Da ultimo Trump sembra inanellare sconfitte su sconfitte in vista delle elezioni di metà mandato. A cominciare dalla decisione della Corte Suprema, che – sia pur per mere ragioni contingenti, legate cioè ai tempi ravvicinati delle prossime elezioni – il trascorso 14 settembre ha bloccato le regole restrittive del voto per posta emanate dalla sua amministrazione. Le norme, stabilite dallo US Postal Service in ottemperanza di un ordine esecutivo del presidente, avrebbero certamente prodotto una grande confusione e ridotto il numero di coloro che avrebbero potuto esprimere la propria preferenza elettorale attraverso la posta. Trattandosi di una modalità utilizzata in maggioranza da elettori favorevoli al partito democratico, Trump avrebbe così aggiunto un tassello alla sua strategia di manipolazione delle elezioni di mid-term. Anche un’altra pronuncia della SCOTUS, come la prima interlocutoria, che il 10 settembre ha bocciato una nuova designazione delle circoscrizioni elettorali in Missouri – sulla cui base peraltro si sono svolte le primarie – che avrebbe consegnato il settimo seggio su otto per la Camera ai repubblicani, rappresenta per Trump una sconfitta. Per non parlare della rivolta senza precedenti, eccezionalmente congiunta, di ABC, CBS, CNN, Fox News e NBC che, di fronte all’ultima cacciata dalla Casa Bianca, questa volta di ben tre testate giornalistiche e televisive – Politico, CNN e MS NOW – perché avrebbero diffuso notizie negative su di lui, hanno interrotto la copertura di Trump lasciandolo senza un importante palcoscenico mediatico.
E poi ci sono naturalmente i sondaggi sull’orientamento degli elettori e sul grado di popolarità della sua persona a preoccupare il presidente e il suo partito, timorosi di perdere per il prossimo biennio tanto la Camera quanto il Senato. Quelli del New York Times/Siena, non differentemente da altri, danno per esempio il partito democratico in netto vantaggio sul partito repubblicano: si tratta di ben quasi 9 punti di distacco per la Camera e 6 per il Senato. Una vera situazione da rivoluzione degli equilibri di potere. Almeno per quanto riguarda il voto nazionale, il margine dei Democratici nel sondaggio sarebbe, infatti, quasi esattamente uguale al loro margine nel 2018, quando riconquistarono il controllo della Camera dei Rappresentanti durante il primo mandato di Trump. E supererebbe i margini con cui il partito all’opposizione vinse in altre recenti elezioni, caratterizzate da una forte “ondata” elettorale, come quelle del 1994, del 2006 e del 2010. D’altronde la popolarità di Trump presso gli elettori è, come noto, ai minimi storici: raggiunge a stento il 38 per cento secondo il più recente sondaggio del NYT.
Si può quindi davvero dare per scontato che Trump non riesca nel suo intento manipolatorio delle elezioni e contare su un’ondata “blu”? Non proprio. Intanto i sondaggi riguardano i dati nazionali senza prendere in considerazione le modalità elettorali. Il maggioritario secco, in base a cui si vota nei vari distretti del paese, disegnati secondo un gerrymandering (ossia un ridisegno dei collegi in modo da avvantaggiare un partito su un altro) sempre più pervasivo e più favorevole al partito repubblicano grazie a una recente sentenza della Corte Suprema, annacqua, infatti, pesantemente quei risultati per quel che riguarda la Camera. Per conquistare il Senato, poi, dove ogni due anni è in palio solo un terzo dei seggi, i Democratici dovranno vincere almeno due seggi in Stati, come l’Ohio e l’Alaska, in cui Trump aveva ottenuto più di 11 punti di vantaggio nelle ultime elezioni. Anche in un anno caratterizzato da una forte ondata elettorale è un risultato non facile da raggiungere. Le elezioni di metà mandato del 2006, come ha recentemente osservato Katrin Bennhold sul New York Times, offrono un utile termine di paragone. Le somiglianze tra la situazione difficile in cui si trova oggi Trump e quella di George W. Bush nel 2006 sono molte, come spiega la giornalista. Il tasso di approvazione di Bush era più o meno lo stesso di quello odierno di Trump. Anche Bush era impantanato in Iraq ed era alle prese con prezzi elevati della benzina. Per ribaltare il controllo del Senato nel 2006, i Democratici dovevano conquistare alcuni seggi in Stati in cui Bush aveva vinto con almeno otto punti di vantaggio nelle elezioni precedenti. Alla fine ci riuscirono, ma per un soffio, compresi due successi estremamente risicati – con meno di un punto di vantaggio – in Montana e Virginia. Il contesto politico nazionale molto favorevole ai Democratici, non aveva insomma reso per nulla scontata una loro vittoria al Senato. La decisione sulla mappa elettorale del Missouri, poi, è già stata messa in discussione dalla pronuncia dell’ottavo circuito d’Appello federale che – pur mancando di definitività – chiarisce quanto sia difficile che i vincitori di un’elezione, svoltasi su una definizione dei collegi elettorali diversa da quella delle primarie, prendano effettivamente posto al Congresso.
