Nel 1999, la cattura di Abdullah Öcalan, presidente del PKK, e la sua carcerazione in Turchia scatenano proteste di massa senza precedenti anche nel Rojhelat, la parte orientale del Kurdistan, attualmente nei confini della Repubblica iraniana [“Rojhelat”, in lingua curda, significa “levante” o “oriente” (letteralmente “sole – roj – che viene, che sorge”), così come “Rojava” significa “occidente” o “ponente” (“sole che va, che tramonta”)]. Si susseguono manifestazioni di piazza di decine di migliaia di persone e una repressione che causa centinaia di morti, feriti e arresti. Molti giovani, in questa nuova atmosfera politica, si uniscono ai ranghi del PKK e formarono strutture organizzative basate sulle idee di Öcalan e del confederalismo democratico anche in territorio iraniano. Il 4 aprile 2004 viene ufficialmente fondato il PJAK (Partito per la Vita Libera in Kurdistan). Combinando l’azione armata con una diffusa attività politica e sociale, il PJAK ottiene rapidamente popolarità tra i giovani, le donne e i movimenti sociali radicali in tutto il Rojhelat. Il nuovo paradigma elaborato dal PKK si rivela molto più capace di intercettare le tensioni della società curda, rispetto agli storici partiti, screditati da ambigui rapporti con le élite locali, dilaniati da scontri di potere, da dinamiche gerarchiche tribali e ormai per lo più costretti all’esilio nelle loro basi in Nord Iraq. Abbandonando le novecentesche secche del nazionalismo borghese e del socialismo reale, le idee di Öcalan riescono a dare forza a un movimento comunalista, ecologista, femminista, che si diffonderà – nonostante la spietatezza della repressione – non solo nel Rojhelat ma anche in diversi settori della società iraniana, in particolare tra le donne e i giovani, intrecciandosi con il diffuso risentimento sociale nei confronti del regime degli ayatollah. Lo testimonierà, anni dopo, il movimento insurrezionale che nel 2022 riempirà strade e piazze del Paese per quasi un anno – in seguito all’uccisione a Teheran della studentessa ventenne curda Jina Amini (Mahsa Amini in persiano) da parte della polizia morale –: una sollevazione sociale che adotterà proprio lo slogan usato dalle donne “apoiste”: Jin Jiyan Azadí (Donna vita libertà).
Arriviamo così, a grandi passi, alla recente attualità. Dall’inizio dell’ultima campagna di aggressione militare degli USA e di Israele contro l’Iran, si sono susseguite con insistenza le notizie di un imminente “intervento dei curdi”, i quali avrebbero dovuto costituire la forza di terra da scagliare contro il regime iraniano. A parte la vaghezza dell’affermazione (chi sarebbero questi “curdi”?), si può dire che si tratta di una vera e propria fake-news, buttata là nel grande calderone della propaganda di guerra e del confusionismo mediatico.
Ma c’è di più: questa, come altre notizie che pretendono di raccontare quel che accade in Medio Oriente, rivelano una mentalità profondamente coloniale, secondo cui i popoli – “orientali”, “indigeni” ecc. – possono soltanto reagire alle dinamiche innescate dalle potenze occidentali, non hanno agende politiche proprie, non sono altro che proxy, burattini. A volte si possono anche ribellare, ma rimangono pedine su una scacchiera apparecchiata da altri, da chi fa la “geopolitica”, quella vera, quella delle grandi potenze. È un punto di vista che pervade, in maniera più o meno consapevole, pressoché tutto lo scenario occidentale, dai “filoamericani” agli “antiamericani” di ogni colore. È difficile scrollarsi di dosso l’idea che la “politica” sia cosa nostra (così come la “scienza”, la “filosofia” ecc.), che gli altri possano tutt’al più seguire, adeguarsi. È un inconscio suprematismo di origine coloniale, che crea infantilizzazione, inferiorizzazione, e che tra le altre cose determina l’incapacità di riconoscere i processi rivoluzionari in atto, perché non rispecchiano il modello che ne abbiamo in testa. L’odierna situazione in Rojhelat, così come gli ultimi anni in Rojava, dimostrano esattamente il contrario, ovviamente per chi è disposto a vederlo.

Quello che è successo negli ultimi mesi nel Kurdistan iraniano è che la gran parte dei maggiori partiti curdi hanno formato una coalizione lanciando un documento programmatico comune. È l’esito di un processo iniziato già durante le rivolte del 2022 (Donna Vita Libertà) con una serie di comunicati congiunti e proseguito con la creazione di una “piattaforma consultiva” circa un anno fa. Ora, a fine febbraio 2026, questa coalizione ha raccolto forze estremamente eterogenee tra loro: dal PJAK (sostenitore del confederalismo democratico) al PDKI (in origine nazionalista e oggi su posizioni più autonomiste), da due fazioni di Komala (comuniste) fino al PAK (indipendentista) e a Khabat (di stampo islamista). Una simile alleanza è qualcosa di inedito nel panorama del Rojhelat, viste le distanze ideologiche e la storia di rivalità che ha segnato i rapporti tra i vari gruppi, spesso sfociata in scontri fratricidi. Ma la cosa più rilevante è il “tono” del programma comune della coalizione, in cui risulta evidente l’influenza del PJAK. Tra i 15 punti che compongono il programma, oltre alla necessità di una difesa comune e di porre fine alla violenza interna tra fazioni curde, vi si afferma il sostegno ai movimenti sociali di lotta nel resto dell’Iran e la cooperazione con le altre nazionalità e popoli oppressi del Paese (è bene ricordare che l’Iran è un impero in cui più della metà della popolazione appartiene a “minoranze” etniche non persiane: oltre ai curdi, beluchi, azeri, arabi ecc.). Un punto specifico è dedicato all’«impegno per la piena uguaglianza tra donne e uomini e lotta attiva per la giustizia di genere in tutti gli ambiti politici, sociali e organizzativi». Viene inoltre ribadita la volontà di creare un sistema di autodifesa e di «amministrazione democratica che garantisca la partecipazione e i diritti di tutti i gruppi etnici, religiosi e comunitari». Sono evidentemente le parole d’ordine del confederalismo democratico, che dalla sua “culla” in Bakur (Turchia) grazie alla lotta senza frontiere del PKK ha saputo ispirare la rivoluzione del Rojava e oggi mostra di saper influenzare anche il movimento di liberazione in Rojhelat.
