Argentina: la casta, il cambiamento e gli interessi materiali

image_pdfimage_print

La domanda che più frequentemente ho ricevuto, con diverse sfumature, da parte dei miei amici europei in questi mesi è stata: come avete potuto scegliere un personaggio tanto stravagante (quelli che hanno preferito l’uso di eufemismi) o, più precisamente, disturbato, come presidente dell’Argentina? E benché io stessi già tentando, per conto mio, di dare una spiegazione che mi aiutasse a uscire dallo shock razionale ed emotivo che il risultato elettorale mi aveva provocato, la ricerca di senso è diventata più incalzante.

Potrebbe essere considerato l’ultimo stadio di un percorso fluttuante, polarizzato, caratterizzato da crescenti frustrazioni? O una risorsa quasi magica che, evocando le “forze del cielo”, ha convinto una parte importante della società che in Argentina è già stato provato tutto e bisogna andare verso qualcosa di diverso, cioè il “cambiamento” (Per chi non lo sapesse, le forze del cielo invocate da Javier Milei, attuale presidente argentino, sono un’idea-forza presa dalla sfera religiosa per rappresentare un gruppo di persone che, forte della propria convinzione e del proprio coraggio, può sconfiggere i sostenitori del male, anche se questi ultimi sono molto più numerosi)? È sufficiente pensare ai giovani fruitori di tik tok, dalla memoria molto breve e dai consumi limitati, che hanno accettato il rifiuto della “casta”? Oppure dobbiamo aggiungere una parte di cittadini che non tollerano più i discorsi di solidarietà, di cui diffidano perché ritengono che lo slogan “la patria è l’altro” (kirchnerismo dixit) non abbia risolto nessuno dei propri problemi? È anche un antiperonismo aggiornato che ci permette di aspirare finalmente e spudoratamente a un benessere individuale che ci allontani dal passato “populista”, causa di tutti i mali? È una lettura che potrebbe orientarci anche per approfondire il rifiuto che parte di una società tradizionalmente cattolica prova nei confronti di Papa Francesco. È tutto questo ed è altro ancora.

Decisivo, in ogni caso, è stato il ruolo dei media di dis/informazione che hanno alimentato il personaggio e ne hanno favorito l’immagine, affascinati da uno share che premiava l’iperbole, la squalifica e l’istrionismo, in spazi dedicati al gossip e a discussioni tanto virulente quanto superflue. Risorse messe a disposizione per moltiplicare la rabbia e il desiderio di un nuovo protagonismo, scommettendo su una possibile immedesimazione con il personaggio. Lo stesso presidente ha recentemente ammesso che, nelle circostanze attuali, lo show è necessario: trolls addestrati all’imbastardimento della parola e all’offesa illimitata verso coloro che apportano idee e opinioni diverse; censura attraverso emoticon, video e notizie create a richiesta, pronte per ogni argomento e per ogni occasione. C’è una esemplarità di valori invertiti che caratterizza il presidente, e che permette, grazie al suo linguaggio colorito e brutale, una creatività altrui (pagata e volontaria) al servizio degli insulti e delle infamie. Provate a pensare a un presidente che insulta un governatore dandogli del “mongoloide”, con tanto di disegno, e vi farete un’idea più precisa di che cosa si tratti.

Molti che stentano ad aggiornarsi avevano creduto che nel dibattito, prima del ballottaggio, il peronista Massa avesse mostrato le sue doti di politico esperto e solido e avesse quindi vinto la sfida contro un Milei apparso vulnerabile e approssimativo. Niente di più falso. Una parte di elettorato ha rifiutato la proposta di correttezza politica e si è sentita vicina all’esuberante outsider. È facile intuire che si tratta di una destra che non ha bisogno di costruzioni articolate e razionali, che in realtà disprezza. Milei prende dal suo pubblico ciò che c’è di più vergognoso, ciò che si ha pudore di esprimere, lo abilita e lo trasforma in motivo di orgoglio.

È anche vero che l’oscillazione è stata così rapida e imprevista che è diventata evidente l’incapacità delle letture politiche tradizionali di interpretare l’irruzione politica che tiene insieme giovani emarginati con altri della classe media e perfino medio-alta. La novità, in questo caso, è il cambiamento radicale scelto dai giovani provenienti dai settori più svantaggiati. Non si innamorano più del peronismo e della sua ultima versione, il kirchnerismo. D’altra parte, i sindacati storici non hanno i precari nei loro radar. Questi giovani hanno fatto irruzione sul palcoscenico politico del paese, rompendo il filo narrativo che univa nonni e genitori, scartando l’alternativa di destra tradizionale, rappresentata dall’ex presidente Macri, e ne hanno preferito una che li divertisse di più e che promettesse loro un futuro possibile. Una versione rockettara fatta da chiome accuratamente disordinate, giubbotti di pelle e gesticolii continui. E impersonata da un personaggio non cooptato da nessuno dei gruppi politici degli ultimi anni, una condizione di outsider ribelle che gioca a tutto o niente, cosa che gli permette di attaccare qualsiasi politico di qualsiasi partito, con l’accusa di essere parte e causa del “disastro” in cui è immerso il Paese.