Per quanto riguarda il tentativo, ora bloccato, di incaricare il servizio postale statunitense di controllare le schede elettorali inviate per posta, esso non era che un tassello di un’iniziativa più ampia, volta ad attribuire un maggiore controllo all’amministrazione federale sulle elezioni gestite dai singoli Stati, al fine di convincere gli elettori della necessità di proteggere l’integrità del loro voto e ridurre il rischio di frodi. Si tratta di un piano che non si è arrestato. Gli agenti federali stanno per esempio passando al setaccio gli elenchi elettorali gestiti dagli Stati alla ricerca di persone non cittadine statunitensi e il segretario per la Sicurezza interna di Trump, Mullin, ha sollecitato un’indagine per verificare se una macchina per il voto comunemente utilizzata sia affidabile, alimentando dubbi sui sistemi di voto digitale. L’amministrazione ha poi chiesto alla Corte Suprema di intervenire per consentirle di creare elenchi dei cittadini statunitensi combinando dati provenienti da diverse agenzie, tra cui il Dipartimento per la Sicurezza interna e l’Amministrazione della previdenza sociale. Un tribunale di grado inferiore ha finora bloccato un simile intervento, ma la partita resta aperta. E mentre Trump ha drasticamente ridimensionato l’apparato governativo preposto alla sicurezza elettorale, i funzionari del Dipartimento di Giustizia hanno addirittura valutato la possibilità di avviare procedimenti penali contro funzionari elettorali statali o locali qualora l’amministrazione stabilisca che non hanno protetto adeguatamente i propri sistemi informatici.
Anche il paventato invio di agenti armati ai seggi, che scoraggerebbe i cittadini che intendono esercitare legalmente il proprio diritto di voto a recarsi alle urne, contro cui è stata intentata causa da parte di sindacati e gruppi per i diritti civili, chiarisce l’obiettivo di Trump e della sua amministrazione di creare caos e paura, moltiplicando a un tempo l’effetto di minare la fiducia degli americani nella correttezza del sistema elettorale. Scopo, questo, peraltro già ampiamente raggiunto se si considera che un sondaggio condotto dall’Associated Press, dal NORC Center for Public Affairs Research e da USAFacts ha rilevato che solo il 34% degli adulti statunitensi ripone “molta” o “abbastanza” fiducia nelle certificazioni ufficiali dei risultati elettorali, in calo rispetto al 40% del 2024.
Quelle che paiono sconfitte per Trump, la sua amministrazione e il suo partito, potrebbero insomma essere null’altro che tappe verso una meta finale che rimane intatta: creare, cioè, un contesto in cui dichiarare – il più credibilmente possibile – truccate le elezioni di medio termine, qualora i risultati dovessero rivelarsi a loro sfavorevoli. È questo, credo, l’asso nella manica del presidente in carica.
