Il genocidio rimosso del popolo ezida

Il prossimo 3 agosto saranno passati esattamente dieci anni dall’inizio dell’attacco dell’ISIS ai villaggi del distretto di Shengal, abitato dalla popolazione ezida. Shengal è situato nel governatorato del Ninive, nella parte nord-occidentale dell’Iraq, al confine con la Siria e a pochi chilometri dalla Turchia.

Alcuni paesi europei hanno riconosciuto individualmente in quell’aggressione un genocidio, cosi come hanno fatto anche l’Armenia, l’Australia, il Canada, il Dipartimento di Stato e la Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti, il governo del Kurdistan iracheno e l’Iraq, oltre al Consiglio e al Parlamento Europeo e all’ONU. Nel 2019 anche in Italia si è tentato di fare altrettanto ma la mozione presentata in Parlamento si è arenata. Lo scorso ottobre tuttavia la questione è stata ripresa dal Comitato Diritti Umani nel Mondo, presieduta dall’on. Laura Boldrini che si è fatta carico di portare alle Camere un nuovo documento e di patrocinarlo fino, speriamo, alla sua approvazione. La mozione è dunque arrivata alla Camera dei Deputati il 4 dicembre.

Il genocidio commesso dall’ISIS è frutto di una scelta pianificata nel dettaglio e poggia su due aspetti. Gli ezidi praticano un culto che secondo molti, cristiani e musulmani in particolare, consiste nell’adorazione del Diavolo. Nonostante questo popolo ripeta che si tratta di un’affermazione totalmente in contrasto con il loro credo e vi siano anche studi che la smentiscono in modo categorico, continuano ad essere il bersaglio del disprezzo di molti. Secondo i dogmi dello Stato Islamico, è un popolo di infedeli da sterminare. Il genocidio è stato possibile anche grazie agli accordi stretti nel 2014 tra l’ISIS e il KDP (Partito Democratico del Kurdistan) che governa la regione autonoma del Kurdistan iracheno. Dunque gli ezidi sono stati vittime non solo di una persecuzione religiosa ma anche di interessi regionali che hanno visto le formazioni militari legate al KDP, i peshmerga, schierate a difesa del distretto di Shengal, abbandonare le postazioni all’arrivo dell’ISIS. In cambio lo Stato Islamico non ha ostacolato l’avanzata del KDP su Kirkuk, zona ricca di giacimenti petroliferi. L’ISIS ha cancellato interi villaggi ezidi, distruggendoli e uccidendo tutti gli uomini e le donne anziane catturate, rapendo invece quelle giovani e i bambini. Le donne sono finite sui mercati delle schiave, subendo ripetute violenze sessuali, e i bambini a infoltire le fila dell’esercito del Califfato. Circa 350.000 persone sono fuggite sulla montagna di Shengal e i primi aiuti, che hanno consentito a quell’onda umana di salvarsi, sono arrivati dal PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan) e dalle unità di resistenza curde del Rojava (YPG e YPJ).

Dopo la sconfitta dell’ISIS in Iraq nel 2017, alcune famiglie ezide hanno pianificato il loro rientro nel distretto di Shengal, nella speranza di trovare ancora le loro case in piedi. Per molti ad aspettarli c’erano solo le macerie. Nonostante le difficoltà, la grande maggioranza è rimasta e ha iniziato a ricostruirsi una vita. Per ricominciare però sono necessari i servizi essenziali come gli impianti idrici, le scuole, gli asili, gli ospedali e molto altro, tutto distrutto dall’ISIS. Per una popolazione che ha subito una tragedia simile, che ha sconvolto la comunità internazionale davanti alla ferocia visibile su video propagandistici dello Stato Islamico, trovare il sostegno del proprio governo per avviare la ricostruzione dovrebbe essere nelle cose. E invece “le cose” vanno diversamente. Nel distretto di Shengal la tensione è alle stelle perché gli interessi del governo iracheno e di quello del Kurdistan iracheno non coincidono e, inoltre, si scontrano con quelli del vicino turco. La Turchia sconfina ripetutamente sul territorio iracheno con droni che mirano a colpire i membri del PKK, appostati sui monti, e le unità di resistenza ezide (YBS e YJS), situate nel distretto di Shengal. I tre attori regionali accusano gli ezidi di essere un’appendice del PKK, ma loro negano, pur riconoscendo il ruolo fondamentale che questo ha avuto per la loro salvezza. Gli ezidi non cercano ombrelli militari sotto cui ripararsi perché il tradimento dei peshmerga ha generato in loro la convinzione che devono essere pronti a difendersi per conto proprio.

