Biden. Un discorso alla nazione con l’occhio alle elezioni

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Il discorso alla nazione che Biden ha pronunciato dalla sala ovale la sera del 19 ottobre mostra con chiarezza quanto i drammatici conflitti in corso nel cuore dell’Europa e in Medio Oriente rappresentino per il presidente americano, e per il suo Paese, un’opportunità di ripresa in un momento di grande difficoltà per entrambi.

L’economia statunitense, così come fino ad oggi l’abbiamo conosciuta, è in crisi tanto sul versante interno, che su quello estero. Sul fronte interno i frutti amari del feroce neoliberismo che da Reagan in poi – accompagnato da un diritto canaglia capace di colpire i lavoratori tutte le volte che il mercato sembrava volgersi a loro favore – ha guidato la struttura capitalistica americana sono oggi fortemente contestati. È forse dai tempi di FD Roosevelt che le forze lavoratrici non si erano più mobilitate come è accaduto a partire dal 2021. Le sindacalizzazioni – osteggiate da un diritto che dalla metà del secolo scorso ha reso il loro cammino sempre più accidentato e per questo da allora in forte diminuzione – hanno ripreso vigore, così come gli scioperi che sono diventati sempre più imponenti e hanno attraversato tutti i settori economici. Dal mondo del retailer a quello della sanità, dalla logistica allo spettacolo, dalle poste alle ferrovie fino ad arrivare al settore automobilistico – che, come noto, è oggi impegnato su larga scala in una vertenza contro le tre big dell’automotive (GM, Ford e Stellantis) per ottenere il riequilibrio di una situazione di insopportabile impoverimento dei lavoratori a fronte di profitti stellari per le aziende e i loro CEO – la forza lavoro si è ribellata, ottenendo in molti casi buoni risultati. Soprattutto, a fronte di un posto di lavoro e mezzo tuttora disponibile per ogni persona in cerca di un’occupazione, i lavoratori statunitensi mantengono ancora un margine di manovra per migliorare le loro condizioni e per erodere, quindi, fette di profitto alle élites dominanti. Per chi ritiene che l’esercito di riserva dei lavoratori sia fondamentale per la buona riuscita del sistema economico statunitense – e fra questi non c’è solo la Federal Reserve, che alza i tassi allo scopo dichiarato di aumentare la disoccupazione, ma anche il mondo politico non solo repubblicano – il momento è, dunque, assai critico. Spostare l’attenzione sui pericoli per la sicurezza nazionale e addirittura su una possibile guerra mondiale, come ha fatto Biden nel suo discorso alla nazione, appare allora una buona strategia per calmare i bollenti spiriti, che al posto di creare problemi interni sono invitati a unirsi nella lotta contro il nemico esterno. D’altronde la richiesta al Congresso – cuore del discorso di Biden – di allocare 100 miliardi per armi da inviare a Israele e Ucraina (ma un po’ anche a Taiwan), se accolta, avrà l’effetto di aumentare il deficit federale, già oggi alle stelle (ben 2 trilioni di dollari) e più alto rispetto alle aspettative. Ciò a sua volta significherà dare seguito alle manovre taglia-sussidi per i più deboli, da tempo richieste dai repubblicani. In particolare il Medicaid, ossia l’assistenza sanitaria gratuita per gli indigenti, finirà quasi certamente per essere legato all’obbligo di lavorare, col risultato di aumentare il numero di lavoratori in cerca di occupazione e rompere così quel circuito virtuoso che consente oggi ai lavoratori di lottare per condizioni migliori senza lo spauracchio di rimanere disoccupati. Un vero bingo, perciò, per chi vuole reprimere una base in lotta, che crea problemi interni al capitalismo avanzato statunitense e che neppure un esagerato rialzo dei tassi di interesse da parte della Federal Reserve è finora riuscito a domare.

