Il Coronavirus ci pone di fronte a un bivio

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Sembra di essere proiettati in un film post apocalittico, di quelli che narrano di eventi catastrofici che sconvolgono e decimano il genere umano. Le scene che ci giungono dalle principali città del mondo occidentale come Londra, New York, Roma, Milano, Parigi (ma le avevamo viste a Wuhan), ci restituiscono l’immagine di città fantasma, come se la pandemia avesse già colpito a morte gli abitanti sterminandoli. L’effetto visivo è lo stesso. Non era mai successo prima. Il genere umano è tappato in casa e non esce per paura di essere contaminato dal coronavirus. Questo ci dà l’idea della nostra vulnerabilità. Abbiamo costruito sistemi complessi, ad alto tasso di tecnologia, attraverso trasporti e mezzi di comunicazione abbiamo riunito il mondo di nuovo in un’unica Pangea, vanificando l’operato della tettonica a zolle e, per una beffarda eterogenesi dei fini, tale interconnessione ci ha messo in ginocchio.

Sarà un caso o forse no, ma il virus segue una linea geografica, nell’espansione, che coincide con la fascia dei Paesi più sviluppati, più ricchi e anche più responsabili dei destini infausti dell’umanità, generando una nemesi che ricorda il film di Buñuel L’angelo sterminatore. L’epidemia nasce in Cina, nel Paese che ha la maggiore capacità produttiva al mondo, quella che costituisce l’officina del globo e che produce più inquinamento (anche se in misura minore agli Stati Uniti se si misura il dato pro capite), si sposta in Europa e negli Stati Uniti. I Paesi più ricchi della terra sono in ginocchio. I loro abitanti non conoscono la guerra da generazioni, essendosi limitati a portarla a casa degli altri. Quindi, questa emergenza rappresenta un trauma mai provato prima dalla stragrande maggioranza delle loro popolazioni. I Paesi in via di sviluppo sembrano non essere ancora toccati dal virus, il che non significa che non lo saranno o che non lo siano già, viste le difficoltà dei controlli in quei Paesi. Se il virus passasse da loro si potrebbe verificare un’ecatombe e questo sarebbe l’ennesimo disastro che, dopo uragani, siccità e alluvioni dovuti al cambiamento climatico, la parte ricca del globo regala a quella povera.

Le economie dell’occidente sono ferme, le persone sono recluse in casa per la maggior parte. È paradigmatica questa imposizione di uno stop che ricaccia gli esseri umani nelle loro tane minacciandoli se osano fare capolino fuori. Il monito è: avete esagerato, ora statevene buoni per un po’. Le modalità di questa emergenza sono inedite perché si riverberano a 360 gradi sulle attività dell’uomo, da quelle produttive a quelle relazionali. Chi fosse proiettato su paradigmi religiosi non potrebbe non pensare a un castigo divino, alle piaghe d’Egitto. Avvertimenti ce n’erano stati, d’altra parte: altre epidemie negli scorsi anni, eventi climatici sempre più frequenti e distruttivi, avvisaglie di un diluvio universale che si stava preparando per il futuro. Possiamo sperare che questa sia solo l’ennesima avvisaglia e non il diluvio. Ma su un piano più razionale possiamo abbandonare il modello apocalittico e riflettere su quanto sta accadendo, perché nulla accade per caso e occorre essere in grado di dare risposte sensate.

