La politica nella società polverizzata (ma con presenze vitali)

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1. La sinistra in Italia sembra in una crisi che rischia di apparire, nei tempi brevi, quasi irreversibile. Dal “sole dell’avvenire” alla nebbia fitta del presente. Il primo passo dovrebbe essere capire che è successo negli ultimi anni. Cosa si è mosso, si muove, e soprattutto – per noi – che cosa di altro si può muovere, a partire da quali bisogni e desideri. In fondo la sinistra dovrebbe continuare a essere qualcosa del genere del movimento reale che cambia lo stato di cose esistente. Non una pura istanza etica né un programma dagli obiettivi sacrosanti ma lontani dalle pratiche e dalle contraddizioni che caratterizzano il presente.
Dalla fine del Novecento sono cambiate le fabbriche, cambiato il lavoro, cambiato il capitale. Sono esplose le biografie, quasi polverizzate le soggettività politiche, la società è diventata la somma delle solitudini globali di cui parlava Bauman. Connotate dal senso di abbandono e di un radicale impoverimento. Impaurite, rabbiose, competitive. L’affermarsi sulla scena dei piccoli uomini feroci di Pirandello, in un ritorno all’antica società patrimoniale di Balzac e Austen.

2. Dalla sconfitta del movimento operaio del Novecento si è generato un profondo vuoto di identità e di prospettive. E non è oggi in campo in Italia nessuna ipotesi credibile di liberazione per il mondo del lavoro. Né del lavoro, né dal lavoro. La vita dei giovani è segnata dalla precarietà assoluta. E meno lavoro c’è, più domina le menti. L’obiettivo è arrivare a mettere insieme qualche frammento di reddito con qualche frammento di lavoro. Lo spettro essere condannati al divano o all’aiuto della mamma. Si accetta anche di lavorare gratis con l’idea di acquisire crediti o curriculum. Le discussioni sul finanzcapitalismo rischiano di essere vissute come sui massimi sistemi, quando è difficile rimettere insieme se stessi, sapere chi si è, trovare il proprio posto nel mondo.

3. Ma nel vuoto di sé non si vive, qualcuno o qualcosa alla fine lo riempie.
Nella rabbia dell’abbandono cresce il nazionalismo miserabile del “prima gli italiani”. Alla fine, se non posso vincere contro il potere economico e finanziario che mi massacra, almeno liberatemi dai nuovi ultimi che competono con me per le briciole delle risorse disponibili e occupano periferie del nulla. Qui forse possiamo vincere. Essere qualcuno, trovare uno straccio di identità, per quanto fasulla. E le zone ex industriali ed ex operaie diventano i centri del rancore che premiano la peggiore destra e fanno avanzare il fascino del disumano.
È in crisi non solo la sinistra, ma la stessa democrazia.
Trump serenamente pratica il massimo della volgarità e del razzismo. Lo stesso fa Salvini. Non sono scatti di incontrollata irrazionalità. Sono lucidi ragionamenti elettorali: la gente può dire, è uno di noi. È ignorante volgare e arrogante perché fa parte del popolo non delle élite.

4. Va anche aggiunto che nel tempo, a partire dagli anni ’90, l’impostazione della destra su alcuni temi cruciali, tipo l’immigrazione, è divenuta egemone nella società, nell’opinione pubblica, nel sentire comune. Si è trattato di un lento e progressivo cedimento, conseguenza del quadro individuato nei paragrafi precedenti, ma anche derivante dall’insufficiente contrasto sul piano culturale all’azione avversaria, quella che ha conquistato il campo.
Un piccolo esempio in proposito: nella FIOM/CGIL, 20 anni fa e anche più, vi erano già degli iscritti, e anche dei delegati di fabbrica, che erano attivi nell’organizzazione sindacale e aderivano alla Lega, o comunque la votavano. Fu ritenuto un esempio dell’apertura del sindacato, non più “cinghia di trasmissione” di un partito, e non, essenzialmente, una contraddizione (un’incompatibilità) evidente con quelli che ne erano le idee e i principi ispiratori. Di fronte ai veleni razzisti della Lega mancò una decisa iniziativa, diffusa, capillare, sul piano politico-culturale.

