Jin Jiyan Azadì: donna, vita, libertà

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Jin Jyian Azadì è il grido che ha incendiato le città iraniane dopo la morte, il 14 settembre, di Mahsa Amini, massacrata di botte dalla Polizia Morale a Tehran perché l’hijab le lasciava scoperto un ciuffo di capelli (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2022/09/21/la-sua-colpa-era-curda-e-libera/). Dalla sua città, Saqqez, la rivolta contro il velo islamico si è estesa ad altre città del Kurdistan e alla capitale, dilagando sui social media in tutto il mondo. Jin Jiyan Azadì (Donna Vita Libertà) è il grido con cui le combattenti kurde del Rojava hanno sfidato e vinto le orde del Califfato Nero e resistono alle aggressioni dell’esercito turco e dei suoi alleati jihadisti per difendere il confederalismo democratico del Rojava (ovest del “grande Kurdistan”, nord-est della Siria). Un’utopia realizzata, incardinata sulla valorizzazione del ruolo della donna, un esperimento di democrazia diretta nel rispetto di ogni minoranza etnica e religiosa e dell’ambiente, che vive nel cuore di un Vicino Oriente dominato dall’ossessione antifemminile dell’Islam.

L’ideologo di questa rivoluzione è Abdullah Öcalan. Il suo pensiero ha restituito alle donne quel ruolo di protagoniste in pace e in guerra che è parte dell’identità culturale del Kurdistan e che è stato negato da un secolo di colonizzazione. Öcalan si trova dal 15 febbraio 1999 segregato in totale isolamento nel carcere-fortezza sull’isola di Imrali. Condannato a morte nel 2000, la sua condanna è stata commutata in “ergastolo aggravato” quando nel 2002 la Turchia, aveva abolito la pena capitale in vista dell’ ingresso nella UE. È stato il co-fondatore e il leader del PKK, il Partito del Lavoratori del Kurdistan, che combatte sul proprio territorio per il diritto di esistere di un popolo che l’etnia dominante ha condannato a morte. Fin dalle origini il partito e il suo braccio armato, ARGK esercito di liberazione del popolo del Kurdistan, contavano su una forte presenza femminile. All’inizio degli anni Novanta avevo incontrato, nell’Accademia Maslum Khormaz, il quartier generale dell’ARGK nella valle della Bekaa, alcune combattenti. Una di loro, Zaleh, mi disse: «Il regime turco impone il proprio dominio sugli uomini perché lo trasmettano alle donne. Per continuare la colonizzazione, puntano alla divisione all’interno della famiglia. I colonialisti hanno reso i kurdi diversi, alienati dalle loro tradizioni. Nella cultura kurda, in passato, la donna ha sempre avuto un ruolo importante, ma la colonizzazione ha voluto renderla schiava, fino a farla diventare una manovale della casa. Mentre nella cultura kurda il ruolo sociale, oltre che familiare, della donna era in primo piano, nel Kurdistan colonizzato la donna non può partecipare alla vita sociale, quindi non è più compiutamente umana. Dopo il ’75, con la lotta di liberazione, inizia il cambiamento. La donna kurda ricomincia a diventare quella che era ‒ protagonista anche nella lotta. Nella storia kurda antica e recente ci sono molti esempi di donne-leader che hanno combattuto per la libertà. Quando la donna kurda crede in qualcosa, vi rimane fedele, a qualunque costo».

E proprio agli albori della storia e della cultura kurda, alla “memoria vivente” del suo popolo, Öcalan si richiama per teorizzare la “rivoluzione delle donne” che è fondamentale nell’elaborazione del sistema del confederalismo democratico. Egli ricorda che proprio nella Mesopotamia, dove da millenni vive il popolo kurdo, «ebbe inizio la rivoluzione neolitica, quando i cacciatori-raccoglitori decisero di insediarsi stabilmente e di coltivare i campi. […] La lingua e la cultura kurde riflettono l’influenza della rivoluzione neolitica, che si crede iniziata tra i monti Zagros e Tauro. Il kurdo appartiene al gruppo linguistico indo-germanico» (detto di solito gruppo iranico nord-occidentale, lingua indoeuropea, mentre il turco appartiene al gruppo uralo-altaico e l’arabo al gruppo semitico. Ndr).

