Far finta di essere sani: la salute mentale durante la pandemia

image_pdfimage_print

In questo ormai lungo periodo di emergenza sanitaria il diritto alla salute sembra aver messo in secondo piano molti altri diritti che sono stati fortemente limitati, come il diritto all’istruzione e alla libertà personale e di circolazione (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2020/03/24/il-covid-19-e-la-democrazia/). Non si vuole qui discutere se sia giusto o no, ma invece chiedersi quale sia questa salute che si vuole tutelare ad ogni costo. Il vocabolario Treccani la definisce «stato di benessere fisico e di armonico equilibrio psichico dell’organismo umano, in quanto esente da malattie, da imperfezioni e disturbi organici o funzionali». Ora è evidente che, da un anno a questa parte, per la stragrande maggioranza della popolazione, molto probabilmente lo stato di benessere fisico è peggiorato: maggiore sedentarietà, scarsa possibilità di praticare sport, più difficile accesso a percorsi di cura e prevenzione. Ancor più negativo è stato l’impatto sulla psiche, anche per chi in precedenza godeva di un buon equilibrio, ma tanto più per chi già viveva una situazione di sofferenza. Ciò che colpisce, dunque, nei provvedimenti presi a tutela della salute pubblica è l’idea che essa sia un monolite, assolutamente uguale per tutti, e che abbia una sola faccia, cioè quella puramente “corporale”, quando invece l’essere umano è un’unità inscindibile di corpo e psiche.

Come spesso succede nel nostro paese, la salute mentale è un tema poco sentito non solo dall’uomo comune, per una carenza culturale e per pregiudizi duri a morire, ma ‒ quel che è peggio ‒ dalle stesse istituzioni. Nei vari DPCM che si sono succeduti, nessuna deroga per nessun provvedimento è mai stata prevista per i pazienti in cura psichiatrica o psicoterapeutica, quando è evidente che anche e soprattutto per queste persone spesso la limitazione della libertà personale, e quindi della vita di relazione, diventa a sua volta lesiva del diritto alla salute.

A una sollecitazione rivolta al Governo a dicembre dalla consulta delle società scientifiche di area psicologica (https://www.psy.it/la-consulta-delle-societa-scientifiche-di-area-psicologica-si-dia-risposta-ai-bisogni-psicologici-della-popolazione-dopo-oltre-nove-mesi-di-pandemia.html) è stata data, solo l’11 marzo, una risposta, molto parziale, (https://www.psy.it/il-governo-accoglie-un-ordine-del-giorno-sui-voucher-psicologici.html), nella quale si riconosce «alle famiglie con figli minori di anni 18 a carico un voucher destinato a favorire l’accesso ai servizi psicologici alle fasce più vulnerabili della popolazione» (e tutti gli altri?) e ci si impegna «a riattivare il numero verde nazionale di supporto psicologico», che è consistito in un’attività volontaria di ascolto gratuito da parte di professionisti del settore e che si erano per lo più smobilitati a giugno 2020. Si trattava ovviamente di un palliativo temporaneo, un’iniziativa che poteva funzionare forse per un primo elementare orientamento delle persone verso più concreti supporti, che sono invece rimasti invariati ed erano insufficienti già da prima della pandemia. E discutibile è anche la formula del volontariato, che è rivelatrice di una subalternità culturale (quale chirurgo accetterebbe di operare gratis?), oltre che poco rispettosa dei giovani psicoterapeuti, che evidentemente non possono permettersi il volontariato, che è comunque un lusso per professionisti affermati.

Ma la stessa disattenzione si riscontra anche in ambito psichiatrico, come ha segnalato Massimo Di Giannantonio, presidente della Società Italiana di Psichiatria (SIP): «Oggi sulla carta i centri di salute mentale dovrebbero ricevere il 5% del budget sanitario, ma nella realtà siamo ampiamente al di sotto, attorno al 3,5%: così stiamo assistendo per esempio a una riduzione continua del personale sanitario e dei servizi disponibili, che rendono sempre più difficile garantire un equo e adeguato accesso alle strutture. È giunto il momento di allinearci al resto dell’Europa, che destina alla salute mentale anche oltre il 7 o l’8% del PIL, per venire incontro alla richiesta d’aiuto della popolazione: la salute mentale è un diritto che deve essere garantito a tutti, ovunque». 

Si potrebbe obiettare che nessuna salute, né fisica né mentale, è possibile in assenza di vita, e che la pandemia è, appunto, una questione di vita o di morte. Ma più che mai in questa situazione, che richiede drastici provvedimenti, la virtù di chi governa dovrebbe essere la temperanza, cioè controllare e mantenere entro limiti sopportabili questi provvedimenti, commisurandoli alla capacità di reggere del corpo sociale, da un punto di vista economico e collettivo, e del corpo e della psiche delle singole persone. Altrimenti la sproporzione delle misure prese ci farà sì uscire da questa crisi forse vivi, sperabilmente, ma anche poveri, disperati e paradossalmente, molto più malati di quanto fossimo prima.

Francesca Marcellan

Francesca Marcellan si occupa di educazione al patrimonio culturale presso la Biblioteca Statale del Monumento Nazionale dell’Abbazia di S. Giustina; le sue pubblicazioni vertono soprattutto sugli aspetti iconologici dell’opera d’arte, crocevia in cui dialogano immagini, storia, letteratura e filosofia.

Vedi tutti i post di Francesca Marcellan

One Comment on “Far finta di essere sani: la salute mentale durante la pandemia”

  1. il diritto alla salute per i pazienti psichiatrici non é garantito nemmeno in tempi normali, purtroppo.

    chi é depresso ad esempio puo fare una fatica enorme a uscire di casa. obbligarlo a rimanere in casa negli orari delle visite fiscali di sicuro non aiuta il suo stato di salute, quando invece “cambiare aria” é sicuramente positivo per la sua salute mentale. uscire e dover correre a casa sul divano per rispettare gli orari é la vera pazzia..

    trattare tutti indistintamente allo stesso modo di chi ha la gamba rotta o l’influenza, per i quali lo stare in casa effettivamente aiuta ed é necessario, é la conseguenza della burocratizzazione della salute, dove le regole prive di qualsivoglia beneficio per la salute, vengono addirittura PRIMA del diritto alla salute e rallentano il processo di guarigione.

    adesso con la pandemia si va addirittura oltre ogni logica: chi risulta positivo al tampone rapido non puó lavorare ma NON viene messo in malattia se asintomatico. dovrá usare le ferie per stare chiuso in casa in quarantena.

    il che é un salto indietro nel medioevo oltre che una follia priva di qualsiasi logica: se sono contagioso vuol dire che sono portatore di un virus e quindi, per definizione, sono malato.

    se invece non vengo considerato malato, non si capisce perche mi si possa impedire di lavorare.

    pandemia o non pandemia, da qualche decennio a questa parte, ogni occasione é buona per tagliare i diritti dei lavoratori, pure con l ‘appoggio di governi di sinistra…

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.