5. Che fare dunque?
Non si può stare ovviamente sullo stesso terreno di rabbia e rancore di Salvini o Trump. Come minimo dovremmo deviarlo. Connotare lo scontro fra basso e alto non solo nella forma della società civile contro la casta, del “popolo” – entità mitica di unità mistica – contro i politici. In alto c’è il grande capitale, la finanza, i mercati. Il guaio è che contro quella ricchezza ci si sente drammaticamente impotenti. Come dice Theo, il figlio del chirurgo di Sabato di Ian McEwan, adesso solo pensieri su scala ridotta. E nello spazio ravvicinato è più facile prendersela con il migrante che con il capitale.
Alla fine la forza di questo populismo sta anche forse nello spingere alla rassegnazione, nel togliere la parola.
E invece tocca esserci. Nel tessuto delle relazioni frammentate che hanno fatto esplodere la costellazione culturale del Paese. A partire dalla società. Da ciò che comunque, malgrado tutto (anche malgrado noi, la sinistra) in essa si muove e produce conflitto.

6. Perché esiste una sinistra sociale che lavora sui territori, si impegna per l’accoglienza ai migranti, difende il paesaggio dalle devastazioni, le città dalla commercializzazione e dal cemento.
Non solo. Vi sono, sempre di più, movimenti, realtà, sensibilità, che riescono, in qualche modo, a rendersi visibili, a “bucare lo schermo”, ad acquisire incisività ed efficacia. Su temi essenziali per il futuro dell’umanità, con l’impegno crescente di giovani e giovanissimi/e. Ci riferiamo a “Non una di meno”, che porta avanti, in una dimensione mondiale, le tematiche femministe, a “Fridays for future”, a “Extinction Rebellion” e anche alle mobilitazioni su obiettivi di solidarietà internazionale (sul territorio fiorentino, quella per ricordare Lorenzo Orsetti, caduto combattendo nel Rojava, e, più in generale, in ambito nazionale, le manifestazioni di sostegno al popolo curdo aggredito dalla Turchia di Erdogan).
È una rete vasta di comitati, associazioni, movimenti proiettati verso il futuro (in particolare quelli sull’emergenza climatica), in controtendenza rispetto alle tendenze dominanti, ma senza rappresentanza politica. È un patrimonio e un punto di partenza con cui occorre ricostruire collegamenti e relazioni: si tratta di elaborazioni e indicazioni che costituiscono un apporto indispensabile per rinnovare progetti e programmi della sinistra.
E tuttavia, indubbiamente, non è sufficiente e non basta auto-proporsi come rappresentanti, portavoce o megafono nelle istituzioni delle lotte. Quella galassia di comitati, vertenze, movimenti, grandi e piccoli, ha elaborato una diffidenza profondissima per la sfera politica/partitica, e sembra anche lontana da ogni progetto di sintesi politica complessiva (anche se nel documento elaborato recentemente dall’assemblea nazionale dei “Fridays for future” si va al di là degli obiettivi specifici riguardanti l’emergenza climatica).
Una galassia che si muove molto su delle specifiche issue tematiche ed è molto “laica” sul voto: si astiene dal voto o vota chi pensa sia utile, e cioè chi ritiene che possa aspirare a costituire una massa critica in grado di bloccare e buttare all’aria il sistema – negli ultimi tempi spesso i Cinque Stelle, con quali risultati si è visto, quando i “grillini” si sono alleati con la Lega, e si sta vedendo con il governo attuale.

7. Per essere affidabili e utili occorre prima esistere come una esperienza politica che taglia i ponti con le forme della sinistra novecentesca, che non si perde nelle mediazioni delle varie sigle e porta dentro di sé elementi di solidarietà, di cura delle relazioni, di socialità. Oggi i soggetti politici che vorrebbero essere rappresentativi sono vissuti come alieni, estranei alle persone, ai loro bisogni e desideri. Luoghi politici chiusi alla partecipazione, gerarchici, senza cura delle relazioni, senza spazio per la vita concreta delle persone, senza possibilità di narrazioni personali. Senza gentilezza (non è più il tempo in cui “non potemmo essere gentili”, come disse Bertolt Brecht): oggi anche nei movimenti – vedi appunto “Fridays for future”, “Extinction Rebellion”, “Non una di meno” – si adottano forme di lotta ispirate alla nonviolenza.
Per la sinistra ci sembra fondamentale cambiare le forme della politica. Creare luoghi dove sia possibile portare tutta intera la propria vita, dove ci sia spazio per la narrazione di sé, per quella personalizzazione dell’agire politico che non chiede più di appartenere a un “esercito” che deve conquistare lo Stato per cambiare il mondo dal potere. Occorre che i luoghi che costruiamo già prefigurino in qualche modo il mondo di relazioni e rapporti che sogniamo. Luoghi felici, anche. Soprattutto se vogliamo che siano abitati anche da ragazze e ragazzi.
Quando i giovani si muovono, insieme all’angoscia del futuro assente è sempre la festa dell’incontrarsi, del conoscersi. Anche del ripartire da sé, dalla propria vita. Salta agli occhi nelle manifestazioni del movimento FFF il grande disincanto verso le istituzioni e la politica dei partiti. Forse verso gli adulti tutti. Però anche la straordinaria energia nel rivendicare spazio per il protagonismo giovanile e la propria vitalità. Perfino sessuale, come appare in molti cartelli artigianali, pieni di ironia.
Un compagno del movimento della scuola affermò una volta che non avrebbe più partecipato a un partito che avesse “sezioni”, ma solo a qualcosa che costruisse locande: luoghi in cui ci s’incontra, si parla, si ascolta musica, si racconta la propria vita. E quindi si fa politica. Prima (molto prima) di occuparsi delle campagne elettorali.

