Turchia. Un genocidio all’ombra della Nato

image_pdfimage_print

La guerra russo-ucraina mette in piena luce una contraddizione del mondo occidentale: la difesa, portata avanti con tutti i mezzi possibili, di uno Stato sovrano aggredito nel caso dell’Ucraina e la complicità nell’aggressione di due Stati sovrani, Irak e Siria da parte di un importante membro della Nato, la Turchia. Da anni infatti Ankara aggredisce, invade e occupa militarmente il Nord dell’Irak e il Nord Ovest della Siria nell’ambito della sua politica di genocidio nei confronti del popolo del Kurdistan, residente nelle aree tra i confini di Turchia, Irak e Siria e Iran in cui da millenni convivono con la maggioranza kurda minoranze etniche e religiose: cattolici siriaci, cattolici caldei, armeni, yazidi, alawi, ebrei… Oltre alla sovranità degli Stati confinanti, Ankara viola la Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio delle Nazioni Unite, che stabilisce che per genocidio si intende una serie di operazioni persecutorie «commesse con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso come tale».

Erdogan ha ufficialmente presentato il progetto dell’occupazione militare di parte del Rojava (l’Occidente del Grande Kurdistan) in Siria alla scopo di eliminare la sua popolazione, di cancellare ogni traccia di storia, cultura, religione e di insediare arabi fondamentalisti sunniti. Il progetto è stato parzialmente realizzato con l’occupazione e la devastazione del cantone di Afrin, lasciato da Ankara nella mani dei suoi alleati jihadisti che lo dominano con la sharia e praticano rapimenti, torture, massacri e stupri; tra i mille crimini, l’assassinio in strada di Hefrin Khalef, segretaria del partito democratico e pacifista “Per il di Futuro della Siria”. I turco-jihadisti hanno distrutto i luoghi di culto cristiani e yazidi e hanno espiantato e venduto all’estero gli alberi di ulivo, principale risorsa della regione. La Turchia non può, al momento, completare l’invasione a causa del divieto sia da parte di Russia e Iran, alleati del presidente siriano Assad, sia da parte degli Stati Uniti, che mantengono nel Rojava un Comando militare. Ma dall’aprile scorso compie assassinii con droni (circa 200 vittime), mirando in particolare alle combattenti kurde più importanti che si sono distinte nella guerra contro l’Isis. Un altro Stato sovrano, l’Irak, è aggredito. La Turchia da mesi bombarda con aerei, droni e artiglieria pesante i territori kurdi oltre il confine turco-iracheno, con vittime civili anche tra i rifugiati nei campi-profughi e la devastazione di ospedali, colture agricole, chiese cattoliche e templi yazidi, in una zona già duramente provata dalla barbarie dell’Isis; a fine luglio le bombe turche hanno colpito una struttura turistica causando nove vittime tra cui una bambina e decine di feriti.

La politica di genocidio di Erdogan imperversa, poi, entro i confini turchi. Nel sud-est kurdo, Ankara ha distrutto con l’esercito lo storico quartiere Sur di Diyarbakir e la città di Cizre, in entrambi i casi con innumerevoli vittime civili, tra cui moltissimi bambini, arsi vivi nelle loro case. Ha destituito nel Kurdistan turco i due terzi dei sindaci, donne e uomini democraticamente eletti con preferenze altissime insediando commissari governativi e condanna a molti anni di carcere chiunque manifesti l’identità kurda. Famosi i casi dell’artista Zehra Dogan e della cantautrice Nudem Duran per la quale è in corso da tempo (inutilmente) una grande mobilitazione da parte dei più famosi musicisti rock guidata da Roger Waters dei Pink Floyd.

