Noi e la zona rossa

image_pdfimage_print

Da ormai quasi due settimane, due interminabili settimane, l’Italia è stata dichiarata Zona rossa. Una zona tenuta a debita distanza dall’Europa, che peraltro ha ormai gli stessi dolorosi problemi, ma anche interdetta ai propri cittadini e alla loro possibilità di movimento. Ma non ai centri commerciali e solo in parte alle fabbriche. Un intero paese isolato dal mondo per un tempo indeterminato.

La pandemia del coronavirus, al di là delle valutazioni di carattere scientifico, rappresenta l’evento più drammatico e immaginifico del nuovo millennio e per molti degli attuali abitanti del pianeta: l’attacco alle torri gemelle seppe probabilmente evocare un simile panico, ma con proporzioni diverse, data la distanza fisica dall’evento, e per un periodo di tempo molto più limitato. Per coloro che hanno qualche anno in più, come lo scrivente, nemmeno i 55 giorni del sequestro Moro furono in grado di tenere in altrettanto scacco un intero Paese, di seminare cotante reazioni dicotomiche, comprese tra la paura del contagio e della morte e la rimozione di essa, ben rappresentata dai ripetuti assembramenti, in barba ai divieti, nei parchi e nei luoghi di ritrovo.

Un popolo bloccato dentro la Zona rossa, che ha riscoperto un bizzarro collante autarchico in un senso di patriottismo in salsa capitalista dove, mentre si scansa il vicino di mascherina (acquistata a prezzi salatissimi), lo si invita ad acquistare soltanto le merci italiche e a boicottare quelle di un’Europa sempre più e innegabilmente nelle mani delle banche e non dei propri cittadini.

La vicenda di cui ci occupiamo ha reso ancor più evidente cosa siamo diventati oggi: non tanto persone, quanto strumenti di un sistema atto a produrre e a consumare fino all’ultimo respiro, quello stesso respiro affannoso provocato dal virus. Nel momento in cui l’avvento della Zona rossa rende plastico il primato dell’economia sull’ambiente e sui diritti sociali e politici, ci viene tuttavia offerta una straordinaria opportunità di consapevolezza.

Pochi, per ora, hanno saputo cogliere nel coronavirus un chiaro e disperato segnale di ribellione del pianeta al suo costante e inesorabile ipersfruttamento e all’altrettanto drammatica corsa verso un punto di non ritorno. Nel 1969 l’influenza arrivò in Italia da Hong Kong in diciotto mesi; stavolta ha impiegato soltanto venti giorni. La globalizzazione globalizza anche i rischi legati a un sistema dove tutto corre, la finanza, le merci e le persone, e dove la velocità è ormai fuori ogni controllo, anche quella con cui il virus si è diffuso. L’uomo ha perso la padronanza dei propri processi, e allora la natura è costretta a salvaguardarsi.

L’influenza è quella che noi tutti abbiamo procurato al nostro pianeta, e questo ha necessità di curarsi, espellendo il virus letale. Il virus che tanto temiamo, giustamente, è quello che abbiamo inoculato negli ultimi decenni nel corpo vivo della natura che ci circonda, e la cui temperatura deve calare, se essa vuole sopravvivere. Il virus dell’antropocene o, meglio ancora, del capitalocene, secondo la definizione di Jason W. Moore (Antropocene o Capitalocene? Scenari di ecologia-mondo nell’era della crisi planetaria, 2017): «Il cambiamento climatico non è il risultato dell’azione umana in astratto – l’anthropos – bensì la conseguenza più evidente di secoli di dominio del capitale. Il cambiamento climatico è capitalogenico».

In un altro mio intervento (https://volerelaluna.it/ambiente/2019/10/08/antropocene-o-finanziocene-lumanita-la-finanza-e-la-catastrofe-ambientale/) ho osato andar oltre, parlando di “finanziocene” per definire la progressiva perdita di centralità del capitalista imprenditore, della forza lavoro, in definitiva delle stesse merci prodotte in un sistema dove la ricchezza è virtuale e concentrata nelle mani di pochissime persone.

In ogni caso, non c’è altra possibile lettura a questi drammatici e surreali giorni. Un’umanità globalizzata totalmente protesa da tempo, troppo tempo, a non considerarsi più comunità, non più unione di persone in simbiosi col pianeta, ma mera aggregazione di consumatori individuali e individualisti, in competizione tra loro come nei giorni dell’assalto agli scaffali dei supermercati, che ha come unico obiettivo la salvaguardia dei processi economici alla base di questa visione, come gli stessi decreti di questi giorni, pur necessari e condivisibili, confermano. E che chiudono soprattutto i luoghi di aggregazione relazionale e culturale, ma non quelli produttivi e di consumo.

La Zona rossa non è l’Italia, o meglio, non solo: è ciò che il pianeta ha posto a propria tutela, tentando di mettere, finalmente, l’uomo in quarantena. Sperando che non sia troppo tardi e che questa drammatica vicenda ci offra, una volta usciti dalla quarantena, l’opportunità di cambiare finalmente rotta e stili di vita, di lavoro e di consumo.

About Francesco Fantuzzi

Francesco Fantuzzi, animatore del gruppo civico Reggio Città Aperta, consigliere della cooperativa di finanza mutualistica e solidale Mag6, è promotore di iniziative di partecipazione civica culturale e ambientalista nel settore dei beni comuni.

Vedi tutti i post di Francesco Fantuzzi

One Comment on “Noi e la zona rossa”

  1. Bisogna essere estremamente ottimisti per pensare che usciti dalla quarantena si dischiuda una prateria ove costruire un nuovo modo di produrre che superi il modello capitalistico.
    Anche nel più favorevole degli scenari, l’impoverimento in cui incorrerà la parte più debole e maggioritaria della popolazione, i guasti che l’interruzione della produzione avranno introdotto nell’attuale sistema, il rilancio che porterà i paesi più forti a riprendere il dominio e a chiudere il sostegno a quelli più deboli, porteranno ad un ulteriore impoverimento con tensioni sociali di tale portata che qualsiasi tentativo di avviare una economia diversa, circolare ecosostenibile sarà tragicamente frustrato, per la rivolta in primis proprio da quei più deboli che vorremmo invece tutelare e avere dalla nostra parte.
    Accadrà invece che verrà riproposta, vedi intervista di Draghi al Times, la integrazione della nostra economia in quella dei paesi più forti ove procederemo a traino come è successo finora.
    Non è sufficiente continuare a ripeterci che e’ necessario “cambiare finalmente rotta e stili di vita, di lavoro e di consumo”, se non siamo in grado di delineare quali sono le strategie operative e le politiche che le devono sostenere per avviare questo nuovo modello e corazzarlo a difesa degli attacchi durissimi e spietati del sistema che vogliamo abbattere.
    Detto in altri termini: si’ alla urgenza di uscire da questo sistema che ci sta portando alla catastrofe come specie in un pianeta che si ribella, però qualcuno ci dica per favore come praticare questa uscita e come costruire il nuovo sistema.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.