Genocidio: quando il crimine estremo è parte della normalità

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Oggi è un giorno di aprile – ne sono passati tanti: 194, 195, 200 – da quel 7 ottobre 2023 quando il governo israeliano scatenò la guerra contro il popolo palestinese come risposta all’attacco di Hamas: crescono regolarmente lungo i giorni i palestinesi uccisi da allora: sono stati superati i 34.000, dicono le cifre ufficiali, e si va verso gli 80.000 per feriti gravi, amputati… I numeri si rincorrono provando a distinguere classicamente, nelle statistiche di questa strage, donne, vecchi, bambini: questi ultimi come veri protagonisti. Le loro percentuali, nei “normali” paesi dei sud del mondo dicono quanto le loro popolazioni sono più delle nostre orientate al futuro per la quantità dei “minori di 15 anni”: qui rappresentano i morti. E le immagini “integrano” numeri e narrazioni con scenari inguardabili-inascoltabili di orrori. Nella sua neutralità istituzionale l’UNICEF dice che nei primi 6 mesi di una guerra che mai è stata tanto asimmetrica (essendo il nemico sostanzialmente un bersaglio accuratamente sorvegliato e scovato anche nei posti più impensati come ospedali e scuole) i bambini sono stati uccisi con una regolarità che raggela: uno ogni 10 minuti, per tutte le 24 ore e i 7 giorni della settimana. La cronaca giornaliera ne aggiunge 11, tutti insieme in un parco giochi, o 17, in un paio di case… Quelli per fame o altre malattie si conteranno dopo: la cronaca di uno di questi giorni racconta anche di una bimba passata dall’utero della mamma bombardata con tutta la famiglia in uno degli incubatori rimasti a Rafah, per iniziare la sua vita da orfana.

Nel frattempo la realtà di Gaza, tanto concentrata per intensità di cancellazione umana e per geografia, perde la sua tragica priorità rispetto alla geopolitica globale che si gioca anche a livello regionale. Gli Stati riprendono la scena con governi che devono affannarsi a ricordare la centralità del loro potere, non importa quanto controverso, repressore, espressamente criminale, all’interno o all’esterno: da Israele all’Iran, da Erdogan che abbraccia la leadership di Hamas, agli USA onnipresenti d’ufficio, a una Germania che restituisce alle armi la sua identità. I costi umani sono, per definizione, una variabile che non conta, e che entra nella cronaca internazionale come un normale, vero o potenziale, effetto collaterale. Che siano i palestinesi della Cisgiordania, o i kurdi, o le popolazioni di paesi fatti di campi di concentramento come il Libano, o ormai esistenti solo nella loro diaspora, come la Siria… Senza dimenticare, su uno sfondo solo geograficamente lontano, una guerra come quella in Ucraina, da tutti dichiarata senza senso e senza fine, ma con costi umani, economici, di civiltà assolutamente enormi, e perciò neppure dichiarabili né quantificabili. L’elenco dei paesi-popoli la cui vita è in permanentemente, anche se in modo meno visibile, parte di uno spettacolo di non-umanità condotto dal mondo globale degli Stati, potrebbe continuare: dal Sudan (sono 250 mila, dicono le statistiche ufficiali, i candidati a morire di fame, soprattutto donne e bambini, in questi mesi…), ai Rohingyas (tra Myanmar, Bangladesh, gli oceani regionali), al Kashmir, ai popoli originari di tanti Stati più o meno democratici. E avendo anche qui – trasversali, di tutti i colori, le provenienze, le guerre – i “migranti”. Questo nome tanto comune definisce, lo sappiamo, uno dei modi con cui gli umani hanno intrecciato da sempre le loro storie: di fatto coincide, oggi, con una realtà che più di ogni altra (per la logica che la continua a generare e la inenarrabilità e gratuità della violenza, della morte, della in-umanità) rimanda a quella da cui è partita questa riflessione.

