Il Portogallo non è più il paese dove è ideale vivere

In Portogallo è in corso una protesta senza precedenti da parte degli insegnanti. Dopo una serie di scioperi a cavallo delle vacanze natalizie, circa 20mila professori sono scesi in piazza a Lisbona il 16 gennaio – e promettono di continuare a farlo – perché con gli attuali stipendi non riescono a sostenere le spese necessarie per vivere. Sono numerosissimi i professori che rinunciano a posti di insegnamento nella capitale, a causa dei costi troppo alti sia di affitto degli alloggi che dei beni di consumo in generale, lasciando di fatto diverse classi scolastiche con insegnamenti scoperti per lunghi periodi. Basti pensare che in alcuni comuni limitrofi diversi docenti sono in sciopero a tempo parziale, e le attività scolastiche non si svolgono per intero per settimane o mesi, come riportato da Pedro Xavier, del sindacato STOP (Syndacate of All Teachers in Portugal). L’inevitabile conseguenza è la caccia al lavoro privato – in quanto la scuola privata garantisce uno stipendio più cospicuo per i docenti – o la fuga all’estero. E, nella prospettiva degli studenti e delle loro famiglie, le scuole private, per chi può permettersele, continuano a essere le più gettonate, con una puntualità e continuità del servizio maggiori rispetto a quelle offerta da una scuola pubblica che economicamente arranca.

La scuola non è l’unico settore interessato da dinamiche del genere nel Paese: anche la sanità, ad esempio, sta attraversando una fase simile, seppur ancora non a livelli così drastici. Il Serviço National de Saude è il riferimento per il soddisfacimento delle esigenze di assistenza medica per circa il 75% dei portoghesi, che corrispondono tendenzialmente con gli appartenenti alle classi medio-basse. A seguito della modifica costituzionale del 1989, secondo cui l’assistenza sanitaria da “gratuita” è diventata “tendenzialmente gratuita”, e della legge sanitaria del 1990 che ha organicamente deregolamentato la materia sanitaria, aprendo alla libera concorrenza tra settore pubblico e settore privato per favorire la libertà di scelta del fruitore, i portoghesi che possono permetterselo preferiscono ad oggi affidarsi alla sanità privata, che garantisce, anche in questo caso, un servizio più tempestivo e puntuale rispetto al comparto pubblico. Anche qui il problema riguarda lo stanziamento di risorse, e non tanto strettamente la qualità del personale (il SNS portoghese, in certi casi, è riconosciuto anche come qualitativamente migliore rispetto alla sanità privata, come, ad esempio, per il caso della cura per i tumori). Mancando le risorse, specie di personale, accedere alla sanità pubblica sta diventando sempre più complicato: i tempi di attesa sono molto lunghi, le strutture ospedaliere spesso carenti e difficili da raggiungere. Per questi motivi, chi può permetterselo, preferisce – o viene in qualche caso costretto dal sistema stesso – affidarsi alla sanità privata.

Eppure tutto questo sta accadendo non solo nell’unico Stato a guida socialista d’Europa, ma anche in un Paese noto proprio per il costo della vita decisamente basso, che riesce comunque a offrire servizi di qualità in linea con gli standard europei; insomma, in quello che nel nostro immaginario collettivo è un luogo in cui sarebbe ideale vivere. E forse, se prendessimo come riferimento la società portoghese anche di soli 10-15 anni fa, il nostro immaginario collettivo da un certo punto di vista non si discosterebbe troppo dalla realtà. Sono state proprio le caratteristiche cui si è fatto cenno – basso costo della vita e servizi di qualità di respiro internazionale – che hanno reso il Portogallo, e Lisbona in particolare, meta gettonatissima di pensionati e “nomadi digitali” stranieri. E probabilmente i motivi per cui la situazione economica dei dipendenti pubblici portoghesi – e degli insegnanti in particolare – è al collasso sono da ricercare proprio in questo fenomeno di immigrazione di qualità.