Il Memorandum Trilaterale. La complicità dell’Occidente e in particolare della Nato si è manifestata in tutto il suo cupo fulgore con il Memorandum Trilaterale tra Turchia, Finlandia e Svezia firmato il 28 giugno scorso a Madrid. L’accordo prevede il consenso della Turchia all’ingresso nella Nato dei due Paesi nordici in cambio della loro cooperazione nella persecuzione del PKK, delle unità di difesa YPG e YPJ e del partito PYD. L’estradizione si presenta di non facile attuazione (clamorosa la richiesta avanzata per la parlamentare svedese Amineh Kakabaveh, kurda iraniana, prontamente presentata e ovviamente rifiutata). Anche l’impegno di modificare le leggi dei due Paesi per adeguarsi alla legislazione antidemocratica di Ankara dovrebbe richiedere tempo. Può essere adottata invece facilmente l’abolizione del blocco di vendita di armi alla Turchia, stabilito dopo la barbara occupazione di Afrin e la fine degli aiuti economici alla amministrazione autonoma del Rojava. Nell’ambito della Nato, assistiamo al sacrificio dell’identità e dei valori di due Stati europei fino a ora baluardo di civiltà in ossequio ai diktat di un Paese in vetta alle classifiche mondiali per le violazioni dei diritti umani, e la condivisione di una politica di genocidio miseramente mascherata con l’etichetta della lotta al terrorismo contro PKK, YPG/YPJ e PYD.

Il PKK movimento di resistenza armata sul territorio. Il Partito dei Lavoratori del Kurdistan-PKK è un movimento di resistenza senza il quale lo stato turco, che costituzionalmente non ammette etnie diverse dalla turca e religioni diverse dalla islamo-sunnita, avrebbe portato a termine il genocidio fisico e culturale del popolo kurdo. Il PKK è un movimento legittimo secondo il diritto internazionale che combatte sul proprio territorio per il diritto all’esistenza di un popolo negato dalla etnia dominante. La qualifica di terrorista, che vale soltanto per Turchia, Usa e Nato, e in parte per la UE, è il facile strumento con cui Ankara vuole cancellare il popolo kurdo. Il PKK ha più volte rispettato tregue unilaterali per favorire negoziati di pace per la soluzione politica della questione kurda; particolarmente fruttuosi quelli iniziati nel 2013, annullati da Erdogan nel 2015. Il co-fondatore del PKK Abdullah Ocalan, il Nelson Mandela del Medio Oriente, leader di milioni di kurdi, storico e politologo, da 23 anni è imprigionato nel carcere di massima sicurezza sull’isola di Imrali in condizione di totale isolamento, riconosciute come tortura dalle Nazioni Unite, in spregio dei più elementari princìpi di umanità e delle pressanti richieste delle Nazioni Unite e del Comitato Europeo contro la Tortura dell’Unione Europea e di numerose sentenze della Corte Europea. Inutili gli appelli reiterati negli anni del mondo politico, intellettuale, sindacale con migliaia e migliaia di adesioni per la sua liberazione e la soluzione politica della questione kurda. Determinante è stato il ruolo dell’esperienza militare e logistica del PKK nella guerra e nella vittoria contro l’Isis in Irak e in Siria. La Corte di Giustizia Europea – in cui da otto anni pende il giudizio sulla legittimità dell’inclusione – aveva espresso nel 2008 parere ad essa sfavorevole e ha dichiarato infondata l’inclusione del Pkk tra le organizzazioni terroristiche negli anni dal 2014 al 2017. Nel 2021 la giustizia belga ha dichiarato illegittima l’inclusione del PKK tra le organizzazioni terroristiche e il Parlamento britannico – con deputati conservatori, laburisti e del SNP (Partito Nazionale Scozzese) – ha invitato il Governo a rivedere la legittimità dell’inclusione.

YPG e YPJ e PYD protagonisti nella guerra contro l’Isis e del confederalismo democratico. La Turchia fornisce la prova della sua volontà di annientare il popolo del Kurdistan in quanto tale nel momento in cui ottiene di inserire nel Memorandum Trilaterale, in qualità di terroristi le donne e gli uomini delle unità di difesa YPJ e YPG, tuttora alleati della coalizione occidentale, che hanno sconfitto l’Isis al costo di 12 mila caduti, e la loro organizzazione politica, il partito PYD. Il popolo kurdo ha realizzato nel Rojava il confederalismo democratico: nell’ambito dello stato siriano, un esperimento di democrazia fondata sulla centralità del ruolo della donna, il rispetto e la valorizzazione di ogni minoranza etnica e religiosa, la tutela dell’ambiente che è studiato e apprezzato in tutto il mondo, e che la Svezia, fino al Memorandum, supportava con contributi economici. YPG, YPJ e PYD non hanno mai manifestato o compiuto ostilità nei confronti di Ankara, si limitano a difendersi dalle aggressioni.

Il nuovo Strategic Concept della Nato: impegno a 360° contro il terrorismo. In concomitanza con il Memorandum Trilaterale la Nato ha pubblicato a Madrid il 29 giugno il 2022 Strategic Concept. Un evento che avviene raramente, il precedente è del 2010. Il nuovo documento stabilisce che il pericolo più grave del mondo è il terrorismo e che lo scopo principale della Nato è combatterlo a 360 gradi. Impossibile non notare un certo ritardo, e non ricordare che la Turchia era fiancheggiatrice dell’Isis: memorabili lo scandalo del quotidiano Cumurriyet il cui direttore è fuggito in Germania per aver pubblicato foto eloquenti della consegna di armi turche al Califfato, e l’apertura dei confini alle forze islamiste, tanto che la stampa internazionale definì la Turchia “l’autostrada della Jihad”. Stando alle dichiarazioni rilasciate da Erdogan all’agenzia di stampa governativa Anadolu, la Nato nel nuovo Strategic Concept avrebbe già a Madrid inserito ltra le formazioni terroristiche le “forze che ci minacciano” e cioè YPG/YPJ e PYD e Feto l’organizzazione religiosa dell’imam Gulen, esule in Usa.

La Turchia è un immenso carcere per turchi, kurdi, cittadini di ogni altra nazione non allineati a Erdogan, e al suo AKP, partito islamico nazionalista. Vengono condannati a pene altissime con l’accusa di terrorismo centinaia di deputati di partiti di opposizione, accademici, giornalisti, artisti, scrittori, musicisti, avvocati, sindacalisti, insegnanti, lavoratori e studenti, attiviste per i diritti delle donne, difensori dei diritti delle persone omosessuali, operatori nel settore dei diritti umani, compresa l’intera Amnesty International. Qualche esempio tra le personalità turche: l’imprenditore-mecenate Osman Kavala, condannato all’ergastolo come lo scrittore Ahmet Altan, e la scrittrice Ainsi Erdogan. Tra i kurdi, oltre il e la co-presidente del partito democratico HDP, Selahhatin Demirtas e Figen Yuksekdag, e centinaia di suoi aderenti, la parlamentare Leyla Guven, co-presidente del partito DTK, Congresso della Società Democratica: 22 anni (nel 2020) per aver criticato l’invasione turca della Siria. Sono morti in carcere per sciopero della fame contro i processi farsa l’avvocata Ebru Timtik e tre componenti del gruppo musicale Grup Yorum: la voce Helin Bolek e gli strumentisti Mustafa Kocak e Ibrahim Gokcek.

Il rapporto annuale 2021 del Consiglio d’Europa SPACE – Statistiche penali sulle Popolazioni Carcerarie, indica che il 95% delle persone in carcere con condanne per il reato di terrorismo nel Paesi del Consiglio d’Europa si trova in Turchia: 30.555 persone su un totale di 32.006. Alla luce delle ossessioni terroristiche di Erdogan e della capitolazione di Svezia e Finlandia alle pretese del sultano il 2022 Strategic Concept della Nato si colora di un significato tanto grottesco quanto allarmante. La libertà è preziosa e fragile per tutti.

Gli autori

Laura Schrader

Laura Schrader, giornalista e studiosa della questione kurda (su cui ha scritto numerosi libri e articoli), è co-fondatrice dell'Istituto internazionale di Cultura kurda presieduto da Soran Ahmad, attivo a Roma dal 2012.

Guarda gli altri post di:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.