Un popolo ha un “diritto inviolabile”: per la definizione stessa, universale, che la comunità internazionale uscita da una guerra di stragi e genocidi aveva dato al suo futuro, e perciò imprescindibile per una identità “umana” della civiltà. La nakba del popolo palestinese era stata imposta nel 1948 da uno Stato inventato (al di là dei radicali contrasti anche all’interno della comunità ebraica internazionale), ufficialmente come riparazione di un genocidio prodotto dalla trasformazione nazista di uno dei paesi simbolo e culla della civiltà europea. Condannata fin dall’inizio dalle Nazioni Unite, si rivelava di fatto come la prima fondamentale espressione di una strategia del nuovo “ordine internazionale” di controllare con un colonialismo rinnovato (e rappresentato dallo Stato di Israele) una delle aree strategicamente più importanti per la nuova economia. Gaza 2023-2024 è l’espressione ultima, con mezzi diversi, di quella nakba. Con una riproduzione tragica dello stesso scenario di impotenza-connivenza della comunità internazionale, e la esplicitazione che ciò che veramente è in gioco sono interessi e poteri di una delle aree decisive per la gestione di un mondo che (nella sua confusa globalizzazione, dove solo le variabili economiche contano) non ha più nulla da dire dal punto di vista giuridico e di civiltà con quello che accompagnava i primi anni dopo la Dichiarazione Universale.

Gaza-Rafha sono il promemoria senza veli né ambiguità che la vita degli umani può essere ancora oggetto di emozione e di rivolta da parte di altri umani, trasversali a tutte le appartenenze, ebraiche o meno (moltissimi giovani), di tutti i paesi, ma non interessa più né agli Stati, né ai partiti che se ne contendono i poteri. La elencazione sopra proposta di altri contesti “esemplari” di cancellazione di diritti umani dice che quello che si decide su Gaza e il popolo palestinese non è solo locale: nella “guerra asimmetrica” lo Stato di Israele sperimenta tutto: dalla fame, come vecchissimo strumento di guerra, alla intelligenza artificiale. E gli Stati stanno a guardare. O in diversi modi collaborano attivamente. Senza darsi scadenze di tempo, e di numeri-orrori-violazioni di diritti. E di morti. Esattamente come per i migranti di tutti i continenti.

Discutere se e quanto quanto succede è un genocidio o “solo” un crimine contro l’umanità appare in questo senso sostanzialmente irrilevante o, meglio, profondamente e programmaticamente fuorviante. La definizione di “genocidio” – lo si sa da tanto tempo – è stata adottata perché utile a qualificare l’eccezionalità di un evento, di cui ci si augurava la “unicità”. Una definizione di deterrenza: perché le conseguenze sarebbero state insostenibili per i responsabili. Poi è divenuto sempre più chiaro che il genocidio è un processo di lungo periodo, che trasforma la cultura di una società e rende “normale e dovuta” la discriminazione, fino alla eliminazione, di chi si oppone, anche solo con una diversità. Soprattutto quando questa rappresenta una contrapposizione, pacifica, della visione distorta-capovolta dei diritti fondamentali da parte di autorità più o meno legalmente elette.

La lunga storia del Tribunale Permanente dei Popoli ha illustrato, e giudicato anche con i più stretti criteri giuridici, questa trasformazione della unicità del crimine del genocidio nella normalità di processi genocidari per i quali si invoca la legalità (della sicurezza, dei terrorismi…). I popoli che hanno partecipato alle testimonianze e alla formulazione delle sentenze del Tribunale dei Popoli non chiedevano, né chiedono, improbabili (di fatto impossibili e senza senso) prigioni per crimini che sono “di sistema”. Chiamano per nome crimini e responsabilità: perché siano evidenti, punto di partenza per una dialettica-lotta esplicita per la restituzione dei diritti ai loro soggetti. Sapendo che, in un mondo tanto connesso in una comunicazione-interscambio che interessa soprattutto i meccanismi di governance, i cammini sono lunghi, difficili, specifici di realtà diverse, in cerca di non facili alleanze. Anche a livello dottrinale: nel fare la diagnosi dei problemi, e nella ricerca di processi di democrazia costruiti da realtà spesso in rovina. Un giudizio che diventa diagnosi di una situazione strutturale che produce crimini contro l’umanità più o meno genocidari (per esempio per fame, o inaccessibilità a farmaci-risorse-salari “vitali”) non ha bisogno di condanne più o meno severe, ma di processi di cambiamento di paradigma, ai livelli e nelle modalità più opportune: certo non con le armi.

Questa non è una riflessione giuridica. È la testimonianza di un percorso che è stato anche di “liberazione” del diritto dalla legalità dei poteri per metterlo un po’ più al servizio della legittimità della liberazione dei popoli dai tanti colonialismi. È un augurio per un 25 aprile anche per Gaza.

Gli autori

Gianni Tognoni

Gianni Tognoni, medico, è esperto di epidemiologia clinica e comunitaria. E' stato direttore del Consorzio Negri Sud. Attualmente opera nel Dipartimento di Anestesia-Rianimazione e Emergenza-Urgenza , Fondazione IRCCS Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico, Milano. E' presidente delComitato Etico, Università Bicocca, Milano.

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