India: un voto che ha ridimensionato Modi

L’esito delle elezioni tenutesi quest’anno in India attraverso sette fasi, fra la seconda metà di aprile e il primo giugno, è stato appreso non senza sollievo da chi ha a cuore una nozione laica e “sostanziale” di democrazia. È vero, la guida del paese è stata affidata per la terza volta consecutiva a Narendra Modi, leader del Bharatiya Janata Party (BJP), partito che coniuga un nazionalismo rabbioso e muscolare con un’agenda economica neoliberista senza compromessi, posto alla testa della National Democratic Alliance (NDA), la coalizione riconfermatasi di governo. E, ricordiamolo, il BJP è l’ala parlamentare di un insieme di organizzazioni che si riconoscono nell’ideologia dell’Hindutva (induità) – secondo cui la comunità maggioritaria incarnerebbe la nazione – al cui cuore vi è la Rashtriya Swayamsevak Sangh (RSS), una formazione gerarchica di destra reazionaria, ultra-nazionalista, dotata di una infrastruttura di quadri ideologicamente motivati e assai disciplinati. Eppure, il BJP ha conseguito un risultato notevolmente ridimensionato rispetto alle consultazioni elettorali del 2014 e del 2019, quando il partito si era assicurato, solo, la maggioranza assoluta alla Camera bassa del Parlamento (superando la soglia di 272 seggi). Il BJP, infatti, è passato oggi dai 303 seggi ottenuti nel 2019 a 240 seggi, il che ha reso necessario l’appoggio degli alleati della NDA per la formazione del governo. La NDA, da parte sua, ha conseguito nell’insieme 293 seggi, vale a dire un risultato ben al di sotto di quello raggiunto nel 2019 (353 seggi) e decisamente molto lontano dai 400 seggi che costituivano l’obiettivo dichiarato, non senza arroganza, nel corso della campagna elettorale – si badi, tale numero di seggi avrebbe consentito di intervenire sulla costituzione ed eventualmente trasformare di diritto l’India in una ‘democrazia etnica’.

Radicalmente avversa a tale disegno, la coalizione delle opposizioni, l’Indian National Developmental Inclusive Alliance (INDIA) ha conseguito un risultato decisamente importante e, per molti, sorprendente. Si tratta, ricordiamo ancora, di una coalizione formata in occasione di queste elezioni sotto la guida del Congresso Nazionale Indiano (partito che, storicamente, costituì il riferimento politico nazionale del movimento di lotta anticoloniale) e animata altresì da importanti partiti regionali, dall’Aam Aadmi Party (partito fondato nel 2012 successivamente all’emergere, nell’anno precedente, di un movimento di protesta contro la corruzione politica) e, non da ultimo, da tre partiti comunisti. Affrontando una campagna elettorale ardua, segnata da una profonda disparità in termini di risorse economiche e mediatiche e, ancora, dall’incarcerazione di leader quali il chief minister di Delhi, appartenente all’Aam Aadmi Party e ironicamente accusato di corruzione – accusa che ha provocato sdegno anche fra i suoi critici più severi – la coalizione ha ottenuto 234 seggi, di cui 99 vinti dal Congresso (contro i 52 della legislatura precedente) mentre, vogliamo segnalarlo, i partiti comunisti nel loro complesso sono passati da 5 a 8 rappresentanti in parlamento.

Così, nonostante gli exit polls annunciassero all’unisono il trionfo del BJP e della visione dell’India di cui tale partito è portatore (fatto che, con il senno di poi, appare, al meglio, tristemente imbarazzante), tanta parte del paese ha voluto asserire l’irrinunciabilità dell’idea di India laica, in cui la convivenza delle diversità è da intendersi come fonte di ricchezza, inscritta nella costituzione. In quest’ottica, i discorsi di odio verso la minoranza musulmana agitati nel corso della campagna elettorale non potevano che rimandare a distillato di veleno, capace di squarciare il tessuto della convivenza civile. In parallelo, la coalizione delle opposizioni non ha mancato di denunciare i gravi squilibri socio-economici che affliggono il paese e, in specie, la vita delle classi lavoratrici. Nel corso dell’ultimo decennio, infatti, la vantata crescita economica dell’India si è accompagnata, ancor più che nel decennio precedente, all’accrescersi della diseguaglianza, in uno scenario generale segnato da un incremento del fenomeno, già pervasivo, dell’impiego informale (caratterizzato da insicurezza nelle condizioni di impiego e nelle condizioni di lavoro, e da assenza di sicurezza sociale), dal persistere di livelli salariali bassi e da una diffusa stagnazione salariale. In altre parole, l’accresciuta opulenza di pochi si è accompagnata a un aggravio di un questione sociale pulsante.