Il fenomeno che ha maggiormente innescato questa brusca accelerazione è proprio quello dei cd. “nomadi digitali”, che ha avuto un boom nel periodo covid; si tratta di lavoratori provenienti praticamente da ogni parte del mondo, dipendenti o collaboratori di grandi aziende digitali, che possono lavorare da qualsiasi luogo, purché abbiano un pc e una buona connessione internet, e che godono di condizioni economiche particolarmente agiate, i quali cercano luoghi in cui le condizioni socioeconomiche siano particolarmente vantaggiose. Secondo una dinamica simile a quella dello “sciame di cavallette” (che girano da sole o in piccoli gruppi in cerca di luoghi con condizioni ideali, e, non appena ne trovano uno, sciami interi vi si riversano), moltissimi nomadi digitali stranieri si sono trasferiti a vivere in Portogallo. Il risultato di tale movimento è stato quello della formazione di veri e propri quartieri a sé stanti, popolati da soli immigrati agiati, con un certo grado di cultura e con un respiro internazionale. Lisbona in tal senso è la città ideale: oltre a buoni servizi, la città offre scuole internazionali, particolarmente ricercate dai lavoratori stranieri per i propri figli, oltre ad essere una città culturalmente ricca, con clima mite e con splendide coste. Ciò ha portato in pochissimi anni a un aumento incontrollato del costo della vita, specie nella capitale lusitana. La domanda di alloggi e di servizi di qualità è schizzata, e conseguentemente i prezzi hanno seguito il medesimo andamento, con un’inflazione tendenziale che ha toccato il 7,2% nell’aprile 2022. Secondo uno studio della compagnia di assicurazioni britannica CIA Landlords (maggio 2022), Lisbona è la terza città più costosa in cui vivere in Europa: lo stipendio medio è di 1.037 euro mensili (circa il 40% in meno rispetto agli stipendi medi italiani), mentre il costo dell’affitto medio è di 1.625 euro al mese, con un costo della vita pari in media a 561 euro pro capite.

La conseguenza di un quadro del genere è facile da intuire: le classi più alte (imprenditori, proprietari di immobili e di attività) si arricchiscono, o comunque riescono a non vedere scalfita la propria posizione; le classi medie si impoveriscono, e le classi più basse (numerosissime in Portogallo) spesso emigrano. Il salario minimo – che peraltro è stato aumentato con una riforma del 2021 – in Portogallo è pari 705 euro. Lo stipendio minimo percepito dagli insegnanti è invece pari a circa 22.351 euro lordi (a fronte dei 26.114 in Italia). Il Portogallo, dati alla mano, offre uno stipendio medio su base annuale pari a 30.533 €. Si tratta di un dato tra i più bassi dell’area OCSE, secondo solamente a Messico, Slovacchia, Grecia e Ungheria e assai lontano dalla media, di poco superiore a 53.000 €.

Insomma, nella penisola lusitana, alla luce dei corposi aumenti del costo della vita, la classe media è in crisi. La storia ci insegna che i grandi cambiamenti sociali, politici ed economici si verificano quando è proprio la classe media a mobilitarsi. La protesta degli insegnanti è guidata da SIPE (Sindicato Independnte de Professores e Educatores), un sindacato fuori dal sistema di rappresentanza sindacale tradizionale, e diversi partiti politici antisistema (tra tutti Chega!, che però fatica a intestarsi la protesta per via delle sue posizioni dichiaratamente neoliberiste) stanno tentano di cavalcare l’onda delle proteste per innescare un cambiamento politico. La protesta, pertanto, non ha ancora imboccato una strada politica ben definita, e non è facile al momento prevedere quali potranno essere le conseguenze di una situazione così complessa e problematica.

Il Governo del primo ministro Antonio Costa, segretario del Partito socialista, è preoccupato a garantire il pareggio di bilancio e la regolarità dei conti, secondo una politica votata all’austerity e al contenimento del debito pubblico (il Portogallo è stato uno dei Paesi più colpiti dalla Troika a seguito della crisi economica iniziata nel 2008, e sembra pagarne ancora le conseguenze a livello di politica interna) e non pare intenzionato ad affrontare la questione in maniera sistemica e in una logica di aumento della spesa pubblica (basti pensare che il governo ha celebrato come un grande traguardo la notizia del 30 gennaio 2023 secondo cui il debito pubblico è rimasto al di sotto delle previsioni).

Quando il mercato “gira”, la reazione collettiva è solitamente positiva. Anche a Lisbona, in prima istanza, il boom di arrivi è stato visto tendenzialmente con favore (tranne che dagli affezionati ai quartieri “decadenti” della città, oggi in buona parte interamente rimodernati). Ma si è visto che non per tutti – o meglio solo per pochi – le conseguenze di una tale crescita economica sono positive.

Il caso portoghese solleva interrogativi importanti e sfata qualche mito sui modelli di sviluppo economico che spesso ci auguriamo per le nostre città, specie per le zone economicamente più in difficoltà. La crescita economica etero-indotta, specie se slegata dal contesto sociale ed economico del territorio, rischia di essere un’arma a doppio taglio, su cui bisogna avere parecchia cautela. Siamo sicuri che in Italia, con tutte le differenze del caso, non corriamo rischi analoghi? Dal Portogallo arriva un monito da non sottovalutare.

Gli autori

Giorgio Sichera

Giorgio Sichera è dottorando di ricerca in Diritti e Istituzioni presso l’Università degli Studi di Torino.

Guarda gli altri post di: