Messico: una riforma del lavoro per uscire dallo sfruttamento

image_pdfimage_print

In Messico dal 2019 è stata introdotta una “reforma laboral” (riforma del lavoro) che, insieme al T-Mec (il nuovo accordo di libero scambio tra Canada, Usa e Messico), introduce una maggior attenzione ai diritti dei lavoratori e un nuovo modello di rappresentanza. Per capire il senso dell’operazione occorre non perdere di vista il contesto.

Le ultime elezioni sono state vinte da Andrés Manuel Lopéz Obrador, definito dai media un populista di sinistra, con il suo movimento politico Morena, dopo un dominio pressoché centenario del Pri (Partido revolucionario istitucional), con una breve parentesi del Pan (di destra). Il Messico, che ha una popolazione di 130 milioni di abitanti, è il paese dei cartelli dei narcos, che controllano “militarmente” e ferocemente buona parte del paese e che dalla droga hanno allargato i loro interessi al traffico di migranti verso gli Usa: più in generale controllano una parte importante dell’economia, con un sistema di corruzione che è arrivato ai massimi vertici dello Stato. Dal 2006 vi sono stati almeno 350mila morti per la violenza diffusa, oltre a 100mila scomparsi. L’anno scorso, la media è stata di 94 morti al giorno. Il Messico è anche la nazione in cui vengono uccisi più giornalisti. Il paese ha una struttura economica fortemente integrata con Usa e Canada, verso cui è destinato oltre l’80% della produzione industriale, a partire dall’automotive: tutti i principali costruttori di auto – asiatici ed europei compresi – hanno impiantato qui grandi fabbriche, soprattutto vicino al confine con gli Stati Uniti, la cosiddetta Frontera. Il Messico è il quinto esportatore mondiale di componenti per l’automotive, e il settimo produttore di auto, subito dietro la Germania, con oltre 3 milioni di veicoli (4 volte l’Italia!). Ma soprattutto i salari messicani – i più bassi dell’America latina – sono tra un decimo e un tredicesimo di quelli degli Stati Uniti. Inoltre il 40% del lavoro è “informale”, cioè in nero.

Per inquadrare la situazione degli ultimi anni occorre ricordare che Trump ha vinto le elezioni nel 2017 anche con la promessa di riportare negli Usa lavoro dal Messico, e una delle strade è alzare gli stipendi degli operai messicani: per questo si è generato un circolo virtuoso tra Trump, i democratici, i sindacati statunitensi e il “nuovo Messico” di Obrador, il quale aveva messo al centro del proprio programma la crescita dei diritti e dei salari delle lavoratrici e dei lavoratori, puntando in questo modo a ridurre l’emigrazione verso gli Usa, altro tema caro a Trump. Già oggi il grosso dei migranti che cerca di entrare negli Usa – spesso con vere e proprie carovane di migliaia di persone – attraversa il Messico ma proviene dai paesi del Centroamerica.

Come nel Paese è esistito finora una sorta di partito unico, così è stato a livello sindacale con la CTM (Central de Trabajadores de Mexico), moderata, filopadronale e spesso corrotta, se non addirittura infiltrata dai cartelli. Con qualche storica eccezione, come i portuali e i mineros (minatori), il cui leader, prima della vittoria di Obrador, era in esilio in Canada e oggi presiede la Comission laboral. In Messico si parla di contratti di “protezione”, che spesso i lavoratori neanche conoscono e sono fatti a protezione, appunto, degli interessi padronali. Per mettere in discussione questo sistema sono nati sindacati indipendenti, sostenuti, a livello internazionale, soprattutto da IndustriAll e dall’Afl-Cio americana: questo processo è partito in mezzo a mille difficoltà – dalla violenza ai licenziamenti – e un caso emblematico ha riguardato la Teksid (gruppo Fiat-Chrysler), dove c’e stato un conflitto durato otto anni, con licenziamenti di massa e violenze, un presidio di quattro anni ai cancelli e dove la vittoria alle elezioni dei mineros non è stata riconosciuta fino all’arrivo della reforma laboral, grazie alla quale di recente la vertenza è stata positivamente risolta con il passaggio della titolarità contrattuale dalla CTM ai mineros e la riassunzione e l’indennizzo dei lavoratori a suo tempo licenziati.

La “reforma laboral” prevede in sostanza la certificazione, entro la metà del 2023, dei contratti aziendali attraverso il voto dei lavoratori. Se il contratto viene bocciato la titolarità a concluderne uno nuovo passa da chi l’aveva contrattato fino a quel momento (in genere la CTM) a chi l’ha contestato (quasi sempre sindacati indipendenti): negli ultimi mesi di grande rilevanza è stato il referendum che ha decretato la bocciatura del contratto aziendale tra gli 8 mila lavoratori della General Motors di Silao. A questo meccanismo se ne aggiunge un altro, frutto del T-Mec, detto “risposta rapida”: se viene contestato un comportamento antisindacale e lesivo dei diritti dei lavoratori, un organismo “abbastanza” indipendente entro tre mesi deve accertarne l’esistenza. In tal caso l’azienda, se non si adegua, ricade in una serie di sanzioni da parte di Usa e Canada per le attività di esportazione. Questo inedito contesto ha dato una spinta enorme a una nuova sindacalizzazione, sostenuta materialmente da Centri di solidarietà finanziati soprattutto dai sindacati americani, come quello che ha organizzato un recente convegno presso l’Università di Queretaro con la partecipazione di esponenti sindacali di molti paesi (tra cui l’Italia). Non secondario è il ruolo delle Università: il Centro laboral dell’Università di Queretaro, inaugurato all’inizio del convegno, ha tra i promotori l’analogo Labour Center dell’Ucla di Los Angeles, la più grande Università della California.

Ovviamente i problemi sono e restano enormi. I sindacati indipendenti nascono in modo disordinato, nelle aziende dove si fanno i referendum non hanno agibilità (e dov’è possibile si ricorre a osservatori esterni, addirittura internazionali, come nel caso della General Motors), le forme di coordinamento sono ancora embrionali, crescono nuove esperienze di militanza ma senza forti sponde politiche a livelli locale. Il 2023 è dietro l’angolo e ad oggi, su migliaia di potenziali referendum, se ne sono tenuti solo alcune centinaia. Quel che colpisce però è l’entusiasmo che accompagna questo processo, l’atteggiamento positivo di un nuovo sindacalismo di classe, in un punto strategico dei processi di globalizzazione, che parla anche a noi.

Ad ogni latitudine un sindacato senza democrazia è destinato a burocratizzarsi e a cercare legittimazione più dai poteri economici e istituzionali che non dai lavoratori che dovrebbe rappresentare. Anche per difendere i diritti dei lavoratori delle nazioni più ricche, è fondamentale sostenere le lotte e migliorare le condizioni di quelli che vivono nei paesi dove negli ultimi decenni si è spostata una parte importante delle produzione industriale e anche di molti servizi (come i call center). Per questo, dopo qualche anno, sono tornato molto volentieri in Messico. E ho considerato un onore rappresentare, in passato la Fiom, e oggi la Cgil al Forum Internazionale sul futuro del movimento dei lavoratori in Messico, a tre anni dalla “reforma laboral”.

Gli autori

Federico Bellono

Federico Bellono, già segretario della Fiom di Torino, fa attualmente parte della segreteria della Camera del Lavoro provinciale di Torino.

Guarda gli altri post di:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.