Europa. Una colossale esercitazione della Nato contro il “nemico russo”

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Nonostante la più volte evocata “stanchezza” e la comunemente riconosciuta impossibilità di sbloccare la situazione di stallo, sembra proprio che la guerra Russia-Nato per interposta Ucraina sia destinata a continuare, almeno per quest’anno, e finché gli ucraini avranno gente da mandare al macello (sempre che, nel frattempo, non diventi mondiale, nel qual caso non c’è più bisogno di preoccuparsi perché andrà avanti per conto suo, e soprattutto durerà poco). Questo almeno è l’intento dell’Occidente collettivo.

Coloro che, come chi scrive, si sono brevemente illusi che – vista la mala parata della situazione sul fronte russo-ucraino, l’apertura di un nuovo fronte a Gaza dove è impegnato il proprio fidato alleato locale, nonché l’allargamento apparentemente incontrollato di quel conflitto ad altri attori regionali – Washington cambiasse registro e decidesse di chiudere il fronte ucraino, rendendo possibile quanto meno un cessate il fuoco, si deve purtroppo ricredere. È ben vero infatti che gli Stati Uniti ormai appaiono molto “distratti” rispetto alla vicenda ucraina e, come prevedibile, stanno entrando in un momento di introflessione tipico del periodo pre-elettorale, e che oltretutto l’ultima tranche promessa da Biden all’Ucraina continua a rimanere bloccata dalle schermaglie parlamentari. Ma, d’altra parte, la linea dell’Impero non cambia: guerra ad oltranza contro la Russia, nonché sostegno incondizionato (a parte i distinguo di facciata) a Israele nel suo massacro indiscriminato ai danni dei palestinesi di Gaza.

Del resto, l’estensione del conflitto di Gaza allo scenario mediorientale non è più una prospettiva ma una realtà. Da mesi l’intervento delle milizie degli Houti yemeniti (notoriamente sostenuti e guidati dall’Iran) non appare affatto un’iniziativa episodica ma un organico contributo a quello che appare già un conflitto generalizzato o in via di generalizzazione. Il disturbo delle rotte nel Mar Rosso, infatti, ha subito dato i suoi effetti: aumento delle assicurazioni marittime, conseguente aumento dei costi di tutte le merci che passano di lì, con la concreta prospettiva di un’ulteriore impennata dell’inflazione in Occidente (basti pensare che il costo del viaggio di un container tra Shanghai e Genova è salito tra metà dicembre 2023 e metà gennaio 2024 di quasi tre volte!). In altre parole: altro che “ribelli yemeniti”, questa è una sofisticata operazione di guerra ibrida, volta a indebolire il mondo occidentale, mandandogli un segnale (dopo quello che nel febbraio 2022 mandò la Russia) che il mondo non è più disposto ad accettare qualunque cosa l’Occidente collettivo decida di fare pro domo sua (in quest’ultimo caso, l’accanimento terroristico su due milioni di disgraziati nella striscia di Gaza). Non è un caso che la milizia yemenita non intenda colpire il traffico mercantile nel Mar Rosso in quanto tale, ma solo le navi israeliane o riconducibili a interessi israeliani nell’area, mentre lascia passare le navi cinesi o russe ecc.

Ebbene, tornando al fronte russo-ucraino, gli Stati Uniti non hanno cambiato linea; hanno solo ridotto l’interesse e mandano ora avanti di preferenza altri loro partner. Così si possono interpretare gli accordi bilaterali che, in questo inizio d’anno, Kiev ha stretto con la Gran Bretagna (da sempre capofila del fronte antirusso), con la Francia e con il Canada. Si tratta di accordi molto importanti (in particolare quello con Londra, che prevede lo stanziamento di 2,5 miliardi di sterline nel biennio 2024/25), tesi a garantire all’Ucraina linee di approvvigionamento sicure di qui al prossimo anno o due, a fronte, forse, dell’incertezza che grava sul futuro degli Usa (se vince Trump, che succede?), oltre che naturalmente profitti assicurati per le industrie militari di questi sub-imperialismi. Qualcosa di simile vale per l’Unione europea che, il 1 febbraio, è riuscita a far passare un altro enorme finanziamento all’Ucraina (50 miliardi di euro per i prossimi anni), dopo aver superato le forti resistenze dell’Ungheria che lo stava bloccando. Non per niente il presidente del Consiglio europeo Charles Michel si è vantato: «L’Ue sta assumendo la leadership e la responsabilità nel sostenere l’Ucraina» (Francesca Basso, I leader disinnescano Orban. Accordo Ue per i fondi a Kiev, “Corriere della sera”, 2 febbraio 2024, p. 2-3).

Ma è soprattutto dalla Nato che arrivano i segnali più inquietanti. Il 25 gennaio, infatti, ha preso inizio (con la partenza da Norfolk, in Virginia, di un’importante nave da sbarco alla volta dell’Europa) “Steadfast Defender 2024”, una colossale esercitazione militare che coinvolgerà 90.000 uomini, 50 navi da guerra, oltre mille mezzi blindati, ed è la più grande operazione di questo tipo dal 1988 e durerà fino al 31 maggio. L’operazione si concentrerà sui confini con la Russia, per mostrare la capacità di intervento della Nato per difendere Paesi baltici e Polonia, ma sarà anche l’occasione per testare le capacità di trasporto truppe e mezzi, la logistica, la rapidità, la «interoperabilità» ecc. (https://formiche.net/2024/01/steadfast-defender-esercitazione-nato-guerra-fredda-ecco-i-dettagli/ e https://www.ansa.it/europa/notizie/rubriche/altrenews/2024/01/18/la-nato-lancia-unesercitazione-anti-russia.html).

