La distruzione di Gaza: reazione o progetto preparato da tempo?

Non si tratta di fare disquisizioni semantiche sul termine genocidio: quello che avviene in Palestina, nonostante il cerchiobottismo dei paesi occidentali che non prendono posizione contro l’attuale Governo d’Israele che vede nella guerra, coinvolgendo la popolazione civile, l’unico mezzo per la soluzione del conflitto, è sotto gli occhi di tutti: il popolo palestinese è oggetto di un massacro indiscriminato e sospinto drammaticamente verso una nuova Nakba, ad iniziare dall’espulsione manu militari dalla Striscia di Gaza. Contemporaneamente in Cisgiordania aumentano le violenze dei coloni ebrei contro i Palestinesi, e non solo da parte degli ultraortodossi, con l’esproprio forzato di terre, uccisioni impunite e sostenute dall’esercito israeliano (IDF Israel Defense Force) che, come tutti gli eserciti che entrano in guerra, si è macchiato di gravi e ripetute violazioni del diritto internazionale umanitario.

Va detto che se Hamas, nella sua Costituzione, non riconosce il diritto di esistenza allo Stato di Israele è altrettanto vero che Israele da sempre nega il diritto all’esistenza di uno Stato palestinese: due popoli in piena dicotomia che, per ragioni opposte, hanno rifiutato la soluzione dei due Stati che rimane l’unica strada per cercare una via d’uscita dallo storico e devastante conflitto tra Israele e il popolo palestinese (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2024/05/07/antisemitismo-e-critica-di-israele-di-cosa-parliamo/). Strada obbligata ma da sempre in salita e controvento sia per il fanatismo di Hamas sia per quello di Israele perché va sottolineato che le dichiarazioni del primo ministro di Israele Netanyahu sono perfettamente in linea, a distanza di oltre trent’anni, con quelle dell’ex primo ministro di Israele Ariel Sharon: «Non si restituisce ciò che ci appartiene. E la Giudea e la Samaria ci appartengono: da migliaia, migliaia di anni. Da sempre. La Giudea e la Samaria sono Israele! E così la Striscia di Gaza. […] No, lo ripeto, non permetteremo mai di installarvi un secondo Stato palestinese. Mai! Non fatevi illusioni» (intervista a Oriana Fallaci, settembre 1982).

La violenza di Hamas è stata feroce e inumana ma non giustifica la reazione spropositata, altrettanto feroce e inumana di Israele sul popolo palestinese. Probabilmente si dovrebbe smettere di utilizzare il termine “reazione” perché oggettivamente è ben difficile credere – e in effetti ben pochi ci credono – all’alibi politico e militare israeliano dell’essere stati colti di sorpresa dalla tragedia del 7 ottobre. Israele è il Paese che realizza, ed utilizza tramite il Mossad, la tecnologia di spionaggio più avanzata e i già noti software-spia Pegasus e Predator (in grado di aggirare qualunque difesa degli smartphone utilizzandoli poi, ad esempio, come telecamere e microfoni per carpire qualunque tipo di informazione) oggi risultano superati dal software-spia della israeliana start up Toka, in grado di inserirsi in qualunque telecamera di sorveglianza di qualunque città, avendo così il controllo di quanto avviene, con la possibilità di modificare le immagini in diretta o registrate e alterare quindi la realtà senza lasciare alcuna traccia. Non è immaginabile che questi sistemi di controllo non siano utilizzati proprio sull’area di Gaza, su cui l’intelligence israeliana attua del resto anche un ferreo controllo “tradizionale”, e la preparazione dell’atto terroristico del 7 ottobre non è stata compiuta da una cellula di pochi militanti ma con un’azione corale che ha coinvolto migliaia di elementi e ha richiesto mesi di esercitazioni che, clamorosamente, oggi si scopre essersi svolte alla luce del sole e apparse anche su Telegram.