Sul fronte estero l’economia statunitense sta subendo, com’è noto, un attacco senza precedenti alla propria egemonia da chi, Cina in testa, chiede il passaggio a un mondo multipolare, in cui tutti i valori e le tradizioni – non solo quelli occidentali – siano riconosciuti e accettati, ma soprattutto in cui il dollaro non sia più la moneta dominante negli scambi internazionali. La crescita in numero e in forza economica dei paesi facenti parte dei Brics, che minacciano seriamente l’egemonia commerciale e monetaria statunitense – con quel che ciò comporta in termini di perdita di sovranità mondiale per gli States – giustifica dunque la rivendicazione del proprio ruolo globale di comando da parte di Biden. Siamo una nazione “essenziale”, “indispensabile”. Di più, siamo ancora i più grandi del mondo (“still the big into the world”), ha detto il presidente USA nel suo discorso alla nazione. Come durante la seconda guerra mondiale, rappresentiamo la salvezza mondiale contro la tirannia e il terrorismo, ha continuato – indicando come terroristi tanto Hamas che Putin – e il mondo ha bisogno del nostro “arsenale di democrazia”, ha aggiunto. È un discorso che riecheggia quello di FD Roosevelt, che, l’anno prima di entrare in guerra, aveva inviato, con le stesse parole, armi all’Inghilterra contro la Germania nazista. Quello di oggi sembra però il canto del cigno che, conscio della suo imminente declino, si gioca il tutto per tutto rivendicando a sé un ruolo che ha chiaramente perso, ma per il cui mantenimento è perfino pronto a invocare una terza guerra mondiale, nella speranza di aggregare intorno a sé gli alleati e di dimostrare di essere ancora la potenza capace di governare il mondo e di proteggere i buoni dai cattivi e le democrazie dai tiranni e dai terroristi.

È infine sul piano politico squisitamente personale che i conflitti in corso, e quello mondiale da lui paventato nel suo discorso alla nazione, forniscono al presidente un potente assist. Messo in discussione per la sua età avanzata all’interno del suo stesso partito e, secondo gli ultimi sondaggi, con un tasso di disapprovazione del 54 per cento a fronte del 40 per cento di approvazione nel paese (https://www.reuters.com/graphics/USA-BIDEN/POLL/nmopagnqapa/), Biden ha bisogno di riguadagnare consenso. Nulla come la chiamata del popolo americano alla difesa della sicurezza nazionale gli dà questa possibilità. D’altronde, nonostante i tanti processi in corso a suo carico, Donald Trump – il suo quasi certo avversario alle prossime imminenti presidenziali – pare tutt’altro che fuori gioco e Biden deve assicurarsi quei voti dei repubblicani moderati che nel 2020 gli avevano consegnato la vittoria. Paventare allora un prossimo conflitto globale appare la strategia giusta, giacché in un simile drammatico frangente affidarsi all’eversivo Trump apparirebbe a molti come la mossa più sbagliata. Di fronte a un siffatto pericolo esterno occorre un presidente che dia sicurezza e senso di stabilità e l’età avanzata potrà non rappresentare più un problema. Anzi, siccome la vecchiaia è ancora oggi associata alla saggezza, nel nuovo contesto l’essere ottantenne potrà perfino costituire un punto a suo favore.

Un’ultima strizzata d’occhio agli operai in lotta (dai quali si è recentemente recato per dichiarar loro il proprio sostegno, giacché quel voto sarà per lui essenziale nel novembre 2024), è poi la perla finale del discorso alla nazione di Biden. Ottenere dal Congresso i fondi per armare Ucraina, Israele e Taiwan significa non solo difendere il mondo e gli Stati Uniti dai cattivi, dai tiranni e dai terroristi, significa anche portare più occupazione in patria, perché i 100 miliardi stanziati per la guerra all’estero sono soldi che serviranno a ripristinare l’arsenale statunitense con armi più nuove e più performanti, che saranno prodotte in patria. «Ricordate che quando mandiamo in Ucraina equipaggiamento dei nostri magazzini, i fondi vengono impiegati per ricostituire in nostri arsenali con armi made in Usa: missili Patriot fabbricati in Arizona, proiettili d’artiglieria fabbricati in 12 dei nostri Stati…». I lavoratori, preoccupati dell’impatto negativo sui loro posti di lavoro della conversione green incentivata da Biden, possono insomma acquietarsi e arrestare i propri scioperi.

Pace armata dentro e pace armata fuori, dunque, all’insegna di una sicura verità: è l’arsenale militare, la sua produzione e riproduzione, il motore dell’economia statunitense e il terrore che il discorso alla nazione di Biden infonde è quello di una nuova guerra giusta, che come ogni guerra, giusta non potrà mai essere.

Gli autori

Elisabetta Grande

Elisabetta Grande insegna Sistemi giuridici comparati all’Università del Piemonte orientale. Da oltre un ventennio studia il sistema giuridico nordamericano e la sua diffusione in Europa. Ha pubblicato, da ultimo, Il terzo strike. La prigione in America (Sellerio, 2007) e Guai ai poveri. La faccia triste dell’America (Edizioni Gruppo Abele, 2017)

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