Usa: un anno di scioperi

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Un articolo di Labor Notes (https://labornotes.org/2023/12/2023-review-big-strikes-bigger-gains ) ripreso da In These Times traccia un bilancio degli scioperi che si sono succeduti negli Stati Uniti nel 2023. Per questo va letto e rilanciato.

Il bilancio è assai positivo: gli scioperi ufficialmente registrati (cioè con più di 1.000 scioperanti) sono stati il doppio e hanno coinvolto un numero di lavoratori doppio rispetto al 2022. Ma gli scioperi più piccoli, di cui si ha notizia solo localmente o spulciando le pagine interne dei giornali, sono molto più numerosi.

L’articolo merita di essere letto anche perché offre una spiegazione dell’aria nuova che tira nel movimento operaio americano. Questa andrebbe cercata: a) nella ripresa delle rivendicazioni dopo la mazzata della pandemia sul mondo del lavoro e b) nel netto cambiamento di leadership all’interno del sindacato, con la sconfitta di dirigenze corrotte e colluse con i padroni e la vittoria, seppure per un pugno di voti nel caso della Uaw, di leader combattivi come Shawn Fain.

No Concessions, no Corruption, no Tiers”, è stato uno degli slogan che hanno permesso ai reformer di vincere. Ancora una volta un ruolo importante sarebbe stato svolto dai Teamsters. Teamsters for a Democratic Union (TDU) è il caucus che ha permesso di riguadagnare la fiducia della base, imponendo il principio one member-one vote. Ma, per ricostruire questa vicenda di liberazione dal giogo della corruzione interna, bisogna risalire al 1989 quando il Governo minacciò di commissariare il sindacato e TDU si oppose all’ingerenza governativa. Così vinse le elezioni nel 1991, ma le perse nel 1998. Nel 2022 è riuscito a vincerle di nuovo e la nuova coppia di leader, Sean O’Brien e Fred Zuckerman, presidente e tesoriere, ha potuto impostare con successo la lotta all’UPS contro la sesta giornata lavorativa settimanale e contro l’istituzione di una seconda categoria di autisti (a onor del vero, non tutti considerarono una vittoria la conclusione dello sciopero dei 340 mila autisti di UPS; ricordiamo di aver letto dei commenti molto duri, secondo i quali si sarebbe potuto ottenere molto di più). Una dinamica simile si è verificata all’interno del sindacato dell’auto UAW, dove il caucus Unite All Workers for Democracy (UAW for Democracy – un voluto gioco di acronimi) è riuscito a cacciare nel 2019 la direzione corrotta di Gary Jones e Denis Williams – finiti addirittura in galera – e a presentare nel 2022 la lista Members Unite, che ha conquistato con Shawn Fain la presidenza e la maggioranza del comitato esecutivo.

La grande novità del 2023 è stata comunque la lotta durata quattro mesi della WGA, degli sceneggiatori di Hollywood, cui si sono uniti gli attori della SAGA (The biggest strike of the year was by 160,000 actors in SAG-AFTRA who walked out in July, following 11,000 Screenwriters (WGA) to the strike line). Ma su questo sciopero l’articolo non aggiunge altri dettagli. Il 2023 si era aperto con lo sciopero delle 7.000 infermiere degli ospedali di New York e ha visto altre agitazioni nel settore sanitario, di particolare rilevanza quella in ottobre dei 75 mila dipendenti di Kaiser Permanente in California, un gigante della sanità privata. Anche a Los Angeles il sindacato degli insegnanti è riuscito a sbarazzarsi di una leadership corrotta e ha portato alla lotta i suoi iscritti che, insieme al sindacato dei dipendenti scolastici, costituiscono una forza di 65 mila scioperanti. Come se non bastasse, a Los Angeles il sindacato Unite Here ha esteso le agitazioni al personale di 68 hotel.

La seconda parte dell’articolo passa in rassegna il processo di sindacalizzazione che sta investendo moltissimi settori, dalla catena Starbucks (dove la Starbucks Workers United ha sindacalizzato 360 negozi) agli elettrici, ai produttori di camion. Naturalmente la reazione padronale, per far fronte a questa pressione, ha alzato il tiro a sua volta con ogni mezzo, aprendo contenziosi legali, tirando in lungo i negoziati (litigate, litigate, litigate, delay, delay, delay) oltre ad adottare una serie di pratiche illegali, infischiandosi anche delle condanne inflitte dalle corti. In testa a tutti, ovviamente, Amazon, che non ha potuto accettare la sconfitta al magazzino JFK8 di Staten Island, a New York, dove un leader nero, Christian Smalls, emerso dalla base contro il sindacato ufficiale (quello che aveva perduto la battaglia a Bessemer in Alabama, malgrado l’inusitato appoggio di Biden), era riuscito a far riconoscere il sindacato da lui fondato, l’Amazon Labor Union (su questa vicenda sta per uscire un volume in italiano). La combinazione di azioni repressive e tattiche dilatorie da parte del padronato è riuscita a ottenere risultati concreti (esempio proprio Starbucks, dove, malgrado la sindacalizzazione, non è stato firmato alcun contratto in nessuno dei 360 negozi). Il National Labor Relations Board (NLRB) finché è retto da Jennifer Abruzzo, nominata dai democratici, riesce a reintegrare lavoratori illegalmente licenziati, riesce a sanzionare le unfair labor practices e a favorire le richieste di base per votare nelle singole aziende il riconoscimento della presenza sindacale. Ma questo baluardo diventa sempre più fragile anche perché Biden sta perdendo popolarità proprio tra i militanti sindacali più attivi a causa del suo sostegno alla politica omicida di Netanyahu.