In effetti, la fase di “neoliberismo autoritario” apertasi in India con la vittoria elettorale del BJP nel 2014, è stata, non da ultimo, caratterizzata da aperti attacchi all’universo del lavoro. Basti qui pensare, da un lato, al processo di riscrittura della legislazione sul lavoro, culminato con l’introduzione di nuovi codici, la cui entrata in vigore è stata più volte rimandata (anche a ridosso della scadenza elettorale), tendenti a favorire massimamente la flessibilità del lavoro e capaci di limitare l’esercizio del diritto di sciopero. Se tali codici sono stati presentati come rispondenti a un necessario processo di razionalizzazione della legislazione sul lavoro, appare evidente la loro subalternità alla razionalità del mercato. Dall’altro lato, si pensi ancora ai pesanti tagli – accompagnati almeno inizialmente da forti attacchi verbali – inferti ai fondi da destinarsi al National Rural Emplyment Guarantee Act (NREGA), una legge introdotta nel 2005, che riconosce il diritto a cento giorni di impiego all’anno a ogni singolo membro di ciascuna unità familiare rurale, che voglia svolgere lavori pubblici manuali, retribuiti secondo un salario minimo. Quando attuata propriamente, tale legge si è dimostrata non solo vitale per la sopravvivenza di tanta parte delle famiglie rurali, in specie nelle regioni più segnate da diseguaglianza e povertà, ma anche capace di accrescere il potere contrattuale dei lavoratori e delle lavoratrici nei confronti dei datori di lavoro privati, sia nel settore agricolo che in quello delle costruzioni.

Ora, di fronte a tali scelte in materia di politiche del lavoro – inscritte in uno scenario in cui storicamente lo sfruttamento di classe si intreccia in modo indissolubile alla discriminazione castale e di genere, laddove il capitalismo ha mostrato di saper attingere a istituzioni sociali ad esso precedenti (il genere e la casta, appunto), per consolidare dinamiche di compressione salariale – appare del tutto evidente la fallacia e, ancor più, l’inganno, insito nel messaggio ‘Hindus first’ (prima gli indù), di cui Narendra Modi e il BJP sono tradizionalmente portatori. La scelta elettorale di tanta parte del paese in favore della coalizione INDIA sembra dunque scaturire anche dal bisogno, sempre più avvertito, di affrontare la questione sociale che dilania le vite delle classi del lavoro. Seppur all’opposizione, tale coalizione può decisamente lavorare per ampliare i propri consensi e aprire nuovi spazi di speranza per il futuro prossimo.

A questo punto, tuttavia, si impone una riflessione. Come già sottolineato dagli studiosi Ben Fine, Alfredo Saad-Filho e Marco Boffo in un interessante saggio, il neoliberismo autoritario, accompagnato da modalità di governo vieppiù repressive, che “esaspera le tendenze del neoliberismo a rafforzare gli apparati coercitivi e di sicurezza dello stato al fine di sostenere il sistema di accumulazione, nonostante la sua evidente incapacità di realizzare alcuna forma di prosperità condivisa” è da considerarsi una fase “logica”, piuttosto che “cronologica” del neoliberismo stesso. Tuttavia, un ritorno al “neoliberismo dal volto umano” già sostenuto in passato dal partito del Congresso – in ogni caso arduo, dato l’ulteriore consolidamento del potere delle classi dominanti avvenuto nel corso dell’ultimo decennio all’interno della società indiana – non consentirebbe di affrontare alla radice la questione sociale se, come riteniamo, al cuore del neoliberismo alberga un nucleo essenzialmente autoritario, che emana dal crudo attacco all’universo del lavoro che ha distinto la progettualità neoliberale sin dal suo primo incedere.

Le forze di sinistra presenti nel paese in forme diverse hanno dunque, oggi più che mai, la responsabilità storica di promuovere pratiche (contro)egemoniche, che rimandino alla necessità di una democratizzazione sostanziale della vita economica e sociale, riaffermando quotidianamente che la storia, diversamente da quanto auspicato dallo studioso Fukuyama in un suo noto saggio, lungi dall’essere giunta alla sua fine, deve continuare a essere riscritta dalle donne e dagli uomini che popolano le classi subalterne, in India come nel resto del mondo.

Gli autori

Matilde Adduci

Matilde Adduci è stata dal 2012 al 2017 ricercatrice in Scienza Politica presso l’Università di Torino, dove ha insegnato Politiche e processi di sviluppo internazionale. Attualmente è Research Associate presso la School of Oriental and African Studies dell’Università di Londra. Dal dicembre 2022 è ricercatrice presso il Dipartimento Studium dell’Università di Torino. Ha svolto un’intensa attività di ricerca sul campo in India e, in particolare, nello stato minerario dell’Odisha.

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