«Un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova» è una frase famosa di Aghata Christie. In questo caso gli indizi che possono sostenere la tesi che Israele fosse al corrente dell’attacco ma non l’abbia prevenuto per poterlo poi utilizzare nella rappresaglia su Gaza, e in generale contro i palestinesi, sono più di tre: 1) nelle settimane precedenti il 7 ottobre la CIA aveva rilanciato report degli stessi servizi israeliani che segnalavano movimenti anomali a Gaza; 2) l’intelligence egiziana già a fine settembre aveva segnalato che stava per succedere qualcosa di grosso; 3) Yigal Carmon, storico agente segreto del Mossad e già consigliere per l’antiterrorismo per gli ex primi ministri Shamir e Rabin ha confermato, in una intervista apparsa sul Corriere della Sera del 2 novembre 2023, di avere avvertito della minaccia imminente di Hamas con interventi circostanziati di MEMRI, il suo centro di analisi di fonti aperte del Medio Oriente; 4) per mesi dal bunker della base di Nahal Oz, non distante da Gaza, sono stati inviati avvertimenti su strani pattugliamenti degli jihadisti, che evidentemente sono serviti per individuare i punti dove squarciare la recinzione e invadere il sud del Paese; 5) il New York Times ha pubblicato un’indiscrezione clamorosa sull’attuale fase della guerra in Palestina: secondo il quotidiano americano, Israele sarebbe stato a conoscenza del piano d’attacco di Hamas un anno prima del 7 ottobre 2023. I militari di Tel Aviv avrebbero infatti avuto tra le mani un documento – intitolato Muro di Gerico” – con tutti i dettagli sul piano terroristico di Hamas, che poi è stato fedelmente eseguito!

Oggi il Governo reazionario di Israele, fortemente sbilanciato sulla visione degli ultraortodossi, estremista («È la nostra terra per diritto divino») e razzista («I palestinesi sono animali, non sono umani, non hanno ragione di vivere»: frase pronunciata da Eli Ben-Dahan Viceministro della Difesa di Israele), punta a utilizzare al massimo la congiuntura di guerra per ridimensionare i territori e la presenza dei palestinesi sia con la totale distruzione ed occupazione di Gaza sia con l’ampliamento esponenziale degli insediamenti dei coloni in Cisgiordania, dove, nel silenzio generale, è in corso l’altra faccia, non meno violenta, della stessa guerra che mira alla deportazione in Giordania del popolo palestinese con la parola d’ordine «Nakba shtaim» (seconda Nakba). E l’ormai prossima invasione militare di Rafah va drammaticamente in questa direzione.

Gli autori

Giovanni Vighetti

Giovanni Vighetti vive a Bussoleno ed è esponente del Movimento No Tav. E' appassionato e conoscitore della montagna che frequenta in scialpinismo, mtb ed escursionismo.

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2 Comments on “La distruzione di Gaza: reazione o progetto preparato da tempo?”

  1. Invito a prendere visione della cartina n. 4 dello stato di Israele contenuta nel volume di Piergiorgio Odifreddi intitolato “C’è del marcio in Occidente” : la porzione di terra ancora posseduta dai Palestinesi è ormai estremamente ridotta e frammentata: come si può pensare di edificare uno stato su quei frammenti che, tra l’altro, diminuiscono ogni giorno?
    E’ pensabile ipotizzare un ritorno alla situazione del 1948 (45% di terra ai Palestinesi, 55% agli Israeliani)? E chi potrebbe imporre una tale soluzione visto il disprezzo supremo del diritto internazionale da parte di Israele, Stati Uniti d’America, Unione Europea?
    Vista la pressochè totale impotenza dell’ONU?
    E’ una situazione veramente drammatica che apparentemente non presenta soluzioni possibili.
    Credo sia sensato quanto affermato da Francesca Albanese (UNWRA) nell’incontro a distanza del 9 maggio scorso con Volerelaluna: isolare lo stato di Israele attraverso il boicottaggio (BDS) e la riduzione o cessazione degli scambi economici, commerciali, culturali, accademici …
    Alcuni Stati hanno iniziato ad agire in questo senso, forse è una strada percorribile …

    1. Grazie per l’importante approfondimento.
      Sono andato a vedere la cartina citata.
      Il territorio della Palestina, a partire dal 1946, è stato in massima parte inglobato nella continua espansione dello Stato di Israele.
      La rilevazione dell’espansione israeliana si ferma, sulla mappa, al 2000….è già quest’ultima immagine da un ‘idea terribile del minuscolo territorio dove sopravvivono i Palestinesi ridotto da tempo ai minimi termini e, in Cisgiordania, ormai fortemente sbriciolato per gli insediamenti dei coloni israeliani.
      Indubbiamente la prospettiva dei due Stati, senza un improbabile ritiro di Israele, è difficilmente praticabile.
      Giovanni V.

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