Per un soggetto ambientalista-anticapitalista, stati generali della sinistra

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Il “muro” e la globalizzazione di merci e capitali ci sono caduti addosso, abbiamo provato ad annaspare sotto le macerie ma anche l’ultimo tentativo, la proposta di costruzione del “Terzo Spazio”, è uscito sconfitto dalle ultime elezioni europee.

L’elettorato non ha ritenuto utile o adeguato uno spazio ritagliato sui cascami (contraddizioni, fallimenti, ritardi, dolore…) degli altri due: il capitalismo finanziario globale che da tanti anni pervade la vita di milioni di uomini e donne impoverendone patrimoni, lavoro, e coscienze e lo spazio occupato dal sovranismo piccolo-borghese reazione dei capitali nazionali contro la vampirizzazione dei capitali globali più forti. Nella sostanza due “tesi” che agiscono il neoliberismo.

Se a quel livello bisogna rispondere, la risposta non può essere che netta e alternativa al sistema dato: ambientalista, anticapitalista e globale. Anticapitalismo è un termine impegnativo declinato in chiave politica e programmatica, ma non è per paura di una insufficiente proposta a uscire da questa organizzazione produttiva inumana e devastante per il pianeta che risolviamo la crisi di strategia con la quale l’umanità il lavoro e la sinistra si interrogano da troppi anni. Tutte le buone pratiche a difesa dell’ambiente, a tutela dei diritti negati sociali, di genere e del lavoro se non affiancati e sostenuti da una ferma e dichiarata lotta al capitalismo verranno da questo utilizzati per mitigare, fuorviare o sfruttare come nuove opportunità di business ogniqualvolta lo riterrà utile. La questione ambientale è ormai oggetto di dibattito mondiale. Il modello di sviluppo, con il dominio dell’uomo sulla natura, ha compromesso l’ecosistema. Il cambiamento climatico e il consumo di suolo senza pianificazione ci costringono a vivere in uno stato di emergenza che con la complicità di troppi mass-media “orientati” accettiamo ormai quasi come normalità.

L’umanità è chiamata a prendere coscienza della necessità di cambiamenti di stili di vita, di produzione e di consumo, per combattere questo riscaldamento o, almeno, le cause umane che lo producono o lo accentuano (Papa Francesco). La catastrofe viene normalizzata (Beck). Lo stato di emergenza porta allo stato di eccezione (Agamben). La tradizione degli oppressi ci insegna che lo “stato di emergenza” in cui viviamo è la regola (Benjamin).

La militarizzazione del territorio TAP-TAV e la negazione agli enti locali di esprimere pareri vincolanti è sostanzialmente una sospensione del diritto. Tutto si decide a livello nazionale e transnazionale e i tentativi di riforma costituzionale ne rappresentano la codificazione. La rincorsa al profitto ha segnato negativamente l’ecosistema se l’85% della popolazione urbana della UE vive in luoghi dove il particolato fine supera i livelli ritenuti dannosi dall’OMS. Il concetto di sviluppo infinito fondamento del capitalismo, si sta scontrando con la realtà; le nuove tecnologie non sono state in grado di risolvere il problema tra l’incapacità di creare energia rinnovabile infinita e la corsa a consumi sempre maggiori. Questo sistema è in antitesi con la limitatezza delle risorse e con il rapporto uomo-natura.

Il pensiero produttivista e consumista e quello della decrescita e dell’anticonsumismo sono, con modalità diverse, dentro l’attuale modello economico mentre per poter costruire un’alternativa credibile occorre uscirne.

La questione ambientale è direttamente collegata al sistema di produzione capitalistico. Dichiararsi ambientalisti, assumere la incompatibilità del capitalismo con la sopravvivenza del pianeta e con la qualità della democrazia significa costruire un soggetto politico che abbia una visione conseguente e una organizzazione che va dal locale al globale con relazioni territoriali e transnazionali stabili e coese, che utilizzi in chiave democratica partecipativa le piattaforme digitali sia a livello comunale che nazionale che transnazionale. Un soggetto politico che si batta in Europa affinché vengano costituiti soggetti pubblici farmaceutici e digitali che garantiscano democraticamente a tutti la fruibilità dei servizi e dei risultati delle ricerche. Va costruito un soggetto politico che abbia nella ricerca e nella pratica dell’autofinanziamento un obiettivo primario pari a quelli della organizzazione che preveda la parità di genere e della costruzione della strategia.

Chi lancia questa sfida? I pur generosi gruppi dirigenti dei soggetti sconfitti negli ultimi venti anni che, in una meritoria resistenza, non sono riusciti ad andare oltre i propri piccoli partiti? Oppure la somma dei tanti movimenti sociali e culturali che in questi anni, rifiutando e disconoscendo la necessità di una soggettività politica, hanno ottenuto sì spazi di visibilità mediatica per battaglie giuste ma settoriali e alla fine di esiguo risultato politico?

Penso ci sia bisogno di un nuovo inizio che apra un dibattito ampio e senza liturgie su come declinare la strategia, le tattiche, i programmi, la democrazia interna, le politiche internazionali, che avvii il soggetto transnazionale e la ricerca delle risorse anche attraverso le piattaforme digitali e spazi di e-commerce autogestito. Lungo il percorso di costruzione ci sono ovviamente anche gli appuntamenti elettorali e le politiche di alleanza sia sociali che elettorali. Le alleanze e le convergenze possibili vanno verificate nella logica dell’utilità per lo sviluppo del nuovo soggetto senza anatemi e settarismi ma anche evitando trasformismi e opportunismi.

Come ripartire? Va costruito un appuntamento che convochi gli Stati Generali delle sinistre sociali e politiche. A quell’appuntamento mettere in capo all’assemblea la scelta di un logo anche tra quelli già utilizzati se ritenuto efficace o uno nuovo facendo però dello stesso una proprietà collettiva dell’assemblea. Coloro che hanno diretto associazioni o partiti in questi anni dichiarano da subito di non candidarsi a dirigere nulla ma si mettono a disposizione con la loro esperienza, conoscenza e relazioni maturate, per lavorare nel nuovo soggetto in costruzione come atto di generosità di fronte alla drammaticità della fase e al buco nero nel quale siamo precipitati.

È una proposta confusa? Secondo i canoni classici non è chiaro come si esce dall’assemblea? La stessa produce la necessità di altri incontri? Si sancisce la definitiva inconsistenza di pensiero e figure in grado di avanzare un passo? Sarà comunque l’avvio di una riflessione collettiva in assenza della quale ciascuno continua a guardare le ferite attorno al proprio ombelico.

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