8. La politica dovremmo proporla e viverla come ricostruzione di socialità, di relazioni, di mutualismo. E non solo sul terreno dei bisogni. Esiste un desiderio di comunità politica, di luoghi comuni in cui condividere esperienze, pensieri e parole, il materiale e l’immaginario, pratiche di una politica esistenziale.
Ripartire dalla società vuol dire cercare di ricostruire un tessuto diffuso di relazioni “calde”. Sullo stesso terreno sentimentale della rabbia e del rancore, ma come comunità di contatto e condivisione. La comunità che viene degli smarriti e dei naufraghi, nativi e non. In fondo l’altro siamo sempre noi. Abbiamo tutte e tutti paura, bisogno di cura, di riconoscimento, di accoglienza. Siamo tutte e tutti alla periferia di qualcosa, fragili, persi in qualche mare. E non esiste una terra nostra, di cui siamo proprietari. Veniamo alla vita da stranieri, estranei a tutto, e sono il corpo e le parole di una donna che ci mettono nel mondo. È una relazione umana ciò che ci fa umani. Non c’è altra salvezza possibile. Come direbbe Leopardi, orfani di dio possiamo essere fratelli e sorelle.

9. Questo è l’obiettivo a cui tendere. Essenziale però è il percorso per arrivarci:
– costruendo una massa critica tale da rendere possibile il moltiplicarsi degli spazi indicati in precedenza (le sezioni che divengono “locande”), anche nelle periferie con cui oggi si sono persi i contatti,
– elaborando progetti e programmi che abbiano come base i saperi sociali maturati a livello dei movimenti, la centralità del contrasto al predominio maschile, dell’emergenza climatica, della riconversione ecologica (accanto ai punti tradizionalmente propri della sinistra: l’antifascismo, l’antirazzismo, l’antisessismo, le tematiche della pace, del lavoro, dell’impegno solidale e accogliente), progetti e programmi che hanno tutti bisogno, per essere sviluppati con coerenza e incisività, di nuove forme di democrazia messe in atto dal basso,
– riportando in campo la dimensione dell’utopia, della visione cioè di una società diversa, utopica nel senso dell’orizzonte che non si raggiunge mai, ma che, con la sua presenza, come sosteneva Eduardo Galeano, ci spinge a camminare, a procedere, ad andare avanti.
Chiaro che la sinistra attuale dovrebbe forse praticare la propria eutanasia per fare spazio a qualcosa che sia all’altezza, e cioè a quel “processo costituente” di un nuovo e diverso soggetto, con le caratteristiche che qui si è cercato sommariamente di indicare, quel processo di cui più volte si è parlato, ma che nessuno è riuscito concretamente ad avviare.
Chiaro anche che non è facile che ciò accada.
E però bisogna continuare a provare. Perché è forse in questo continuo sforzo di Sisifo (il “Sisifo felice” di Albert Camus) che la sinistra si mantiene in vita e può tornare a essere una presenza significativa anche nella sfera istituzionale.