Inoltre, accanto a quello sindacale, rimane più che mai aperto l’altro fronte della difesa del diritto di aborto, dopo la decisione antiabortista della Corte suprema, che sta costringendo molti Stati a rilegittimare in modi diversi il diritto di scelta delle donne. Abbiamo visto Sara Nelson, leader del sindacato degli assistenti di volo (Association of Flight Attendants, AFA), partecipare ai picchetti di vari scioperi in altri settori come attivista del movimento di difesa del diritto di aborto. Del resto, il sindacato AFA è esso stesso un prodotto del femminismo, perché è stato costituito essenzialmente da donne. Il 13 dicembre è entrato in agitazione con lo slogan “Furious Cabin Crewsper il miglioramento delle condizioni economiche di operatrici ed operatori costretti molto spesso a orari di lavoro logoranti. Sara Nelson, la Presidente, era già una figura molto popolare; in lei movimento delle donne e movimento dei lavoratori sembrano unirsi nella stessa persona. Se a tutto questo aggiungiamo il fatto che queste lotte sindacali forse hanno trovato una sponda politica sincera nel Workers Families Party (WFP), indenne per ora dalle ambiguità e dalle contraddizioni del Partito Democratico, la conclusione che possiamo trarre da queste poche righe è che vale proprio la pena seguire attentamente questi avvenimenti, perché ci danno un minimo di respiro positivo e qualche insegnamento per la nostra situazione.

Anche come conseguenza di un anno di lotte, segnaliamo che il 10 gennaio 2024, il Dipartimento del lavoro degli Stati Uniti ha pubblicato la norma finale, Classificazione dei dipendenti o degli appaltatori indipendenti ai sensi del Fair Labor Standards Act, in vigore dall’11 marzo 2024. Questa norma finale rivede le linee guida del Dipartimento su come analizzare chi è un dipendente o un appaltatore indipendente ai sensi del Fair Labor Standards Act (FLSA). Il Dipartimento ritiene che questa norma finale ridurrà il rischio che i lavoratori dipendenti vengano erroneamente classificati come collaboratori esterni. (ndr)

L’articolo, comparso su Officina Primo Maggio e ripreso dal sito del CRS, è qui pubblicato in virtù di un rapporto di collaborazione con quest’ultima testata

Gli autori

Sergio Bologna

Sergio Bologna (Trieste, 1937). Studia alla Facoltà di Lettere dell’Università di Trieste poi, dopo un soggiorno di studio a Magonza, alla Statale di Milano dove si laurea in storia. Già da studente inizia la sua attività di traduttore ( L’anima e le forme di G. Lukacs, Resistenza e resa di D. Bonhoeffer, I russi a Berlino di E. Kuby, Nazionalsocialismo. Documenti di W. Hofer). Nel 1961 entra a far parte dei “Quaderni Rossi”, nel 1964 è tra i fondatori di “Classe Operaia”, negli stessi anni inizia la lunga collaborazione con i “Quaderni piacentini”. La sua tesi di laurea è pubblicata da Feltrinelli nel 1967 con il titolo La chiesa confessante sotto il nazismo, 1933-1936. Dopo una breve esperienza lavorativa presso la Direzione Pubblicità e Stampa dell’Olivetti (suoi colleghi sono Franco Fortini e Giovanni Giudici) passa all'insegnamento universitario, prima a Trento poi a Padova (è il primo docente a introdurre all’Università i corsi delle 150 ore). Al culmine di un'intensa militanza politica nei movimenti della fine degli anni Sessanta e dei primi anni Settanta fonda e dirige la rivista “Primo Maggio”. Lasciata l'Università dall'inizio degli anni Ottanta si specializza in consulenze su problematiche marittimo-portuali e trasportistiche, mentre prosegue l'attività editoriale (consistente la sua produzione in lingua tedesca come redattore della rivista “1999. Zeitschrift für die Sozialgeschichte des XX. und XXI. Jahrhundertes"). Nel 1991 fonda la rivista “Altre ragioni” con Franco Fortini, Michele Ranchetti, Edoarda Masi, Giovanni Cesareo e numerosi ex collaboratori di “Primo Maggio” e di “Quaderni Piacentini” nel cui ambito scrive il saggio Nazismo e classe operaia (ristampato da Il Manifestolibri nel 1994) ed i due saggi sul lavoro autonomo pubblicati nel volume Il lavoro autonomo di seconda generazione. Scenari del postfordismo in Italia (Feltrinelli 1997). Fonda Lumhi (Libera Università di Milano e del suo Hinterland) e successivamente l’Associazione Consulenti Terziario Avanzato (ACTA), di cui scrive il Manifesto programmatico. Tra le sue più recenti pubblicazioni: Ceti medi senza futuro? Scritti e appunti sul lavoro e altro (Derive&Approdi, 2007), Vita da Freelance con Dario Banfi (Feltrineli, 2011), Le multinazionali del mare. Letture sul sistema marittimo-portuale (edito nel 2010 dalla casa editrice dell’Università Bocconi).

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