In Argentina, non ci sono più categorie che servano a interpretare e descrivere una realtà così dinamica. Concetti come “casta” e “cambiamento” sono i protagonisti indiscussi di ogni polarizzazione: o la casta o noi; o il cambiamento o la continuità. Dove la casta è un concetto fluido che cambia a seconda delle occasioni. Insomma è chiunque non aderisce con entusiasmo alle proposte di Milei. Lo stesso vale per il cambiamento, una parola intrisa di fede in qualcosa di migliore e di impreciso. Basta individuare con chiarezza il nemico e attaccarlo, grazie al salvacondotto che si ha dal non provenire dal mondo della politica. L’uso del concetto di casta è quello che ha maggiormente contribuito, da un punto di vista discorsivo, all’elezione di Milei. “Casta” è una parola uguale in spagnolo e in italiano. La troviamo già come categoria nelle definizioni di Luigi Sturzo: il primo, negli anni ‘50 del secolo scorso, a collegare il termine alla sfera politica. Questa associazione è stata rinnovata e mediatizzata nel libro La casta di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella del 2007 e in quello dall’identico titolo dello spagnolo Daniel Montero Bejerano del 2009, che propone lo stesso tipo di esempi, ma alla spagnola. Né poteva mancare la versione argentina, incarnata in La casta. La patria somos nosotros di Luis Gasulla, pubblicato nel 2021. Si potrebbero citare altri testi che, in base a tale termine, approfondiscono settori specifici della vita pubblica.

È innegabile l’impatto dell’utilizzo del termine sulla comparsa di nuove formazioni politiche, anche di colore opposto (come in Spagna e in Argentina), che rivela una utilità trasversale per cooptare l’indignazione e generare un loro e un noi che finalmente può contenere una speranza di cambiamento. Ancora cambiamento, concetto tra i più ambigui quando la politica lo usa per tutto e per niente. Abbiamo allora la casta e il cambiamento come contrasto tra il male assoluto e l’aspettativa di qualcosa di nuovo e purificatore. Questa contrapposizione, portata all’estremo, viene utilizzata mille volte da un presidente come Milei che, apparentemente, ha tre o quattro idee, e le formula in termini di amico/nemico, difficilmente classificabili come nuove categorie. Il nemico che Milei propone ai suoi elettori è un politico che non ha saputo generare soluzioni ai bisogni più sentiti, riservandosi il diritto di decidere chi è stato più della casta rispetto ad altri e chi, pur essendo stato innegabilmente dentro la casta, può riciclarsi in un nuovo schema disciplinare. Qualcuno ha detto che la domanda era giusta, è la risposta ad essere sbagliata.

Non è ancora del tutto chiaro quali interessi si nascondano dietro il personaggio Milei. Alcuni sono stati già svelati attraverso un semplice esercizio: interi articoli della cosiddetta “legge omnibus” (un pacchetto di leggi da votare contemporaneamente che, al momento, l’esecutivo non è riuscito a far approvare) hanno beneficiari così diretti che avrebbero potuto benissimo scriverne i contenuti, tanto è chiaro il rapporto. Basta, come esempio, la proposta di abrogare la legge sulla gestione degli incendi, che vieta il cambio d’uso o di destinazione delle aree protette e delle zone umide dopo che sono state colpite da un incendio: essa protegge gli ecosistemi e vieta che le aree colpite da incendi boschivi vengano utilizzate per iniziative agricole o immobiliari. La potente Società Rurale argentina, guidata dagli imprenditori della soia e dei grandi allevatori di bestiame, non poteva chiedere di più. Ma sarebbe un errore identificare solo nei connazionali gli autori delle modifiche proposte. Ci sono aziende e governi stranieri che hanno fatto sentire il loro sostegno, soprattutto per quanto riguarda le risorse naturali (tra cui il litio) e i servizi tecnologici. Tanto più che un’altra delle proposte risponde a una vecchia aspirazione delle compagnie minerarie transnazionali, quella di abrogare la legge sui ghiacciai, approvata nel 2010, per consentire l’attività mineraria nelle aree periglaciali. Mentre alcuni di questi diretti interessati sono stati individuati in un tempo relativamente breve, per altri sarà necessario più tempo perché escano allo scoperto. Bisognerà aspettare le mosse dei loro partner locali o dei fondi di investimento che fino a poco tempo fa litigavano contro il paese (citando l’Argentina in tribunali internazionali per mancati pagamenti dei fondi speculativi).

Siamo così arrivati all’impalcatura vera, quella reale che sostiene il personaggio e che si cela dietro l’apparente stravaganza e distrazione. Inevitabilmente ci sono interessi che si sono coagulati man mano che l’esperimento superava gli ostacoli e dimostrava le sue chances. Anche se in privato, e davanti a pochi, alcuni ammettono la scomodità di dover avere a che fare con le maniere del presidente, il disagio è compensato dal riuscire ad ottenere ciò che non è stato possibile con altri mezzi meno eccentrici. Prendere il controllo del paese, smantellare lo Stato e modellarne a piacimento la struttura giuridica consentirebbe di preservare tutti i vantaggi senza i relativi svantaggi. Dietro Milei, costoro stanno aspettando che il processo dia i suoi frutti e che il Paese diventi irriconoscibile.

Gli autori

Andrea Suárez

Andrea Suárez, italo-argentina, vive a Buenos Aires e attualmente si occupa della “Proposta Fondo Verde per il Clima” del Ministero per l’Ambiente e della Fao. Ha studiato in Spagna e, dal 1985 al 1991, in Italia, dove si è laureata presso la Facoltà di Scienze Politiche di Torino con una tesi su “Cooperazione economica tra l’Italia e l’Argentina”. Ha sempre lavorato nell’ambito della Cooperazione Internazionale.

Guarda gli altri post di: