Stati Uniti. La Corte Suprema cancella le quote riservate alle minoranze nelle Università

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Azione positiva (Affirmative action) sì o azione positiva no? La questione, che la Corte Suprema degli Stati Uniti ha da poco definitivamente risolto in maniera negativa decidendo casi relativi a due fra i più antichi Colleges statunitensi – la prestigiosissima università privata di Harvard e l’università pubblica della North Carolina – è da tempo assai controversa. Nonostante il 29 giugno scorso i nove Justices della Corte abbiano dichiarato incostituzionale l’uso del criterio “razziale” nelle ammissioni delle università dividendosi 6 a 3, secondo precise linee “politiche”, sul tema progressisti e conservatori non si sono sempre trovati su posizioni contrapposte. La faccenda è, infatti, assai più complessa di quel che potrebbe a primo acchito apparire e la pronuncia della Corte non si presenta necessariamente come l’espressione di un’ottica conservatrice.

Lunga è la storia delle così dette affirmative actions, nate negli Usa per riparare alle ingiustizie sociali nei confronti delle minoranze che storicamente non avevano sostanzialmente avuto accesso agli studi superiori, diventate però nel tempo una via per ottenere una “diversità” troppo spesso puramente simbolica all’interno dei contesti studenteschi. Se negli anni ’60 le università americane, sull’onda delle rivendicazioni dei Civil Rights Movements e soprattutto dopo l’assassinio di Martin Luther King, il 4 aprile del 1968, avevano inaugurato importanti programmi di accesso privilegiato per le minoranze sotto rappresentate (URM) (portando a un aumento delle ammissioni della minoranza nera nelle università dell’Ivy League del paese maggiore del 100 per 100 e, per esempio, a una crescita degli studenti neri alla Columbia University, nel cuore di Harlem, da 58 a 130 su 700 ammessi – tutti uomini perché le donne furono ammesse solo a partire dal 1980: https://www.nytimes.com/2019/03/30/us/affirmative-action-50-years.html), la Corte Suprema statunitense ben presto si incaricò di annacquarne il significato politico.

Già nel 1978, di fronte alle accuse di discriminazione al contrario (reverse discrimination) mosse da un ragazzo bianco alle politiche di ammissione dell’Università della California, che riservavano un certo numero di posti a studenti neri (16 per l’esattezza su 100 disponibili), la SCOTUS nel famoso caso Regents of the University of California v. Bakke, negò – con una risicata maggioranza di 5 a 4 – la costituzionalità delle quote riservate, lasciando aperta però la porta a una possibile considerazione da parte delle università della questione razziale o etnica, quale uno dei tanti fattori accettabili in nome dell’interesse a mantenere un corpo studentesco “diverso”. Furono poi le due decisioni del 2003, Grutter v. Bollinger e Graz v. Bollinger, a dare il colpo di grazia a ogni progetto di giustizia sociale che potesse realizzarsi attraverso politiche di affirmative actions. Con quelle pronunce, infatti, se da un canto venne riaffermato il diritto della Law School del Michigan di prendere in considerazione la “razza” all’interno di un quadro olistico del candidato, quale cioè uno dei molti elementi su cui basarsi, furono però bandite le pratiche che attribuivano un certo numero di punti in più (20 per la precisione) ai candidati appartenenti alle minoranze.

La questione etnica divenne a quel punto influente davvero solo marginalmente, poiché da quel momento in poi fu la preparazione accademica dei candidati – bianchi, neri o latini che fossero – ad assumere un peso predominante. Per entrare nelle università selettive – quelle i cui laureati avrebbero avuto una carriera di successo – divenne infatti indispensabile non soltanto aver ottenuto voti particolarmente alti durante la propria carriera scolastica, ma anche aver superato molto bene un test standard chiamato SAT, la cui valutazione è a sua volta presa in considerazione nella classifica delle migliori Università americane, che – messe in competizione fra di loro in un quadro che non prevede un valore legale del titolo di studio – ambiscono ad avere la posizione più alta possibile nella graduatoria per poter ricevere maggiori riconoscimenti, più candidature eccellenti e maggiori introiti da chi si iscrive presso di loro.

La preparazione scolastica, però, dipende dalla possibilità fornita a tutti – bianchi, neri, ispanici o asiatici che siano – di apprendere, ciò che, nonostante la famosa sentenza di desegregazione razziale delle scuole del paese del 1954, Brown v. Board of Education (che avrebbe dovuto condurre all’integrazione scolastica delle minoranze e a una pari possibilità di istruirsi per bianchi e per neri, così come per ricchi e per poveri), negli Stati Uniti non è data.

Senza qui indagare le ragioni per cui ciò è avvenuto, basti pensare che a quasi sette decenni di distanza da quella pronuncia, più della metà degli studenti delle scuole pubbliche – dal kindergarden all’ultimo anno di liceo – sono di fatto razzialmente segregati in distretti scolastici in cui più del 75% è esclusivamente bianco o esclusivamente non bianco (cfr. https://edbuild.org/content/23-billion#CA). Non solo: i distretti scolastici dei quartieri bianchi più ricchi, finanziati soprattutto con soldi provenienti dalle tasse sulla casa (più alte le prime se di maggior valore le seconde) ricevono circa 23 miliardi di dollari in più di fondi pubblici rispetto alle scuole dei quartieri abitati dai neri e dagli ispanici (e dagli stessi frequentate) corrispondenti a 2.200 dollari in più per ogni studente ( https://www.nytimes.com/2019/02/27/education/school-districts-funding-white-minorities.html). Il risultato è un quadro di “separazione e disuguaglianza” (per riprendere le parole di Brown v. Board of Education), che da un canto contraddice pesantemente la pronuncia della Corte suprema del 1954 e dall’altro rende le scuole dei bimbi e ragazzi neri assai meno idonee ad una buona preparazione rispetto a quelle dei loro più agiati, e già avvantaggiati a livello familiare, coetanei bianchi.

