIETÀ IN TEMPI DI EMERGENZA, LA FRATERNITA’ RESTA UNA TEORIA, UN IDEALE, UN’UTOPIA, MENTRE IL DENARO E IL CAPITALISMO SONO PURTROPPO UNA REALTÀ DISTOPICA.

  3. Sono in piena sintonia con le riflessioni di Di Giorgi e anche con la lapidaria e amara risposta al commento di cui sopra.
    Sono tempi atroci, tra i tanti che ha conosciuto l’umanità, con modalità nuove che acuiscono l’isolamento sociale, detto distanziamento e così caldamente raccomandato. Tutto desacralizzato, morte e vita. Sulla solidarietà, i gesti episodici di qualche piccolo aiuto al conoscente , amico in difficoltà, non sono la ” svolta” della coronaviruscrazia.
    Al contrario, è emerso un diffuso egoismo, gretto e sospettoso . Per non parlare degli affari ghiotti di sordidi predatori, tra nomi noti ( famiglie in vista dell’alta borghesia italiana) e meno noti. E altri ancora che facilmente si possono individuare con i conti rimpinguati da questa provvidenziale disgrazia, completamente estranea alla provvida sventura manzoniana.

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