Argentina. Un presidente che odia le donne

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Dal dicembre dello scorso anno, in Argentina c’è un Governo che non esita a definirsi antifemminista e lo proclama in ogni occasione. Non è una sorpresa, dato che la campagna elettorale di Javier Milei è stata caratterizzata, tra le altre cose, da una posizione contro l’agenda “progressista” e dalla negazione della violenza di genere. Essendo Milei un personaggio con una presenza importante nelle reti (in questo caso antisociali), molti dei suoi seguaci hanno cominciato già l’anno scorso ad attaccare e ridicolizzare tutto ciò che riguarda l’espansione dei diritti delle donne e i gruppi femministi. Una volta insediato alla presidenza, nel folle discorso al forum di Davos, Milei ha denunciato «la lotta ridicola e innaturale tra uomo e donna», «l’agenda del femminismo radicale» e «l’agenda sanguinosa dell’aborto». Questi slogan si riproducono all’infinito e filtrano negli ambiti più diversi, così che questioni apparentemente risolte riemergono sotto una nuova prospettiva. Eppure, per non cedere all’ingenuità o alla irresponsabilità che deriva dalla pigrizia, il dibattito sul punto non dovrebbe mai considerarsi finito.

Il femminismo è passato da una fase di crescente adesione all’essere additato come categoria incriminata dalla destra. Un esempio può servire a comprendere l’entità del fenomeno. Lilia Lemoine, esponente del Partito Libertario (che, nonostante il nome, è la formazione di destra che fa capo a Milei), ha proposto un disegno di legge che permette di rinunciare alla paternità, giustificandolo con l’affermazione che «avendo le donne il privilegio di poter uccidere i propri figli e di rinunciare ad essere madri, allora perché gli uomini devono mantenerli?».

Eppure l’Argentina è un Paese in cui i collettivi femministi hanno iniziato nel 2015 una lotta per porre fine alla violenza di genere che in breve tempo si è diffusa ed è diventata massiccia. È nato così il movimento “Ni Una Menos”, che ha permesso di affrontare i diritti negati e di approvare, nel 2019, la legge Micaela 27.499, che prevede la formazione obbligatoria nella prospettiva di genere per tutte le persone che lavorano nel servizio pubblico. Nello stesso anno e in linea con questo obiettivo, è stato creato il Ministero delle donne, del genere e della diversità e, nel dicembre 2020, si è saldato uno dei debiti più grandi nei confronti delle donne con l’approvazione della legge 27.610 di accesso all’interruzione volontaria di gravidanza (IVE). Nel 2021, poi, è stata approvata la legge 27.636 per l’accesso al lavoro formale delle persone trans. Da quel momento in poi, le persone appartenenti a tale categoria e che posseggono le condizioni di idoneità devono ricoprire incarichi nel settore pubblico nazionale in una quota non inferiore all’1% del totale.

Eppure, cosa si sta sviluppando in contrasto con le conquiste del movimento femminista? Quali anticorpi si sono attivati per cercare di invertire un’impostazione che sembrava dominante? È vero che all’interno dello stesso movimento delle donne c’erano settori minoritari dubbiosi sul “femminismo istituzionalizzato”, sostenendo che una politica statale p configurare un limite. Le obiezioni alla istituzionalizzazione, tuttavia, hanno ben altro spazio e importanza negli ambienti legati al Partito libertario, dando vita a un’opposizione nei confronti di quello che chiamano “femminismo egemonico” (che è semplicemente lo Stato posto al servizio di un’agenda che non condividono). Nel caso specifico del femminismo i libertari propongono un discorso altamente simbolico legato a una trasformazione morale radicale. La retorica della normalità e dell’ordine, classica della destra, tocca intensamente il femminismo. Ciò non ha, peraltro, una portata solo regionale. L’attacco a quella che la nuova destra conservatrice chiama “ideologia di genere” non è esclusivo dei libertari argentini: ne sono esempi da manuale anche Trump, Bolsonaro e il presidente di El Salvador Bukele.

