Il doppio salto mortale di Joe Biden

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Con un doppio salto mortale e nel giro di sole ventiquattr’ore il presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha prima smentito e poi confermato, anzi raddoppiato, la strategia che orienta l’azione della massima potenza mondiale da quando due aerei-kamikaze dirottati da Al Qaeda, nel soleggiato mattino dell’ormai lontano 11 settembre 2001, penetrarono le Torri gemelle di New York facendo esplodere il mito dell’invulnerabilità americana.

Mercoledì sera, nel corso della sua rapida e coraggiosa visita a Tel Aviv a sostegno di Israele, Biden ha ammonito Netanyahu a non ripetere gli errori commessi in risposta a quell’attentato dall’amministrazione statunitense (all’epoca guidata da George W. Bush e egemonizzata dai neocon): dove per “errori” non meglio specificati si devono intendere, o sottintendere, le due invasioni dell’Afghanistan e dell’Iraq con relative e massicce perdite di civili che con il terrorismo non c’entravano niente. E infatti all’ammonimento Biden ha aggiunto che Hamas non rappresenta tutti i palestinesi, che “pure le perdite di vite palestinesi contano”, che Israele pur offeso e ferito deve seguire le regole di uno Stato di diritto e non la legge del taglione. Ma per restare all’ammonimento, mai si era sentita un’autocritica di questa portata – neppure Barack Obama si era mai spinto a tanto – pronunciata dal vertice massimo della democrazia USA. Dopo l’11 settembre Biden, va ricordato, da presidente della Commissione esteri del Senato votò a favore sia dell’intervento in Afghanistan sia (e contro la maggioranza del suo partito) di quello in Iraq, salvo pentirsene nel 2005. Per poi decidere, all’inizio del suo mandato presidenziale e giusto nel ventennale dell’11 settembre, il ritiro delle truppe americane dall’Afghanistan, che oltre a riconsegnare quel paese ai talebani segnò plasticamente il fallimento della strategia statunitense della war on terror. Ma non, e questo è il punto, l’abbandono della Weltanschauung dello “scontro di civiltà” che le faceva da sfondo.

Contestuale al ritiro dall’Afghanistan, il rilancio dell’atlantismo fortemente voluto da Biden si limitava ad aggiornare lo schema del ventennio precedente ma senza rinnegarlo: dallo scontro fra l’occidente democratico e il fondamentalismo islamico a quello fra l’occidente democratico e le autocrazie orientali. Veniamo, infatti, al secondo discorso di Biden, quello rivolto giovedì sera dallo studio ovale alla Nazione americana e da lì al mondo intero. Dove il presidente raddoppia, unificando sotto lo stesso titolo della minaccia al “mondo libero” due conflitti globali assai diversi, quello che ha per teatro l’Ucraina e quello che ha per teatro Israele. Ucraina e Israele, sostiene Biden, affrontano entrambi la stessa minaccia di annientamento da parte di tiranni e terroristi, e «la storia ci ha insegnato che quando i terroristi non pagano un prezzo per il loro terrore, quando i dittatori non pagano un prezzo per la loro aggressione, causano più caos, morte e distruzione, e le minacce per l’America e il mondo continuano ad aumentare». Prospettiva da scongiurare con ogni mezzo, giacché «la leadership americana è ciò che tiene insieme il mondo».

Chiaro è che come il primo discorso, comprese le concessioni sugli “errori” statunitensi di vent’anni fa, puntava nell’immediato a moderare la reazione israeliana all’attacco di Hamas e a evitare l’allargamento del conflitto mediorientale, così il secondo discorso, compresa l’enfasi sul ruolo della leadership americana nel mondo, punta nell’immediato a ottenere dal Congresso il via al finanziamento delle due guerre in questione e a placare l’opposizione dei democratici più progressisti e dei repubblicani più conservatori, contrari per diverse ragioni a inviare armi a Israele, nonché le proteste di piazza della comunità araba e della parte anti-Netanyahu di quella israeliana.

