Turchia: dove la difesa di oppositori e dissidenti è un delitto

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L’11 novembre si è concluso a Istanbul un processo contro 19 avvocati turchi accusati di propaganda sovversiva e di partecipazione ad associazioni terroristiche. Il processo è durato circa 10 anni, tra rinvii alla Corte Suprema e giudizi di rinvio, e si è concluso con pesantissime condanne che vanno da 20 anni e 6 mesi per Barkim Timtik a 6 anni e 3 mesi per la maggioranza degli imputati (mentre per tre, accusati solo di propaganda sovversiva, le pene sono state un po’ più contenute). Per un’imputata ‒ Ebru Timtik ‒ non vi è stata condanna essendo la stessa deceduta a seguito dello sciopero della fame intrapreso e portato sino alle estreme conseguenze, in segno di protesta contro lo svolgimento di quel processo.

Un consistente gruppo di avvocati provenienti da vari Paesi (tra cui tre Giuristi Democratici italiani) ha seguito il processo in presenza e ha relazionato sul suo svolgimento e sulla sua conclusione, segnalando che le condanne sono state emesse in totale violazione del diritto a un processo equo, dei princìpi dell’Avana sul ruolo degli avvocati e dello Stato di diritto. Ecco una sintesi del documento predisposto al termine del processo.

Ciò che colpisce maggiormente è che i fatti materiali posti a base delle accuse erano strettamente legati alle attività professionali degli imputati come avvocati nel campo dei diritti umani: partecipazione a una conferenza stampa, presenza in una protesta o nelle sue vicinanze, consulenza sull’uso del diritto di rimanere in silenzio, difesa di sospetti di terrorismo ecc. Durante l’inchiesta, alcuni avvocati sono stati sottoposti a intercettazioni telefoniche per oltre un anno. E ciò anche se i Princìpi dell’Avana garantiscono il diritto degli avvocati di partecipare al dibattito pubblico, di associarsi tra loro e affermano che non devono mai essere identificati con i loro clienti o con la causa dei loro clienti, né essere perseguiti per qualsiasi azione conforme ai loro doveri professionali.

Si è trattato di un processo non equo, non è stato concesso agli imputati un tempo congruo per la propria difesa e la Corte ha respinto la richiesta di rinviare l’udienza per consentire un adeguato esame delle prove, in particolare di documenti elettronici la cui autenticità è seriamente messa in dubbio. A 15 degli avvocati degli imputati è stato negato il diritto di parlare in difesa dei loro clienti, per mancanza di tempo. L’ultimo giorno dell’udienza, e a seguito delle loro proteste, la Corte ha fatto sgomberare l’aula. Il processo si è svolto nel centro di detenzione di Silivri, con una forte presenza di polizia, in un’atmosfera assai tesa nella quale gli avvocati erano separati dai loro clienti da due file di agenti di polizia. Infine, non si può non rilevare come il processo sia durato 10 anni senza un’adeguata giustificazione e utilizzando fatti e prove che erano già stati utilizzati in un processo del 2017 contro sette degli stessi imputati, e ciò in violazione del principio del ne bis in idem.

L’andamento e l’esito di questo processo inducono una forte preoccupazione per l’indipendenza della magistratura e per lo Stato di diritto perché, attaccando gli avvocati che difendono i diritti umani, vengono attaccati proprio quei diritti umani e, con loro, la democrazia. L’attività di osservazione in simili processi appare fondamentale: da un lato, per consentire una effettiva conoscenza dei meccanismi di gestione della giustizia in alcuni Paesi, dall’altro per esprimere a quegli avvocati la solidarietà che non è solamente corporativa, ma che esprime la volontà di non lasciarli soli di fronte a simili aberrazioni.

Gli autori

Roberto Lamacchia

Roberto Lamacchia, avvocato in Torino, è presidente dell’Associazione nazionale Giuristi democratici

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