Ciò che sembra più probabile, lo si comincia ad ascoltare anche da persone dalle quali mai avremmo immaginato di sentire parole critiche sul nostro sistema di sviluppo, è che l’emergenza porterà a un mutamento di paradigma. A quel paradigma economico, a quel modello ipercompetitivo, iperdistruttivo, iperaccelerato che ha caratterizzato gli ultimi decenni, all’insegna di un modello produttivo e predatorio che il mondo occidentale persegue dalla rivoluzione industriale, epoca a cui qualcuno fa risalire l’inizio dell’Antropocene. Abbiamo evidentemente superato i limiti, quei limiti di cui parlava lo studio del Club di Roma nel 1972 (I limiti dello sviluppo. Rapporto del System Dynamics Group Massachussetts Institute of Tecnology per il progetto del Club di Roma sui dilemmi dell’umanità), aggiornato e confermato più volte, fino agli inizi del XXI secolo, e per lo più ignorato in quanto tacciato di catastrofismo. Sempre più insistentemente si sentono commenti che vedono l’attuale pandemia come un portato, una sorta di feedback, dell’attacco dell’uomo all’ecosistema e alle specie animali. È anche il nostro modello di vita individuale improntato all’eccesso (ma non per tutti) che va ora riconsiderato, dall’alimentazione, ai consumi superflui, all’uso eccessivo di una certa tecnologia che ha assunto modalità finalistiche abbandonando quelle strumentali. L’umanità deve entrare in armonia con il pianeta e abbandonare la sua furia distruttiva che, d’altra parte, gli si ritorce contro perché l’uomo è parte dell’ambiente anche se lo considera a proprio uso e consumo. Chi, non folle, si chiuderebbe in macchina lasciando che i gas di scarico invadano l’abitacolo fino a saturare l’aria? La tecnologia, ammonivano gli scienziati del Club di Roma, può generare l’illusione di poter risolvere il problema, ma in realtà non fa che posporlo rendendone oltremodo difficile la soluzione e togliendo tempo all’adozione di misure tempestive nella fiducia ottimistica che arriverà la soluzione tecnologica a salvarci.

Si è raccontato che una vita iperaccelerata doveva servire per distribuire più benessere a tutti, specie a quelli che erano indietro. In realtà, chi era indietro è rimasto indietro, chi era avanti ha consolidato le proprie posizioni a scapito di altri, in un gioco a somma zero. Ecco, occorre imparare che quanto è stato fatto finora non è stata una partita a somma positiva, più benessere per tutti, ma ha incrementato le differenze, le diseguaglianze tra e all’interno degli Stati. Chi non crede che la diseguaglianza non comporti disfunzioni sociali e individuali si vada a leggere il bel lavoro (dal titolo ampiamente simbolico: La misura dell’anima. Perché le diseguaglianze rendono le società più infelici, Feltrinelli, 2009) di due epidemiologi – R. Wilkinson e K. Picket – sui disastri prodotti dalla diseguaglianza a livello mondiale Vi è tutto quello che serve per inquadrare il problema e verificare come la crescita non ridistribuita non abbia prodotto benessere, in proporzione, neanche a chi ne ha beneficiato di più. È nota, d’altronde, la disutilità marginale di beni e ricchezze: più se ne hanno, meno se ne gode proporzionalmente. Anzi, in alcuni casi, lo scotto del privilegio è stato pagato con un isolamento in fortini protetti dalla collettività, come si evidenzia nel film messicano La zona (di cui l’attuale isolamento forzato rappresenta una parossistica estremizzazione), e in perdita di senso di sicurezza, sensazione di assedio, di vulnerabilità, di diffidenza verso l’altro. Qualcosa che non viene meno neanche nei casi di pandemia che dovrebbero sollecitare la solidarietà e che invece istigano gli americani alla rincorsa alle armi. Dobbiamo forse ricorrere allo spirito protestante del capitalismo per capire certa ostinazione nel perseguire una strada che è in realtà un vicolo cieco. Solo un certo fanatismo religioso che misura con la ricchezza la certezza di far parte dei predestinati alla vita eterna, ci offre una spiegazione in tal senso. Quel tasso di crescita ancora disponibile, semmai, ammonivano gli scienziati del MIT, dovrebbe essere utilizzato per coloro che ne hanno più bisogno e ha come corollario una riduzione del tenore di vita da parte dei ricchi.