Questa posizione però stride con i disegni dei governi iracheno e del Kurdistan iracheno che il 9 ottobre del 2020 hanno siglato un accordo, c.d. Accordo di Shengal, sotto il coordinamento dell’UNAMI, la Missione delle Nazioni Unite di Assistenza all’Iraq, che si scioglierà il 31 dicembre 2025, come richiesto da Baghdad. L’accordo sancisce che gli ezidi rinuncino all’Amministrazione Autonoma con la quale si sono governati sin dal loro rientro a Shengal, basata sui principi del confederalismo democratico, teorizzato dal fondatore e leader curdo del PKK, Abdullah Ocalan. Abolita l’Amministrazione Autonoma, secondo i progetti dei firmatari dell’accordo, verrebbe insediato un sindaco che faccia comodo tanto a Baghdad quanto a Erbil. L’Accordo di Shengal si spinge anche oltre, disponendo lo scioglimento delle unità di resistenza ezide e, infine, la cacciata del PKK dall’area e dai luoghi circostanti. I rappresentanti dell’Amministrazione Autonoma di Shengal hanno più volte ribadito che non intendono rinunciare a quanto hanno costruito fino ad ora per governarsi e per difendersi, invocando anche l’art. 125 della Costituzione irachena che permette proprio forme di amministrazione autonoma.

Già nel 2022 il Governo iracheno aveva provato a far digerire l’accordo agli ezidi con l’uso della forza, inviando carri armati, artiglieria e aerei per attaccare la regione, ma la resistenza ezida aveva prevalso. Oggi la situazione potrebbe essersi complicata ulteriormente. Lo scorso aprile, infatti, il presidente della Turchia, Recep Tayyip Erdogan, si è recato in visita a Baghdad e ha incontrato il primo ministro iracheno, Mohammed Shia al-Sudani. I due hanno stretto la mano su accordi commerciali e non solo. Sono stati trovati dei punti d’incontro sulla questione legata al rifornimento di acqua, problema centrale per l’Iraq, il cui rubinetto dipende da Ankara, e la costruzione della development road, ma hanno anche stabilito che la guerra al PKK si possa da adesso fare in modo congiunto. Per Erdogan è una vittoria, festeggiata con l’inserimento dell’organizzazione nella lista di quelle terroristiche da parte di Baghdad e l’uccisione di diversi suoi membri solo pochi giorno dopo l’incontro. Recatosi successivamente nel Kurdistan iracheno, dove la Turchia ha delle proprie basi militari, ha discusso della lotta al PKK anche con il governo del presidente Barzani, membro del KDP. Le incursioni turche dunque non susciteranno più probabilmente le lamentele di nessuno in Iraq ed è pensabile che potranno invece essere concordate. Continueranno anche nel distretto di Shengal dove, come già detto, la Turchia attacca periodicamente. Erdogan ha annunciato, come scrive il Washington Institute for Near East Policy, una possibile operazione militare in estate nel Kurdistan iracheno, unitamente al governo della regione e, spera, anche con il sostegno del governo di Baghdad, per attaccare il PKK.

La situazione complessiva è molto tesa e rende anche il distretto di Shengal un luogo rischioso, scoraggiando quelle famiglie ezide che ancora vivono nei campi profughi a farvi ritorno. Né il Governo iracheno né quello della regione autonoma del Kurdistan iracheno, inoltre, investono nella zona per ricostruire le infrastrutture, sia per disaccordi tra di loro sia per farla pagare agli ezidi che si oppongono all’implementazione dell’Accordo di Shengal. Senza cospicui investimenti per la ricostruzione, gli sfollati nei campi profughi difficilmente torneranno. Tuttavia, in base alle negoziazioni tra Governo iracheno e KDP, a fine luglio gli ezidi dovranno lasciare quei campi. Per il momento l’incentivo economico e la prospettiva di un lavoro offerti da Baghdad non stanno stimolando rientri volontari, probabilmente a causa delle lungaggini burocratiche e delle procedure complicate per accedere ai fondi. Dall’altro lato il KDP spinge affinché gli ezidi emigrino all’estero, così favorendo l’indebolimento della posizione della comunità di Shengal. Lo scorso 31 maggio le ONG Refugees International e Voice of Ezidis hanno pubblicato un rapporto sulla difficile condizione degli ezidi sia a Shengal, sia nei campi profughi e sia in Europa, dove molti si sono rifugiati per sfuggire all’ISIS.

In questo scenario molto intricato fatto di ricatti, di uso della forza militare per piegare la resistenza ezida, di pedine che vengono mosse sullo scacchiere per garantire gli interessi strategici di questo o quel contendente, gli ezidi rischiano che il distretto, che ancora attende di accogliere circa 200.000 persone, inizi invece a svuotarsi delle circa 150.000 che sono rientrate. Sul territorio di Shengal lavorano alcune ONG e associazioni che aiutano a ricostruire i servizi essenziali, ma è ancora troppo poco. Per questo gli ezidi chiedono il sostegno dei governi e dei parlamenti di tutto il mondo, riconoscendo il genocidio del 2014. Riconoscere un genocidio significa che si prende consapevolezza della tragedia sofferta da un popolo che è stato attaccato per essere distrutto e ci si fa dunque carico della sua condizione, aiutandolo a rimettere insieme le speranze e una visione di futuro, anche attraverso la ricostruzione dei propri territori. Per gli ezidi è una corsa contro il tempo e ci auguriamo che il Parlamento italiano faccia la sua parte.

Gli autori

Carla Gagliardini

Carla Gagliardini fa parte del direttivo dell’Associazione Verso il Kurdistan ODV

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