La giustizia internazionale alla prova di Israele

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Come noto il Procuratore Capo della Corte Penale Internazionale, con un’interpretazione della giurisdizione della Corte opposta a quella sostenuta da Stati Uniti e Israele, ha richiesto l’emissione di mandati di arresto nei confronti, oltre che dei capi di Hamas (come era prevedibile e quasi scontato), anche nei confronti di Netanyahu e di Gallant (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2024/05/22/la-corte-penale-internazionale-i-crimini-di-netanyahu-lipocrisia-delloccidente/). La decisione sta comportando una serie di reazioni a livello internazionale, fortemente contrastanti tra loro. Colpisce, in particolare, l’accusa principale rivolta al Procuratore di avere assimilato la posizione dei leader di Hamas con quella dei responsabili politici di Israele: da ciò l’accusa di comportamento oltraggioso, per aver equiparato gli aggressori e gli aggrediti. Si tratta di un’affermazione che prescinde dal contenuto della richiesta dei mandati di cattura (ricca di elementi di prova circa la commissione dei reati contestati) ed è finalizzata a supportare le tesi di Israele già in più occasioni portate avanti per prevenire l’eventuale richiesta, poi avvenuta, dei mandati di cattura.

Queste intimidazioni sono state di livello tale da indurre il Procuratore Capo a emettere un pesante avvertimento: «Tutti i tentativi di ostacolare, intimidire o influenzare impropriamente i funzionari di questa Corte devono immediatamente cessare. Il mio ufficio non esiterà ad agire ai sensi dell’art. 70 dello Statuto di Roma se tale condotta dovesse continuare. L’articolo citato, con la rubrica “Reati contro l’amministrazione della giustizia”, recita: «La Corte eserciterà la propria giurisdizione sui seguenti reati commessi ai danni della amministrazione della giustizia se sono perpetrati intenzionalmente: […] (d) ostacolare, intimidire o corrompere un funzionario della Corte allo scopo di obbligarlo o persuaderlo a non ottemperare, o ad ottemperare impropriamente ai suoi obblighi. […] In caso di condanna, la Corte può comminare una pena non superiore a cinque anni, o un’ammenda, in conformità con le regole procedurali e di ammissibilità delle prove, oppure entrambe».

L’ingerenza nell’attività della Corte è gravissima, anche a prescindere dalla fondatezza delle argomentazioni che si ricavano dalla lettura della richiesta. Infatti, contestare l’operato di una Corte, autonoma ed indipendente, riconosciuta da almeno 124 Stati, che opera per una finalità superiore di giustizia internazionale come espressamente indicato nel Preambolo («Determinati ad istituire a tali fini e nell’interesse delle generazioni presenti e future, una Corte penale internazionale permanente e indipendente, collegata con il sistema delle Nazioni Unite competente a giudicare sui crimini più gravi motivo di allarme per l’intera comunità internazionale») appare francamente inammissibile. Impedire alla Corte di adempiere al dovere attribuitole dallo Statuto di Roma di perseguire “i crimini più gravi motivo di allarme per l’intera comunità internazionale” (e certamente quanto è capitato il 7 ottobre 2023 e quanto sta continuando a capitare ogni giorno da allora ad opera dell’esercito israeliano, costituiscono crimini che hanno allarmato il mondo intero) costituirebbe una rinuncia al mantenimento di uno strumento autonomo e indipendente di diritto internazionale. E dunque, appare legittimo, e anzi dovuto, un intervento della Procura presso la Corte Penale Internazionale che segnali e chieda di sanzionare comportamenti tenuti dalle parti che costituiscano, secondo le prove sino ad ora raccolte, crimini di guerra e contro l’umanità nelle due differenti situazioni.