3 Comments on “La politica nella società polverizzata (ma con presenze vitali)”

  1. Una sinistra moderata, riformista, radicale o rivoluzionaria che non indaghi in modo approfondito il capitalismo contemporaneo, cosiddetto della “globalizzazione”, è colpevole perché rinuncia a comprendere le condizioni nelle quali si trova ad agire e i mutamenti intercorsi all’interno dei processi produttivi e riproduttivi. La carenza più grave è non comprendere come il capitalismo contemporaneo non abbia più bisogno del consenso politico, perché dotato di potenti mezzi di persuasione e controllo: rappresentati dalle nuove forme assunte dalla produzione, dal consumismo di massa e dai diffusi mezzi di comunicazione digitale, quali, ad esempio, i social network.
    La “crisi della politica”, identificata nella distanza tra i partiti e gli elettori, tra i palazzi del potere e i cittadini, è la conseguenza della riduzione del peso della politica nella gestione dei processi di decisione, perché questi sono sempre più sotto il controllo di soggetti economici “globalizzati” (multinazionali e centri finanziari) che si riparano dietro a organismi sovranazionali quali il FMI, il WTO, ecc.
    L’accento posto sulla governabilità, quale principale funzione politica praticabile, è paradossale: è il segno inequivocabile dell’impotenza della politica, tradizionalmente intesa, all’interno di un capitalismo che sempre più usa lo Stato esclusivamente come comitato di controllo della finanza pubblica e dell’ordine sociale. Le svolte autoritarie in tutto il mondo, non solo in Occidente, in presenza di un continuo aumento dell’astensionismo, sono il segno di un processo liberticida che conferma che la crisi della politica è anche crisi della democrazia rappresentativa.
    Alla crisi della democrazia si può rispondere solo evitando di ricorrere a strumenti politici che i recenti mutamenti dei processi produttivi e le nuove tecnologie di controllo sociale hanno spazzato via o reso obsoleti. La storia indietro non torna: abbiamo bisogno di metter in moto un processo inedito, che prenda atto della condizione presente quale risultato di una lotta di classe condotta dal capitale che, per ora, abbiamo perso.
    Le rivolte sempre più diffuse in tutto il mondo (non solo in occidente) con ragioni, cause e modalità diverse ci dicono che le pratiche della politica hanno cambiato verso, che siamo usciti definitivamente dal ‘900. L’imprevedibile ha preso il sopravvento e l’azione politica è esercitata nel momento stesso in cui nasce il bisogno e lì produce lo scontro ed esercita la critica collettiva (spesso di massa) più radicale!
    Per questo non ci sono fronti di sinistra o di svolta liberal democratica o riformismi, comunque legati a pratiche politiciste, capaci di rispondere alla sfida di classe che questo capitalismo, incapace di offrire opportunità e produttore di ingiustizie funzionali alla sua sopravvivenza, ha lanciato. Lo scontro si gioca tutto fuori dai palazzi, nella società: nel variegato mondo del lavoro, nella scuola, sul territorio.
    Si deve lavorare per aprire varchi e contraddizioni ovunque sia possibile: attraverso il sabotaggio, il contrasto radicale e il boicottaggio delle scelte politiche volte a lasciare immutati o peggiorare i rapporti di forza tra istituzioni e cittadini, tra datore di lavoro e lavoratore, tra istituzioni scolastiche e studente, tra merci e consumatori…
    Si deve dar vita a spazi liberati e autogestiti non per supplire alle carenze del sistema, ma aprire alternative in grado di raccogliere il dissenso e la critica, contrastare e superare le pratiche autoritarie, privatistiche e sessiste in atto e rendere egemoni pratiche comunitarie, pubbliche e transfemministe.
    Biella, settembre 2019

    1. Mi sento talvolta un cittadino della strada, uno che fa fatica a capire tutte le parole che girano.
      Sono anch’io convinto di non contare nulla nelle decisioni che alla fine mi contano, alle decisioni che i giornali-tele dicono io sia adeguato. So di non essere io a schiacciare i pulsanti e a decidere per me, almeno eco-poli-socia-lmente.
      Se evito la politica attuata al momento, se evito di ascoltare, allora mi sento ancora più perso, ancora più assente.
      Ditemi, cosa fare?
      Variegato ed ingestibile: ho appena lasciato il mondo del lavoro perchè la multinazionale non mi voleva più, ora vago per il territorio e non scopro spazi gestibili.
      Non capisco cosa possa essere il sabotaggio senza creare rotture che coinvolgono persone che seppure coinvolte, giudico innocenti.
      Il boicotaggio delle scelte politiche cosa significa? Evitare la politica, i movimenti e partiti? Spazi liberati?
      Niente resta uguale a se stesso, la contraddizione muove tutto…
      Niente e tutto…

  2. Costruire “comunità politiche”: centri sociali, comitati antifascisti, associazioni solidali, RSU nei luoghi di lavoro, comitati studenteschi, ecc.
    Capaci di svolgere un ruolo critico, di disturbo, di resistenza alla stupidità, al nuovo fascismo, al riformismo governista, alle grandi opere, ai grandi insediamenti commerciali, alle privatizzazioni, alla gentrificazione, ecc.
    Conosci dei Partiti che abbiano questa ipotesi di azione e di intervento, lontani dall’orizzonte politico della rappresentanza ma interni a percorsi di partecipazione dei cittadini?

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