Usa. Trump è eleggibile: parola della Corte Suprema

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Mentre l’ultimo sondaggio del New York Times insieme al Siena College (https://www.nytimes.com/2024/03/02/us/politics/biden-trump-times-siena-poll.html) dice che Joe Biden ha raggiunto il più basso tasso di approvazione da quando è presidente degli Stati Uniti – sono ben il 47% dei cittadini che andranno a votare coloro che disapprovano fortemente il suo operato – e che l’attuale presidente è sotto di cinque punti percentuali rispetto a Trump nelle preferenze dell’elettorato, le vicende giudiziarie di quest’ultimo, per quanto pesanti sul piano economico (l’ex presidente ha da poco subito una sanzione amministrativa per frode, ammontante a più di 450 milioni, che per ora non ha pagato in attesa dell’appello), paiono dargli ampio respiro sul piano politico.

Il dato di maggior evidenza sotto questo profilo è la pronuncia della Corte Suprema federale (SCOTUS) di lunedì 4 marzo (giorno antecedente l’inizio del Super Tuesday, quando si terranno le primarie e i caucus in ben 15 Stati, Colorado compreso), che dà il via libera alla sua candidatura ovunque (https://static01.nyt.com/newsgraphics/documenttools/211766e3747ac16d/cd0a2038-full.pdf). Decidendo, infatti, sull’esclusione di Trump dallo scrutinio del 5 marzo, operata dalla Corte Suprema del Colorado, in senso favorevole all’ex presidente, la SCOTUS mette la parola fine alla questione della sua possibile ineleggibilità in forza della terza sezione del XIV emendamento della Costituzione, che impedisce a chiunque sia stato coinvolto in un’insurrezione e abbia giurato di rispettare la Costituzione degli Stati Uniti di ricoprire una carica ufficiale. Evitando di prendere posizione su temi delicatissimi (se i fatti del 6 gennaio costituiscano o meno un’insurrezione, o se Trump vi abbia partecipato, o ancora quale significato attribuire al termine giuramento, o se il Presidente possa o meno essere ricompreso fra coloro cui la terza sezione del XIV emendamento fa riferimento), la Corte si è espressa risolvendo il problema a monte. Nessuno Stato – dicono unanimi i nove giudici – può estromettere Trump dalle primarie o dalla candidatura a Presidente degli Stati Uniti perché, trattandosi di una carica federale, è solo a quel livello che un’eventuale estromissione potrebbe avvenire. Gli Stati – continuano – possono decidere sull’ineleggibilità di coloro che aspirano a ricoprire cariche statali, ma non hanno competenza in relazione a quelle federali, altrimenti si produrrebbe una situazione di caos assoluto in cui ogni Stato fa come crede «in contrasto con i principi di federalismo della nostra nazione». Colorado, Maine e Illinois, che già avevano escluso Trump dalle primarie, dovranno dunque riammetterlo e i tanti Stati in cui la sua radiazione era in discussione non avranno più materia per contendere. La Corte, tuttavia, non si è fermata qui e – a maggioranza di cinque a quattro – ha chiarito altresì che, per escludere Trump dalla corsa elettorale o dalla carica presidenziale qualora eletto, occorre che si pronunci il Congresso federale, il quale soltanto – in forza della quinta sezione del XIV emendamento – può dare attuazione alla terza sezione dello stesso. Un’interpretazione, quest’ultima, non condivisa dai tre giudici progressisti della Corte, che la ritengono un’inopportuna e non richiesta fuga in avanti, ma che garantisce a Trump che la sua eleggibilità sia ormai fuori discussione.

