Non c’è cambiamento senza utopia

09/01/2020 di:

Di fronte a una situazione politico-partitica priva di prospettive reali di cambiamento (se non in direzione di un prevalere assoluto del populismo fascio-leghista), esistono nella società numerose esperienze solidali, di accoglienza, di inclusione, di tutela dei diritti, che vanno in direzione ostinata e contraria al senso comune dominante. Non solo. Sempre di più, in questi ultimi tempi, si sviluppano movimenti, che raccolgono la partecipazione di un ampio numero di persone, su obiettivi specifici, movimenti quali “Fridays for future” sull’emergenza climatica (un movimento a dimensione mondiale composto essenzialmente da giovani e giovanissimi) e le “sardine” (che si stanno mobilitando in tante piazze d’Italia in nome dell’“umano” che si oppone al “disumano”).

Sarebbe compito di un soggetto politico di sinistra (attualmente tutto da costruire) raccogliere le istanze e gli stimoli che provengono da tali esperienze e movimenti per costruire un progetto che abbia l’ambizione di trasformare profondamente lo stato delle cose, con una visione del futuro carico anche di utopia. Si tratterebbe di realizzare davvero quel processo costituente, spesso auspicato ma mai concretamente avviato, che dovrebbe ridare a una sinistra non residuale (e composta essenzialmente da reduci nostalgici) visibilità, incisività, capacità di rapportarsi all’insieme delle persone, e non solo a ristretti gruppi di militanti.

Intanto, sarebbe importante che i diversi movimenti in campo cominciassero a interloquire e a fare propri, ciascuno, le tematiche dell’altro. In modo che l’azione per il clima si intrecciasse con quella che ha l’obiettivo di “restare umani”. Imprescindibili punti di partenza per sviluppi progettuali e programmatici successivi. E dalle manifestazioni in piazza dovrebbero scaturire iniziative articolate nei vari territori capaci di calare nelle singole realtà i temi generali, arricchendoli di altri elementi (relativi, ad esempio, alla lotta quotidiana contro il razzismo e il fascismo, due aspetti del pensiero oggi ampiamente diffuso, se non prevalente, strettamente collegati fra loro). Tramite questa articolazione si constaterebbe che l’iniziativa per l’emergenza climatica diventa vuota enunciazione se non si traduce in atti concreti contro le grandi, e anche piccole, opere inutili e dannose (nella situazione locale fiorentina, ad esempio, il sottoattraversamento TAV della città, l’ampliamento dell’aeroporto, la costruzione dell’inceneritore). E che il “restare umani” implica una serie di atti, anche da parte delle istituzioni locali, che mettono in discussione, fino all’esercizio della disubbidienza civile, le leggi “inumane” esistenti (dalla Bossi-Fini sull’immigrazione, tanto per fare degli esempi, ai decreti sicurezza voluti da Salvini, poi tradotti in legge e ancora in vigore, nonostante il cambiamento di governo).

Certo, far acquisire a tutto questo una dimensione politica progettuale significa passare dall’azione “contro”, peraltro indispensabile, a una proposta complessiva che sappia tenere insieme ambiti diversi in una prospettiva reale di cambiamento. Proposta complessiva di cui esistono, da parte di “esperti” (vedi, fra gli altri, Guido Viale e Piero Bevilacqua) e di un sapere sociale nato dalle esperienze, elaborazioni significative.
Ne indico, a grandi linee, solo una, che implica una revisione profonda degli investimenti e degli obiettivi riguardanti l’ambiente, la difesa del territorio, l’accoglienza e l’inclusione dei/delle migranti, la lotta alla disoccupazione. Sarebbe necessario un grande piano relativo all’assetto territoriale (una grande opera, forse l’unica, veramente necessaria) che preveda la difesa del suolo, il recupero degli spazi abbandonati, la rivitalizzazione delle zone e dei paesi in via di abbandono (ricordiamoci dell’esperienza di Riace), l’impiego di un notevole numero di competenze e di risorse umane, di migranti e di nativi/e, un piano da costruire con l’apporto delle comunità e degli enti locali, con un ruolo attivo e propulsivo delle Regioni. Gli indispensabili investimenti finanziari iniziali sarebbero ampiamente ripagati dai risparmi riguardanti le spese per i danni conseguenti all’abbandono e permetterebbero il recupero di terreni agricoli oggi improduttivi, con nuovi sbocchi occupazionali. Tutto questo – è evidente – darebbe una risposta organica, e non emergenziale, a quelle che risultano, o vengono considerate anche quando non lo sono, emergenze (l’emergenza climatica, l’emergenza migratoria, l’emergenza occupazionale).

Si tratta di una visione utopica? Indubbiamente sì, allo stato attuale della situazione politica. Ma il recupero dell’utopia, cioè di una prospettiva radicale di cambiamento, è un passaggio indispensabile per restituire senso, ruolo e capacità di attrazione alla sinistra, per farne un punto di riferimento per chi vorrebbe trasformare l’esistente, per dare un quadro d’insieme a quanti/e, nella loro realtà, operano in controtendenza rispetto al pensiero dominante. E l’utopia – come afferma Eduardo Galeano – è come l’orizzonte che si sposta continuamente in avanti, mentre avanziamo (ed è ciò che ci spinge a camminare, ad andare avanti).