Svezia: come si disperde una tradizione di civiltà giuridica

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Poco più di un mese dopo le elezioni dell’11 settembre, la coalizione di destra che ne è uscita vittoriosa, anche se per un soffio, ha annunciato il cosiddetto Accordo di Tidö (dal nome del castello in cui è stato sottoscritto). Il patto prevede che il Governo sia composto da Moderati, Liberali e Cristianodemocratici, mentre i loro alleati di estrema destra, i Democratici di Svezia, ne rimangono fuori, pur ottenendo posti chiave nelle istituzioni e collaborando a pari titolo con l’esecutivo sulle materie concordate nel documento. Tra esse spiccano l’immigrazione e la criminalità. John Stauffer, responsabile legale e vice-direttore esecutivo di Civil Rights Defenders, un’organizzazione che si batte per i diritti umani, ha dichiarato: «Siamo molto preoccupati dal contenuto dell’Accordo di Tidö. Contiene una serie di misure che contraddicono nettamente gli standard di diritti umani cui la Svezia è vincolata […] L’Accordo ha un segno repressivo. È centrato sulla detenzione (anche per bambini e giovani), sentenze più dure, maggiori possibilità di sorvegliare e deportare le persone, e misure che compromettono lo Stato di diritto e i diritti umani. […] Vi è anche una ricorrente confusione, o equiparazione, tra immigrazione e criminalità, che identifica nelle persone di origine immigrata la causa dei problemi della Svezia. Le misure attinenti alla politica contro la criminalità seguono una tendenza che riscontriamo in tutta Europa, spesso definita “populismo penale”».

Pacta sunt servanda, soprattutto se si vuole conservare l’appoggio degli imprevedibili Democratici di Svezia a un Governo che può contare su un vantaggio risicatissimo in Parlamento (tre seggi in più della coalizione rosso-verde); ecco allora che il 20 dicembre i quattro partiti di destra hanno annunciato un “pacchetto sicurezza” in linea con l’Accordo di Tidö. Jimmie Åkesson, il leader dei Democratici di Svezia, ha fatto presente infatti che è tempo di tradurre in pratica quel cambio di paradigma nella lotta alla criminalità che era stato preannunciato in campagna elettorale. Le proposte più controverse che la maggioranza di destra valuterà nei prossimi mesi riguardano l’introduzione delle “zone di perquisizione” e la possibilità di avvalersi, nei processi contro la criminalità organizzata (leggi: gang di immigrati), di testimonianze anonime. Se in questo secondo caso la giustificazione è facilmente intuibile (la necessità di garantire la sicurezza dei testimoni – e pazienza se non è altrettanto tutelato il diritto dell’imputato di conoscere l’identità di chi lo accusa), la prima misura in discussione merita qualche approfondimento in più. Che cosa sono le “zone di perquisizione”? Sul sito del Partito moderato, che ha espresso l’attuale primo ministro, Ulf Kristersson, si legge che il loro scopo è quello di conferire alla polizia maggiori poteri per cercare armi da fuoco e granate su persone e veicoli; le zone non possono essere decise in modo arbitrario dalla polizia medesima, bensì devono essere autorizzate da un magistrato e avere validità limitata nel tempo e nello spazio. L’afflato garantista che queste precisazioni sembrano suggerire è tuttavia smentito dalle righe successive. Si specifica infatti che il requisito per istituire tali zone è «un significativo [?] rischio di presenza di armi illegali in quella specifica area», con facoltà di effettuare i controlli «anche in assenza di concreti sospetti di reato». Superfluo aggiungere che, pur non menzionati, sono i cosiddetti sobborghi degradati, ossia quelli abitati in prevalenza da immigrati, con pochi servizi, alta disoccupazione ecc., i candidati ideali alla classificazione come zone sospette.

I Moderati, così come i loro alleati, riconoscono il debito verso la Danimarca, che ha introdotto tali regole da diversi anni. Non stupisce dunque che i media svedesi propongano spesso interviste ad alti esponenti della polizia danese, che, descrivendo con tono trionfalistico i loro successi nella lotta alla criminalità (immigrata) grazie al giro di vite impresso da governi di centrodestra come di centrosinistra, constatano con un certo paternalismo che i “cugini” svedesi sono ancora arroccati su quisquilie etico-giuridiche. Tuttavia neppure in Danimarca le valutazioni sono concordi (e i media svedesi, va detto, non lo nascondono, anzi). Ad esempio, il criminologo danese David Sausdal, che pure riconosce l’utilità delle testimonianze anonime per risolvere un maggior numero di casi, è critico sull’efficacia delle zone di perquisizione: è vero che è diminuito il numero dei membri delle gang, ma le sparatorie a esse riconducibili sono aumentate. Sausdal fa poi notare come in Danimarca al momento non sia possibile trarre conclusioni univoche sull’impatto delle misure repressive perché, parallelamente a esse, la Danimarca ha fatto ricorso ad altri strumenti, nell’ambito di una strategia di lungo termine, per indebolire le organizzazioni criminali: politiche sociali ed educative e misure di prevenzione.

Che i Socialdemocratici svedesi, ora all’opposizione, storcano il naso di fronte a proposte che essi stessi avevano ventilato in campagna elettorale (https://volerelaluna.it/mondo/2022/09/21/svezia-nel-paese-simbolo-della-socialdemocrazia-vince-lestrema-destra/) non ha grande rilievo, se non per confermare il loro cinismo; più significativo è che siano esponenti della polizia svedese a esprimersi criticamente. Il “pacchetto sicurezza” viene definito un «catalogo di misure repressive» dal sindacato delle forze dell’ordine; pur giudicandone positivamente alcune (come il divieto di soggiorno in certi territori per i criminali acclarati), l’organizzazione mette in guardia dall’effetto boomerang delle zone di perquisizione, sia in termini di efficacia (le gang, una volta saputo quali spazi saranno classificati come tali, li eviteranno accuratamente), sia sul terreno della costruzione di un rapporto di fiducia tra cittadini e polizia. Per tacere dell’effetto stigmatizzante sugli abitanti delle aree interessate.

Cambio di paradigma nella politica penale; riarmo, con la proposta di alzare addirittura oltre il 2% la quota del PIL destinata alla Difesa e il ventilato aumento del numero dei militari di professione come di quelli di leva; disponibilità a estradare i curdi, e vendere armi alla Turchia, pur di entrare nella NATO. Sull’altare della sicurezza, interna ed esterna, la Svezia sta sacrificando tutto ciò che l’aveva resa una “superpotenza morale”, pur tra molte contraddizioni. Gli anticorpi sono da ricercare, lì come altrove, non nella sinistra di governo, riformista o radicale che sia, ma nella rete di organizzazioni e movimenti, laici e religiosi, che si oppongono alla barbarie, in nome di quella solidarietà e giustizia di cui il paese è stato a lungo modello per il mondo.

Gli autori

Monica Quirico

Monica Quirico, storica, è honorary research fellow presso l'Istituto di storia contemporanea della Södertörn University di Stoccolma. La sua ricerca verte sulla storia e la politica svedese, spesso in prospettiva comparata con l'Italia. Tra le sue pubblicazioni più recenti, Socialismo di frontiera. Autorganizzazione e anticapitalismo (Torino, Rosenberg & Sellier, 2018), scritto con Gianfranco Ragona.

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