Alla conferenza stampa di presentazione dell’operazione, svoltasi il 18 gennaio, i tre alti ufficiali presenti – l’ammiraglio Rob Bauer e i generali Christopher Cavoli e Chris Badia – sembravano meno interessati alla presentazione dell’operazione militare in sé che a fare una riflessione a voce alta, di carattere sociologico e filosofico, e con scoperti intenti pedagogici, sul tema della guerra e del suo rapporto con la vita sociale:

«Bisogna che comprendiamo tutti insieme – ha spiegato l’ammiraglio Bauer – che la guerra non è qualcosa che riguarda solo i militari. Io credo che una nazione debba capire che quando arriva una guerra come quella in Ucraina ci troviamo di fronte a un fatto sociale totale [a whole of society event]. E per molti decenni abbiamo avuto questa idea dell’esercito professionale che avrebbe risolto tutti i problemi di sicurezza che avevamo (in Afghanistan, in Iraq…), ma per una difesa collettiva gli apparati militari attuali non sono più sufficienti, tu hai bisogno di più gente che sostenga gli eserciti, hai bisogno che l’industria produca più munizioni, più carri armati, più navi, più velivoli, più pezzi d’artiglieria… Tutto questo rientra in questa riflessione sulla guerra come fatto che coinvolge l’intera società. […] È l’intera società che deve sentirsi coinvolta, che le piaccia o no» (qui la registrazione della conferenza stampa: https://www.youtube.com/watch?v=G1cDW_O1PbU ).

Non sappiamo se i tre generali siano appassionati della letteratura tedesca del primo dopoguerra e se conoscano Ernst Jünger, ma la mente corre al concetto di «mobilitazione totale» [totale Mobilmachung], introdotto appunto dallo scrittore tedesco per indicare la novità introdotta dalla Prima guerra mondiale: la guerra non più come un evento a sé stante, ma come un fenomeno organicamente collegato al movimento complessivo della nuova realtà sociale e produttiva, della società ridotta a sua volta ad apparato tecnico-industriale (Ernst Jünger, La mobilitazione totale, “Il Mulino”, n. 301 / 1985, p. 753-770). Alla domanda di una giornalista svedese, che descriveva l’isteria che si sta diffondendo nel paese per la paura di un’invasione russa (gente che fa scorte, che compra radio a batteria ecc.), il generale Bauer ha risposto che va benissimo così, perché in questo modo la gente si prepara a «sopravvivere alle prime 36 ore» in caso di attacco nemico, perché «non si può dare per certo che nei prossimi vent’anni tutto sia pianificabile e tranquillo» («non dico che sarà domani, ma bisogna che ci rendiamo conto che non è un dato scontato che saremo in pace, ed è per questo che abbiamo i piani, per questo che ci stiamo preparando al conflitto con la Russia e con i gruppi terroristi se dovesse accadere»).

Molto chiare e spaventose le “riflessioni” dei tre militari: le nazioni europee si abituino all’idea di spostare grandi risorse all’esercito e al settore militar-industriale; la questione del reclutamento di massa sia riaperta; i civili si preparino a uno sconvolgimento generale del loro modo di vivere per far fronte alla mobilitazione bellica che ci attende; la stessa possibilità che si debba affrontare il nemico sul nostro stesso territorio sia tenuta in considerazione. Talmente inquietanti che non stupisce che la stampa più acquiescente alla Nato (cioè praticamente tutta) abbia creduto bene di tenere la notizia per ora totalmente sotto traccia (il “Corriere della sera” la dava in un micro-box a fondo pagina…).

Non c’è niente da fare. Le classi dirigenti dell’Occidente collettivo (dovremmo dire gli Stati Uniti ma gli europei hanno perduto – posto che mai l’abbiano avuto – qualunque margine di azione autonoma e appaiono come dei ventriloqui della Casa Bianca) non hanno un piano B e non se lo vogliono dare. Si sono troppo esposte nella guerra totale contro la Russia, apice visibile di un ben più vasto sommovimento che vede come posta in gioco il mantenimento dell’ordine geopolitico a egemonia americana. Hanno scelto come soluzione la guerra, che già negli anni Quaranta del Novecento si rivelò il modo in cui il capitalismo risolse la sua crisi generale esplosa nel 1929. E noi, cosa aspettiamo a mobilitarci contro questa follia?

Per una versione più ampia dell’articolo cfr. https://www.ideeinformazione.org/2024/02/03/mobilitazione-totale/

Gli autori

Toni Muzzioli

Toni Muzzioli (Milano, 1971) lavora in ambito editoriale e si occupa di questioni filosofiche e politico-sociali, in una prospettiva eco-socialista. Ha pubblicato articoli e saggi per diverse riviste e siti web, tra i quali “Marxismo oggi”, “Giano”, “Lavori in corso” (Punto Rosso), “L’ospite ingrato”, “Forma Cinema”.

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