Segregati di fatto in scuole da poveri e per poveri, in cui i docenti devono affrontare situazioni personali spesso molto difficili, i ragazzi generalmente meno abbienti delle minoranze etniche, in particolare nere, arrivano all’appuntamento con il SAT inevitabilmente meno preparati degli studenti bianchi, generalmente più abbienti. Questi ultimi, anche se con una carriera accademica meno brillante dei loro coetanei, avranno inoltre più spesso i mezzi per sostenere le spese di una delle tante preparazioni a pagamento dell’esame richiesto per l’ammissione. Non è dunque una sorpresa scoprire che in base a uno studio del 2018, riferito al 2013, gli studenti i cui genitori guadagnavano fra i 40.000 e gli 80.000 dollari l’anno, e che differivano di pochissimo in termini di media dei voti ottenuti nella loro carriera scolastica (grade point avarage, GPA) rispetto a quelli i cui genitori guadagnavano più di 200.000, all’esame del SAT conseguivano invece punteggi molto più bassi dei secondi (https://eric.ed.gov/?id=ED582459).

Ecco perché l’eliminazione da parte della SCOTUS di una seria corsia preferenziale per le minoranze, in termini di quote riservate o di maggior punteggio di partenza, e la possibilità di fare uso del criterio “razziale” solo in via subordinata rispetto al punteggio del SAT – come uno dei tanti fattori, cioè, da prendere in considerazione insieme a molti altri – ha relegato l’operatività delle affirmative actions a un piano di “diversità” puramente simbolico. Non si è più trattato di riparare all’ingiustizia sociale di chi, povero e nero, era rimasto per troppo tempo fuori dal percorso di eccellenza delle università più prestigiose degli Stati Uniti, bensì di ammettere in via sussidiariamente privilegiata chi non fosse di pelle bianca, ma provenisse comunque dal mondo delle élites, che certamente in termini di esperienza economico-sociale non ha nulla di diverso rispetto agli altri studenti.

I dati relativi all’estrazione sociale degli studenti delle università di Harvard e della North Carolina, i cui programmi di affirmative actions sono stati dichiarati incostituzionali dalla SCOTUS con la sentenza appena emessa, la dicono lunga. Ad Harvard quasi tre quarti degli studenti neri, latini e nativo-americani ammessi agli studi fanno parte del quinto percentile socio-economicamente più alto all’interno del corrispondente gruppo etnico e provengono da famiglie con redditi superiori alla mediana nazionale (https://studentsfor.wpenginepowered.com/wp-content/uploads/2018/06/Doc-416-3-Kahlenberg-Errata.pdf ). Nell’università della North Carolina, uno studio condotto da Raj Chetty del 2017 chiarisce come gli studenti provenienti dal quinto percentile più ricco fossero 16 volte più numerosi di quelli provenienti dal quinto percentile più povero. La stessa ricerca aveva, inoltre, posto in luce come in generale nelle università dell’Ivy League gli studenti appartenenti al percentile più alto, quello dell’1%, avessero 77 volte più possibilità di essere ammessi rispetto a coloro le cui famiglie guadagnavano meno di 30.000 dollari l’anno (cfr. https://www.nber.org/papers/w23618 e https://www.theatlantic.com/education/archive/2019/03/privileged-poor-navigating-elite-university-life/585100/).

Togliere oggi di mezzo definitivamente le affirmative actions non significa, allora, necessariamente assumere una posizione anti liberale e di destra, ma magari provare a dare spazio a criteri privilegiati di accesso alle università che superino la questione del colore della pelle e facciano perno sulla condizione socio-economica degli studenti per permettere ai meno abbienti -che di norma fra l’altro coincidono con le minoranze etniche, in particolare nere- di accedere anche loro agli olimpi del sapere da cui verranno lanciati verso il successo professionale.

L’abbandono di programmi di affirmative actions di tipo “razziale” potrebbe, infatti, condurre alla loro sostituzione in via generalizzata con programmi di agevolazione basati sulla classe sociale (svantaggiata). Si tratta di politiche in parte già implementate negli Stati in cui da tempo le affirmative actions sono state bandite, come in California ad esempio. Con il risultato che oggi UC Berkeley e UCLA – fra le 25 più prestigiose università statunitensi secondo lo US News & World Report– vedono la più alta diversità in termini etnici nella loro popolazione studentesca da 30 anni a questa parte, ma soprattutto la più alta percentuale di studenti che essendo socio-economicamente disagiati hanno ottenuto le borse di studio federali, i così detti Pell Grants (cfr. Kahlenberg, in https://www.theatlantic.com/ideas/archive/2022/10/supreme-court-harvard-affirmative-action-legacy-admissions-equity/671869/). La speranza è, dunque, che la decisione odierna di una Suprema Corte conservatrice produca il paradossale effetto progressista di stimolare un’inversione di rotta nelle politiche di ammissione universitaria statunitensi, che privilegino finalmente la classe sulla razza, giacché indipendentemente dal loro colore della pelle i meno abbienti sono tutti uguali e hanno ugualmente bisogno di essere aiutati.

Gli autori

Elisabetta Grande

Elisabetta Grande insegna Sistemi giuridici comparati all’Università del Piemonte orientale. Da oltre un ventennio studia il sistema giuridico nordamericano e la sua diffusione in Europa. Ha pubblicato, da ultimo, Il terzo strike. La prigione in America (Sellerio, 2007) e Guai ai poveri. La faccia triste dell’America (Edizioni Gruppo Abele, 2017)

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