Ma aldilà degli scopi immediati, uguale a sempre resta la cornice di fondo: la narrativa di un’America convinta di essere tuttora il perno dell’ordine mondiale, che è invece un disordine privo di guida egemonica, e il paese-leader di un occidente democratico impegnato in un perenne scontro di civiltà contro i terroristi, i dittatori e gli autocrati di turno. Una sindrome da perenne stato d’assedio che oltretutto gioca più a favore delle destre sovraniste sparse per il mondo, a cominciare da quella trumpiana, che della rinascita dell’America rooseveltiana alla quale Biden diceva di ispirarsi all’inizio del suo mandato. Quanto alle lezioni della storia, difficile trarne le stesse che ne trae Biden. Quello che l’ultimo ventennio ci ha insegnato è che con le guerre il terrorismo non si sconfigge ma si alimenta, e che i dittatori deposti con le armi ma senza politica lasciano macerie nelle quali i loro popoli restano impantanati.

Torniamo dunque al paragone fra l’11 settembre americano e il 7 ottobre israeliano. Per quanto oggi tanto in voga, il paragone vale in verità solo fino a un certo punto, ovvero dal punto di vista dell’analoga scoperta, per gli Stati Uniti allora e per Israele oggi, della propria vulnerabilità. Ma è alquanto inappropriato dal punto di vista degli aggressori, date le evidenti differenze fra l’attacco suicida di Al Qaeda alle Twin Towers e l’efferata operazione militare di Hamas contro Israele, nonché fra la natura “virale” e la vocazione globale di Al Qaeda e il radicamento territoriale e l’ideologia nazionalista di Hamas. Ed è ancor meno calzante dal punto di vista di noi spettatori, dato che l’11 settembre fu un evento imprevedibile e strabiliante per tutto il mondo mentre il 7 ottobre, per quanto anch’esso imprevedibile, nasce da un cratere in perenne ebollizione da decenni.

Ma pur restando al primo lato del paragone, quello della scoperta della vulnerabilità di due paesi che si vogliono costitutivamente invulnerabili, bisognerebbe pur ricordare che il contenzioso politico e culturale che si aprì all’indomani dell’11 settembre riguardava precisamente il che cosa fare di quella scoperta: se farne la leva per una riaffermazione di forza e di supremazia, o farne l’occasione per una presa d’atto della vulnerabilità e dell’interdipendenza che accomunano gli abitanti del mondo globale, ripensando la convivenza fra diversi sulla base del riconoscimento reciproco e del rispetto del diritto internazionale (magari ripensato a sua volta). Notoriamente, gli USA di George W. Bush e dei neoconservatori decisero di farne la leva per una riaffermazione di forza, suturando la ferita e saturando il lutto con la volontà di potenza, inventando due inediti assoluti in punta di diritto come la war on terror e la preemptive war, e confezionando come cemento ideologico dell’operazione la narrativa dello scontro di civiltà, con relativo appiattimento del mondo musulmano sul fondamentalismo e sul terrorismo jihadista, e dell’esportazione armata della democrazia, con relativa erosione della democrazia interna su base securitaria. Gli effetti di questa Weltanschauung che ha dominato l’ultimo ventennio sono evidenti proprio a partire dal tragico dissesto in cui si ritrova oggi il Medio Oriente. Ragion per cui oggi non si tratta solo di moderare gli eccessi di rabbia. È arrivato il momento di cambiare risolutamente lo schema di gioco.

L’articolo è tratto dal sito del Centro per Riforma dello Stato in virtù di un rapporto di collaborazione

Gli autori

Ida Dominijanni

Ida Dominijanni è giornalista, saggista e filosofa. Dal 1982 al 2012 ha lavorato al quotidiano “il manifesto”, dapprima alla sezione culturale e poi come notista politica ed editorialista. È stata docente di filosofia sociale presso l’Università Roma Tre. Collabora attualmente con il Centro per la Riforma dello Stato (CRS). Ha scritto, tra l’altro, “Il trucco. Sessualità e biopolitica nella fine di Berlusconi” (Ediesse, 2014).

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