L’indipendenza e l’autonomia della Corte vanno preservate in ogni caso, così come, ed a maggior ragione, va preservata l’autonomia, l’indipendenza e la vincolatività delle ordinanze e sentenze della Corte Internazionale di Giustizia. A questo proposito, mentre scrivo, giunge la notizia dell’emissione di una terza ordinanza da parte della Corte Internazionale (assunta il 24 maggio con una maggioranza di 15 voti favorevoli contro 2 contrari, di cui uno è il voto del giudice ad hoc nominato da Israele) che conferma ed aggrava le misure cautelari emesse in precedenza, dando atto dell’aggravarsi della situazione a Gaza, così come descritta dal Segretario Generale dell’ONU, dai Relatori Speciali ONU e da altri funzionari dell’Organizzazione e a fronte anche delle dichiarazioni provenienti da esponenti del Governo israeliano quali il Ministro Katz che, a sua volta, ha affermato: «Si ordina a tutta la popolazione civile di [G]aza di lasciare immediatamente. Vinceremo. Non riceveranno una goccia d’acqua o una singola batteria finché non lasceranno il mondo». Scrive il Segretario Generale dell’Onu Guterres:

Il sistema sanitario a Gaza sta collassando. […] Nessun luogo è sicuro a Gaza. In mezzo al costante bombardamento da parte delle Forze di Difesa di Israele, e senza rifugi o elementi essenziali per sopravvivere, mi aspetto che l’ordine pubblico si sgretoli completamente presto a causa delle condizioni disperate, rendendo impossibile persino un limitato soccorso umanitario. Una situazione ancora peggiore potrebbe svilupparsi, comprese malattie epidemiche e una maggiore pressione per lo spostamento di massa verso paesi limitrofi. Stiamo affrontando un grave rischio di collasso del sistema umanitario. La situazione sta rapidamente deteriorandosi in una catastrofe con implicazioni potenzialmente irreversibili per l’intera popolazione palestinese e per la pace e la sicurezza nella regione. Un esito del genere deve essere evitato a tutti i costi.

(Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, doc. S/2023/962, 6 dicembre 2023)

In queste circostanze, la Corte ritiene che la catastrofica situazione umanitaria nella Striscia di Gaza sia seriamente a rischio di ulteriore deterioramento prima che la Corte stessa emetta la sua sentenza finale.

Insomma, la situazione è gravissima ed è attestata da entrambe le Corti internazionali esistenti a tutela del diritto internazionale dei popoli. Ora, è noto che le decisioni delle Corti internazionali sono vincolanti, anche se mancano gli strumenti per renderle eseguibili. Ciò che maggiormente sconcerta, dunque, è l’atteggiamento non solo di Israele, ma anche di molti altri Stati, che mira a screditare l’operato delle Corti. Netanyahu ha affermato: «Vergogna! Niente al mondo ci fermerà!» ed ha chiarito che non intende in alcun modo rispettare quelle decisioni. Eppure Israele, se può affermare la sua estraneità rispetto alle richieste (e agli eventuali provvedimenti) della Corte Penale Internazionale, non avendo Israele ratificato lo Statuto di Roma, istitutivo di quella Corte, nulla può contestare circa le decisioni della Corte Internazionale di Giustizia, posto che si tratta del massimo organismo predisposto dall’ONU, valido, conseguentemente per tutti gli Stati, tra cui Israele, che dell’ONU fanno parte.

Accettare l’atteggiamento di Israele ci riporterebbe indietro di 70 anni e renderebbe ogni Stato libero di agire a propria difesa (e offesa) senza limiti e condizionamenti internazionali: basta con ONU, CPI, Corte Internazionale di Giustizia! Paradigmatico, in questo senso, è quanto sostenuto dal Segretario del Partito Radicale, Maurizio Turco, che chiede di costituire un’Organizzazione Mondiale degli Stati Democratici, posto che buona parte dei paesi ONU che danno origine alla Corte Internazionale di Giustizia non sono democratici! Dimenticando, peraltro, di spiegarci sulla base di quale concetto uno Stato potrebbe essere ritenuto democratico ed ammesso, conseguentemente, a quell’Organismo.

Da tutto ciò deriva un senso di scoraggiamento per un celere raggiungimento del cessate il fuoco a Gaza. Ma d’altro lato, cresce la sensazione che lentamente si stia affermando un convincimento generalizzato volto a ritenere fondamentale la tutela dei diritti umani garantita da organismi internazionali indipendenti e autonomi. Non resta che attendere, con ansia, gli sviluppi dell’intricata situazione.

Gli autori

Roberto Lamacchia

Roberto Lamacchia, avvocato in Torino, è presidente dell’Associazione nazionale Giuristi democratici

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