Il secondo regalo che la Corte Suprema ha di recente fatto a Trump è la presa in carico della questione della sua immunità per i fatti del 6 gennaio. L’imputazione federale per le interferenze illegittime nelle elezioni del 2020, infatti, è – fra le quattro ad oggi pendenti a suo carico (due sul piano federale e due su quello statale) – la più pericolosa per Trump. Una decisione da cui risultasse che l’ex presidente era consapevole che i brogli elettorali non avevano avuto luogo equivarrebbe, infatti, alla prova della sua intenzione di ingannare l’elettorato e coloro che il 6 di gennaio del 2021 avevano assaltato il Congresso e, a novembre, gli sottrarrebbe certamente un buon numero di voti. Spostare il più in avanti possibile il processo federale per i fatti del 6 gennaio è stato dunque da sempre per Trump e per il suo team di avvocati un importante obiettivo, che oggi pare raggiunto. La decisione della SCOTUS di mercoledì 28 febbraio di pronunciarsi in merito alla questione dell’immunità dell’ex presidente – ciò che non era per nulla scontato data l’altissima percentuale di casi in cui, nell’esercizio della sua piena discrezionalità, la SCOTUS decide di non decidere – significa, infatti, posticipare di parecchi mesi il dibattimento per le interferenze nelle elezioni del 2020. La Corte ascolterà le parti alla fine di aprile e non emetterà prima di giugno la propria sentenza che, se anche confermerà – come è probabile – le decisioni delle corti inferiori che si sono espresse nel senso di escludere l’esimente dell’immunità per Trump, comporterà però una ripresa del procedimento penale non prima di settembre, rendendo così assai difficile che il processo più pericoloso per Trump si concluda prima delle elezioni di novembre (nonostante la sua data d’inizio fosse stata originariamente fissata per il 4 marzo).

Una bella vittoria per Trump che, tramite i suoi avvocati, ha chiesto a sorpresa che il processo federale per la questione dei documenti riservati trovati a Mar-a Lago abbia inizio il 12 agosto. La strategia è chiara e, ancora una volta, mostra il forte intreccio che nel sistema statunitense lega il piano giudiziario a quello politico. Poiché difficilmente due processi federali a suo carico potranno partire contemporaneamente, Trump sembra voler predeterminare la tabella di marcia delle sue scadenze giudiziarie e spingere affinché il giudizio in Florida precluda temporaneamente quello a Washington. Il primo, infatti, si svolgerà di fronte alla giudice Aileen Cannon, da lui stesso nominata, e a una giuria sicuramente a lui politicamente più favorevole rispetto a quella che potrebbe essere selezionata nel democratico distretto di Washington, in cui avrà luogo il processo per i fatti del 6 gennaio di fronte a una giudice, Tanya S. Chutkan, nominata da Obama. Il giudizio in Georgia, che, sul piano statale, lo accusa di aver cospirato per sovvertire il risultato elettorale, è d’altronde fermo perché i legali di Trump hanno accusato la procuratrice Fani T. Willis di aver assunto come assistente un suo amante e averlo pagato più del normale, profittando personalmente degli ingiusti guadagni. La questione è ora di fronte a un giudice che deve valutare se la Willis, la cui credibilità è comunque già ampiamente compromessa, può o meno mantenere l’incarico.

Benché sembrasse che l’intero 2024 dovesse vedere Trump comparire di fronte alle giurie americane, l’unico processo penale che pare per il momento dover iniziare a suo carico è quello (fissato per il 25 marzo) in cui l’ex presidente è accusato di aver pagato con i soldi destinati alla campagna elettorale del 2016 la pornostar Stormy Daniels, affinché la loro relazione non diventasse di dominio pubblico prima delle elezioni. Si tratta di un’accusa da molti percepita come pretestuosa – oltre ad essere giuridicamente controversa (https://www.micromega.net/l-atto-di-accusa-a-trump-e-lo-spettro-di-commistione-fra-politica-e-diritto/) – che lo farà apparire ai suoi sostenitori ancora una volta come vittima di una persecuzione politica.

Così, mentre Biden perde consensi e nelle primarie del Michigan più di centomila elettori democratici ne contestano il sostegno a Israele, votandogli contro con schede in cui si dichiarano uncommitted, l’effetto probabile del processo penale alle porte per Trump sarà un nuovo aumento di popolarità. Siamo dunque di fronte a uno stato delle cose che frustra coloro che immaginavano di poter sconfiggere Trump facendo uso del diritto, ma che potrebbe dar fiato a quanti sul piano politico vedono bene la sostituzione di Biden con una diversa candidatura.

Gli autori

Elisabetta Grande

Elisabetta Grande insegna Sistemi giuridici comparati all’Università del Piemonte orientale. Da oltre un ventennio studia il sistema giuridico nordamericano e la sua diffusione in Europa. Ha pubblicato, da ultimo, Il terzo strike. La prigione in America (Sellerio, 2007) e Guai ai poveri. La faccia triste dell’America (Edizioni Gruppo Abele, 2017)

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