Ma oltre alle parole d’ordine espresse da questa alleanza, l’influenza del paradigma comunalista e anti-statale espresso tra gli altri dal PJAK si può individuare in ciò che non è successo. A dispetto delle falsità mediatiche e delle farneticazioni di Trump e di Netanyahu, fino a oggi nessuno dei partiti curdi ha accettato di farsi usare come carne da cannone per gli interessi di USA e Israele. Non era affatto scontato (e non è detto che qualcosa del genere non possa accadere, ché ci sono diverse fazioni curde storicamente alleate degli Stati Uniti). I “curdi iraniani” avrebbero potuto lanciarsi in una guerra (verosimilmente suicida, visto come stanno andando le cose) contro il regime di Khamenei, recitando il ruolo di proxy di terra per l’aggressore israelo-statunitense. Non l’hanno fatto, e le dichiarazioni del PJAK al proposito sono chiarissime sulle ragioni di tale scelta: non solo ragioni tattiche o di opportunità, ma ragioni profondamente politiche, dettate dalla consapevolezza dell’equivalenza dei due schieramenti nemici e della propria estraneità a una guerra che non è la loro. Per decenni, se non secoli, i curdi di qua o di là della frontiera sono stati usati come carne da macello per interessi imperiali o coloniali che non erano i loro. Oggi, per lo meno in questa fase, la volontà di non voler più essere manovalanza per potenze altrui sembra aver prevalso. In questo processo ha senz’altro avuto un peso l’esperienza acquisita nella rivoluzione in Rojava, e la conseguente crescita di forza e di credibilità (politica, ideologica, militare) della corrente che si rifà al pensiero di Abdullah Öcalan.
Il PJAK non solo non ha risposto all’appello degli Stati Uniti (dai quali peraltro è bollato come organizzazione terroristica), ma ha al contrario lanciato un appello al popolo curdo d’Iran a costruire strutture di autodifesa, consigli popolari, per prepararsi a sopravvivere all’attacco che Israele e Stati Uniti stanno conducendo contro la Repubblica Islamica, un attacco che ha visto buona parte dei bombardamenti proprio nella regione del Kurdistan. Questo appello, che rientra negli sforzi politici che il PJAK porta avanti da anni e in cui rientra anche la coalizione con gli altri partiti curdi iraniani, va nella direzione di costruire una “terza via”, contrapposta sia ai piani di Israele e USA di ridefinizione degli equilibri in Medio Oriente, sia ai piani della Repubblica islamica che da sempre attacca, uccide, reprime i curdi in Iran. È un appello all’unità e all’organizzazione sociale, invita la popolazione ad aiutarsi a vicenda, a costruire reti di solidarietà e comitati per la gestione di tutti gli aspetti della vita quotidiana, dei servizi, della logistica, dell’autodifesa, in una situazione di guerra imposta dall’esterno che nessuno ha voluto. Invita i giovani, dice letteralmente il comunicato, a “farsi scudo della società”, per difendere le proprie comunità, unendosi alla guerriglia. Si fa anche appello alle persone impiegate nelle varie forze militari della Repubblica islamica, invitandole ad abbandonare la regione oppure a voltare le spalle al regime e ritornare tra le fila del proprio popolo.
Questa è la prospettiva, cercare di non soccombere alla guerra imposta al popolo costituendo le proprie forze di autorganizzazione sociale e di autodifesa anche militare. Si sta cercando di fare quello che si è fatto quindici anni fa in Rojava, nel momento in cui una guerra cade sulla testa di un popolo: promuovere le strutture attraverso cui potersi difendere e costruire autonomia. Ricordiamo quanto successo in Iraq nella Guerra del golfo, quando gli Stati Uniti convinsero il PDK di Barzani a fare da forza proxy di terra contro Saddam Hussein: il risultato fu un genocidio, con migliaia di curdi sterminati da Saddam con il gas. Questo è il ruolo che le potenze egemoni hanno da sempre riservato ai curdi. Il PJAK, e più in generale il movimento ispirato da Öcalan, si sforza di liberare il popolo curdo da questo vincolo storico che è stato imposto loro dopo la Prima guerra mondiale e la spartizione del Kurdistan. Se vogliamo fare un parallelo, si sforza di non cadere in un destino segnato come è oggi quello del popolo ucraino, per non fare quella fine.
Questo articolo è un estratto da: Daniele Pepino, Un solo amico, le montagne… anche in Iran. I curdi nell’epicentro della terza guerra mondiale, pubblicato su “Nunatak. Rivista di storie, culture, lotte della montagna”, n. 81, estate 2026 – nunatak.noblogs.org.