Scrive ancora Ocalan: «Sia nelle società agricole del Neolitico che nelle strutture sociali kurde la donna occupava una posizione di preminenza. Fu lo Zoroastrismo che tra il 700 e il 550 a.C. cambiò in maniera definitiva il pensiero kurdo. Lo Zoroastrismo promosse uno stile di vita caratterizzato dal lavoro nei campi, dove uomo e donna erano allo stesso livello. L’amore per gli animali occupava una posizione importante e la libertà era considerata un grande bene morale». (Guerra e Pace in Kurdistan, 2008).

Alcuni storici considerano la forzata islamizzazione come il primo genocidio nella storia kurda, per il numero elevatissimo di vittime tra i fedeli di Ahura Mazda. Ma ancor più catastrofiche, se possibile, sono state le conseguenze culturali di quel genocidio. Alla religione di Zardashst (Zoroastro o Zarathustra) si sostituì una religione assolutista, che considera la donna una proprietà maschile. Tuttavia, nella società kurda la donna anche dopo l’islamizzazione ha mantenuto un ruolo importante. Nella storia kurda vi sono state donne a capo di clan e di principati, in pace e in guerra, donne esperte nell’arte medica e nella letteratura, influenti in politica. Nei canti del ricchissimo folklore kurdo come nei poemi letterari le donne vivono e amano da protagoniste, siano esse aristocratiche o popolane. Tutti i viaggiatori occidentali che nei secoli scorsi visitarono quelle terre ci hanno lasciato resoconti stupiti per la libertà delle donne kurde che, a differenza di quelle dei popoli vicini, sono a volto scoperto, vestono abiti dai colori smaglianti, e adatti a far risaltare la loro figura, danzano e fanno musica insieme agli uomini nelle feste popolari, partecipano alle gare di abilità a cavallo. Il divieto islamico di far musica fuori dal contesto religioso non ebbe alcun ascolto da parte kurda. Poesia, musica, danza sono connaturate con il popolo kurdo, tanto che l’etnologo Viltchevsky parla di “ipertrofia del folklore”. E una delle forme più note di poesia popolare, il Laùk, era composto e cantato esclusivamente dalle donne. Cori e danze fanno parte della durissima vita dei combattenti del Pkk; in un campo di addestramento oltre il confine turco-iracheno uno dei guerriglieri mi fece notare che nelle marce, ogni qual volta sia possibile c’è, per ogni otto combattenti, uno che porta il tamburo o il saz.

Abdullah Öcalan osserva che nel ruolo sociale e familiare della donna kurda affiorano tracce di matriarcato, memorie di una civiltà remota eppure tenace, tanto da aver resistito all’offensiva antifemminile del Corano. «Guardando più da vicino la famiglia dall’interno dell’organizzazione tribale ‒ scrive Öcalan in Liberare la vita. La rivoluzione delle donne (2013) ‒ vediamo la preminenza del matriarcato e della libertà. Le donne erano sufficientemente influenti e libere. La vigilanza, la forza e il coraggio delle donne kurde di oggi origina da questa antica e storica tradizione». E appunto nelle medesime strutture storiche Öcalan trova un collegamento con i princìpi del confederalismo democratico, in quanto preludono a un’organizzazione della società non gerarchica e non accentratrice.

Nasce dunque dalla “memoria vivente” di un popolo che, diventato “colonia internazionale” (secondo l’espressione del sociologo turco Ismail Besikci), da un secolo è negato nella propria lingua e cultura ed è vittima di genocidio, la visione di un’altra società possibile. Una visione splendente e insolita come la strana rosa imperiale, uno dei simboli dell’identità kurda e per questo vietato in Turchia, che per i kurdi è il fiore dei martiri e delle martiri senza nome.

Gli autori

Laura Schrader

Laura Schrader, giornalista e studiosa della questione kurda (su cui ha scritto numerosi libri e articoli), è co-fondatrice dell'Istituto internazionale di Cultura kurda presieduto da Soran Ahmad, attivo a Roma dal 2012.

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