Un mandato di cattura per Netanyahu?

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Notizie recentissime riferiscono di un imminente mandato di cattura nei confronti di Netanyahu e di Gallant da parte della Corte Penale Internazionale (CPI). Ciò impone un aggiornamento rispetto alla situazione esistente appena tre settimane fa (https://volerelaluna.it/mondo/2024/04/10/la-corte-internazionale-di-giustizia-a-gaza-il-rischio-genocidio-aumenta/) e riapre il discorso sulla competenza di quella Corte.

È noto che Israele non ha aderito allo Statuto di Roma istitutivo della Corte Penale Internazionale; lo ha fatto, invece, la Palestina, che è stata considerata dalla Corte come Stato-Parte, ancorché, ad oggi, non sia riconosciuta come Stato. In conseguenza di ciò, la Corte ha ritenuto, con una pronuncia a maggioranza, di avere la competenza su tutti i crimini di guerra commessi a Gaza, in quanto sul territorio di uno Stato-Parte.

La questione è assai complessa perché Israele, sostenuta nella sua posizione dagli Stati Uniti, afferma che nessuna conseguenza può derivargli dalle decisioni della CPI, in quanto da lui non riconosciuta e dunque, a suo giudizio, priva di giurisdizione nei suoi confronti. D’altra parte, tutti i Paesi sottoscrittori del Trattato istitutivo della Corte avrebbero il dovere di applicarne le decisioni, il che significa che un eventuale mandato di cattura nei confronti dei governanti di Israele dovrebbe essere eseguito qualora i soggetti colpiti dal provvedimento si trovino sul territorio di uno qualsiasi dei Paesi aderenti alla Corte. Dunque, situazione complicata e con risvolti di natura sia giudiziaria che politica, cui si affianca l’attesa decisione della Corte Internazionale di Giustizia sul rischio di genocidio nella striscia di Gaza.

Sono evidenti le ricadute sul piano della credibilità internazionale di uno Stato accusato, come Stato, di “rischio di genocidio” e i cui principali governanti, se le notizie ufficiose diffuse in questi giorni verranno confermate, sono accusati della commissione di crimini di guerra. Ferma restando la suddivisione di giurisdizione tra Corte Internazionale di Giustizia (nei confronti degli Stati) e Corte Penale Internazionale (nei confronti dei soggetti autori dei crimini), se i mandati di cattura verranno effettivamente emessi, si chiuderà il cerchio che consentiva alla Corte Internazionale di Giustizia di perseguire uno Stato, ma rendeva problematico per la CPI perseguire, a livello personale, i responsabili di crimini commessi da quello Stato.

Tra l’altro, le voci riferiscono anche di possibili mandati di cattura nei confronti di esponenti di Hamas, sulla base di un’interpretazione estensiva della portata della giurisdizione, sulla base del fatto che quegli esponenti avrebbero commesso i fatti (uccisioni, stupri, presa di ostaggi) in territorio israeliano (come tale sottratto alla giurisdizione della CPI), ma poi avrebbero proseguito la loro azione delittuosa in territorio palestinese, sottoposto alla giurisdizione della Corte. Ciò rappresenterebbe la risposta concreta, bidirezionale, alla commissione di crimini di guerra da entrambe le parti. L’azione nei confronti di Hamas, poi, sarebbe particolarmente significativa, perché supplirebbe all’impossibilità di agire nei suoi confronti da parte della Corte internazionale di Giustizia, non essendo Hamas uno Stato aderenti all’ONU.

Non resta che attendere gli sviluppi della situazione, sia in relazione all’eventuale emissione dei mandati di cattura da parte della CPI, sia circa le decisioni della Corte Internazionale di Giustizia, nella speranza che tali provvedimenti possano contribuire ad innescare una decisione di cessate il fuoco che impedisca l’ulteriore commissione di crimini.

Gli autori

Roberto Lamacchia

Roberto Lamacchia, avvocato in Torino, è presidente dell’Associazione nazionale Giuristi democratici

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