Che pensare, ora, di quei settori ritenuti, da una certa vulgata economica, improduttivi, come sanità e scuola? O altri il cui apporto è stato dato per scontato come tutta la catena di distribuzione dei generi alimentari? Quest’emergenza dimostra come la società funzioni solo se ognuno fa la propria parte e che le differenze sono giustificate solo se moderate, in quanto nessuno è autonomo e se la può cavare con le proprie sole forze. Secondo le leggi di mercato, vero mantra di una certa economia mainstream, quanto dovrebbero essere remunerati ora medici, infermieri, addetti al settore agroalimentare, addetti ai trasporti, operai di settori strategici che non possono smettere di lavorare e non possono svolgere le loro mansioni attraverso sistemi informatici che consentano una prestazione da remoto? Stiamo parlando delle categorie, fatta forse qualche eccezione per i medici, che il mercato, finora, ha ritenuto di remunerare meno. Si noti come occorra collaborazione e come siano parimenti importanti sia le persone altamente specializzate che quelle a bassa qualificazione in un sistema complesso come il nostro. Non è anche questo motivo per ripensare il sistema della distribuzione della ricchezza, impedendo accumulazioni non sostenibili per società democratiche che, ad esempio, si ritrovano una immensa ricchezza privata e una scarsa disponibilità pubblica che si riverbera necessariamente sui sistemi sanitari oggi così importanti e così in sofferenza?

Di un cambio di mentalità, change of mindset, parla Draghi sul Financial Times, riferendosi alla necessità che gli Stati finanzino a debito le attività produttive per consentire loro di fronteggiare la crisi economica susseguente a quella sanitaria e di mantenere aziende e posti di lavoro. Occorre evitare – si affretta a dire Draghi – quella miopia che caratterizzò l’Europa post crisi del 1929 e che precipitò il mondo verso la catastrofe del conflitto mondiale. Ma, aggiungo, occorrerà anche imbrigliare la finanza che si sta dimostrando inadatta a gestire situazioni di emergenza distribuendo panico tra gli investitori e bruciando miliardi in una manciata di minuti: altra dimostrazione del fatto che le macchine, computer su cui girano complessi algoritmi di compravendita, prendono piede e si trasformano da mezzo in fine. Un esempio sulla strada da intraprendere ci viene dalla decisione presa, nei giorni scorsi, dalla Borsa italiana di vietare, per tre mesi, operazioni eminentemente speculative come le vendite allo scoperto.

Usciti dall’emergenza, due scenari si prospettano: provare nuove prospettive e cambiare modello, oppure tornare al modello precedente e accelerarlo ancora di più per recuperare il terreno perduto in questi mesi (la richiesta di Confindustria di rendere inefficace il green deal europeo va in questa direzione), magari ripercorrendo tragitti già sperimentati di shock economy. Il sentiero da percorrere non è affatto scontato: al bivio si può prendere la strada che lentamente e con una certa fatica ci riporta a casa oppure fare il salto nel burrone, pensando di raggiungere più velocemente l’abitazione. La scelta sta a noi ed è tutt’altro che già scritta.

Fabrizio Venafro

Fabrizio Venafro, laureato in scienze politiche, studia la società contemporanea sotto il profilo socio economico, con taglio interdisciplinare.

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2 Comments on “Il Coronavirus ci pone di fronte a un bivio”

  1. Il guaio è che nel mondo si è instaurato un meccanismo che gira per conto suo senza oramai decisioni prese dall’uomo; siamo talmente condizionati dalle nostre abitudini da non poterci più nemmeno accorgere che abbiamo già ripreso la corsa forsennata di prima. Quanti si sono accorti del dramma degli ultimi profughi privati di qualsiasi soccorso dall’Italia e da Malta con dodici morti e altri 50 riportati nei campi di detenzione in Libia. Non dobbiamo forse aspettarci che quando questo diventerà necessario patiremo lo stesso trattamento? Hitler non decise di eliminare anche i tedeschi troppo malati e troppo vecchi perché gli rovinavano la razza o forse in realtà perché avrebbe dovuto spendere troppo a tenerli in vita? Rileggere: La banalità del male. Salute

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