La maggior parte di questo sviluppo discorsivo avviene su piattaforme digitali attraverso le quali youtuber, influencer e uomini comuni si identificano in un modo di comunicare antifemminista, sebbene non sempre abbiano coincidenze politiche su altre questioni. Nel 2022, l’Associazione comunicazione per l’uguaglianza ha condotto un’indagine su propaganda e nuove destre che ha rilevato sette account di sostenitori di Milei che si dedicano a promuovere contenuti non solo antifemministi ma anche apertamente contrari alle bandiere del progressismo. Questi account superano i sei milioni di abbonati. Si tratta prevalentemente di video e meme umoristici in cui l’intrattenimento occulta l’impostazione culturale delle proposte.

L’offensiva, peraltro, non si limita alla propaganda ma si traduce in fatti, come il declassamento del Ministero delle donne a Sottosegretariato, 18 giorni dopo l’insediamento del presidente. Successivamente, è stato vietato l’uso del linguaggio inclusivo nella pubblica amministrazione nazionale e si è deciso di chiudere l’Istituto nazionale contro la discriminazione, la xenofobia e il razzismo. Nella Giornata internazionale della donna, in concomitanza con la massiccia marcia femminista di ogni anno, la sorella del presidente, Karina Milei, ha annunciato, attraverso un video, il cambio di nome della Sala delle donne nella sede del Governo, che sarà ribattezzata Sala degli eroi argentini. Ha anche comunicato che i quadri delle donne argentine che si sono distinte nella vita culturale e politica del Paese verranno mandati in uno scantinato e che l’amministrazione alla quale appartengono non «promuoverà una militanza che generi discordia e divisione tra gli argentini». Scegliere l’8 marzo per un simile annuncio è una provocazione premeditata che fa parte dello stile di comunicazione arrogante del Governo e rappresenta, oltretutto, un nuovo livello dell’attacco contro i diritti delle donne. Siamo di fronte a una violenza simbolica che non solo cerca di sradicare le donne dalla storia collettiva del Paese, ma lo fa nella data in cui si commemora una delle lotte più significative, rivelando in questo modo, la volontà distruttiva del gesto. Naturalmente nella galleria proposta dai libertari non ci sono donne e gli uomini prescelti costituiscono un pantheon astorico e parziale della storia liberal-conservatrice del XIX secolo che esclude le leadership popolari del XX secolo e, di conseguenza, l’eredità di quel secolo nella vita del Paese. Si esprime così, ancora una volta, la volontà ferrea di reintrodurre un ordine perduto da cui ci avrebbero allontanati le rivendicazioni e le lotte di una società anticonformista ed esuberante. È la restaurazione di un ordine rancido che tenta di imporre una visione arbitraria e parziale di tutta la nostra storia.

Ciò non ha potuto impedire che la “vera” Sala delle donne e delle diversità fosse presente a un 8 marzo che ha visto la partecipazione di più di centomila persone e che ha messo al centro delle scena la politica di Milei, denunciando che il vero nemico è la destra fascista. Gridando «Eravamo una marea, ora saremo uno tsunami» esse hanno onorato anche le donne escluse dal nuovo altare ufficiale che, pur appartenendo a settori diversi, sono accomunate da aver anche loro lottato per strada. Unite e organizzate, hanno dato una risposta forte che né la presenza intimidatoria delle forze di polizia né il nuovo protocollo anti-protesta del Governo sono riusciti a contenere. Ancora una volta i mezzi di trasporto pubblico e le strade si sono riempite di fazzoletti verdi (emblemi della Campagna per il diritto all’aborto): un messaggio di colore che permette di riconoscerci, compiere un gesto di solidarietà e sentire di non essere sole. Perché questa marcia è così importante oggi? C’è più di una ragione. È la prima manifestazione del movimento 8M che milita apertamente contro un Governo antifemminista, il che la trasforma in un atto di ribellione. È anche dimostrato che in questo momento non esiste un’altra forza politica che abbia una simile capacità di convocazione e che il movimento femminista ha saputo costruire un’alleanza di resistenza con organizzazioni sociali, collettivi per i diritti umani e gruppi politici e sindacali. Qui si dice “vincere le strade” e questo è successo questo 8 marzo: le strade erano nostre e in esse risuonavano le nostre rivendicazioni e le nostre conquiste. Erano un luogo di incontro, amore e lotta.