Il Messico e la guerra in Ucraina: quando prevale l’indifferenza

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A Città del Messico – e a maggior ragione nelle zone più periferiche dello Stato messicano – la guerra in Ucraina sembra quasi non esistere. Leggendo i giornali e confrontandosi con le persone del luogo, il conflitto è visto come una faccenda veramente lontana. Non è un argomento al centro del dibattito pubblico, non è una faccenda che preoccupa le persone, che vivono in un Paese con problemi di disuguaglianza e di povertà di dimensioni inimmaginabili. Chi lavora in contesti culturalmente e politicamente vivaci è ben consapevole della situazione e della diffusa indifferenza, che deriva anche dal silenzio del sistema mediatico. “Non è come dovrebbe essere” è la frase che più in questi contesti si ripete in relazione alla percezione nel Paese della guerra in Ucraina. Eppure nei fatti è così: si tratta di un “non-tema”. Il medesimo meccanismo di “rimozione” e sostanziale indifferenza si è verificato nel Paese in relazione alle altre guerre “lontane” degli ultimi decenni.

Durante le fasi iniziali del conflitto, si è discusso della guerra in Ucraina più in relazione al posizionamento del Messico in sede di Consiglio delle Nazioni Unite che non in riferimento alla guerra in sé. La posizione assunta dallo Stato messicano è infatti ricca di ambiguità, essendosi posizionato tra i Paesi che condannano l’invasione russa, ma che non concordano con la linea “dura” occidentale (isolamento della Russia, sanzioni economiche, invio di armi). Come più volte è avvenuto nel corso della storia, il Messico, pur genericamente condannando l’invasione a un popolo sovrano, sembra particolarmente attento a mantenere la propria posizione di neutralità e distanza rispetto al conflitto. La tradizione “multilateralista” e di equidistanza, che si contrappone al dominio statunitense, è decisamente quella dominante nel Paese.

Come membro non permanente del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, il Messico ha costruito una posizione basata su quattro punti: soluzione pacifica del conflitto, appoggio all’integrità territoriale dell’Ucraina, condanna dell’invasione russa e aiuti di carattere umanitario (non militare né economico) al Paese aggredito. Questa posizione si è poi tradotta nell’astensione del Messico in occasione del voto sulla sospensione della Russia dal Consiglio dei diritti umani per violazione del diritto internazionale umanitario e dei diritti umani. Con questa votazione il Messico ha confermato il suo disallineamento rispetto alla posizione prevalente tra i paesi dell’America Latina, sempre più marcato anche dopo l’elezione alla presidenza di Lopez Obrador. A favore della risoluzione hanno infatti votato Argentina, Cile, Colombia, Costa Rica, Ecuador, Guatemala, Honduras e Perú; i voti contrari sono stati quelli di Bolivia, Cuba e Nicaragua, mentre, oltre al Messico, si sono astenuti Brasile e El Salvador. L’astensione del Messico contrasta peraltro con la posizione presa in passato rispetto a una questione analoga: nel 2011, infatti, lo Stato messicano votò a favore della sospensione della Libia dal medesimo Consiglio.

Il paradosso sottolineato dai media locali è che il Messico è riuscito più facilmente a mantenere tale posizione ambigua nel contesto internazionale che non sul fronte della politica interna, dove i riferimenti di solidarietà verso il popolo ucraino sono stati pressoché assenti. Ci sono voluti più di trenta giorni perché il Presidente della Repubblica Lopez Obrador condannasse in maniera chiara l’invasione russa in Ucraina. Non vi è stata alcuna proposta di accoglienza dei rifugiati ucraini, come invece avvenne con i rifugiati afghani nel 2021. La Secretaria de Economia è sembrata volersi affrancare da questa condizione di ambiguità, proponendo, nel mese di marzo, dei controlli sulle esportazioni russe e bielorusse; ma l’iniziativa è stata bloccata e decisamente “edulcorata” dal governo nazionale. Probabilmente il più stridente ed eclatante elemento di ambiguità si deve alla creazione del Grupo de Amistad México-Rusia, formato dalla Camera dei Deputati messicana il 23 marzo 2022. Anche nella dichiarazione del Senato del 30 marzo 2022 – preceduta da più di un mese di silenzio – si fa solo un generico riferimento all’invasione, ponendo l’accento sugli aiuti umanitari alla popolazione ucraina e senza che mai venga menzionata la parola “Russia”.

La posizione messicana sembra pertanto avere due anime, due posture tra loro inconciliabili: l’amicizia con la Russia (cara al presidente Lopez Obrador) da un lato, e le proposte di aiuto umanitario, unite alle (tenui) dichiarazioni di solidarietà al popolo ucraino, dall’altro. Il Presidente della Repubblica, allo scoppio del conflitto, si è genericamente limitato a condannare «cualquier invasion, de cualquier potencia, en este caso de Rusia». Questa posizione non deve stupire. Fin dall’inizio del suo mandato Lopez Obrador ha cercato di mantenere relazioni fluide e amicali con parecchi Paesi, cercando principalmente di attrarre le simpatie delle maggiori potenze mondiali. Nell’ultimo anno ha incontrato leader di qualsiasi schieramento e posizionamento politico, da Donald Trump a Joe Biden e Xi Jinping. Secondo diversi osservatori, l’ultima cosa che il Presidente della Repubblica vorrebbe è un conflitto con la Russia o con la Cina, alleati strategici, soprattutto sul fronte della politica interna, per portare avanti la sua campagna anti-neoliberale (che sembra agire ben più a livello propagandistico che sul campo delle azioni concrete). Per giustificare tale strategia, il Presidente della Repubblica ha alluso a motivazioni storiche, facendo più volte notare come nel passato il Messico non abbia mai preso le difese di una delle parti contendenti nei conflitti, attestandosi su una posizione di sostanziale neutralità. Anche su questo fronte non sono mancate le voci interne contrarie, che hanno fatto notare come in passato si sia scelto, ad esempio, di appoggiare attivamente la rivoluzione sandinista in Nicaragua e si sia rifiutato, nell’ambito della guerra civile spagnola, di avere relazioni col governo di Francisco Franco, inviando invece armi al fronte repubblicano. Il dibattito si è concentrato più sulle ripercussioni interne dovute all’ambiguità del posizionamento internazionale che non sulla guerra russa in Ucraina in sé. A tale riguardo, la maggiore preoccupazione nel Paese riguarda le relazioni con gli Stati Uniti e l’Unione Europea, che rimangono i maggiori partner dell’economia messicana; la paura è che tale ambiguità possa arrivare a isolare il Messico rispetto al mondo occidentale (prospettiva peraltro esplicitamente invocata da una consistente parte politica del Paese).

Tuttavia la guerra in Ucraina sta avendo ripercussioni tangibili in Messico, e non solo in ambito economico. La frontiera tra Messico e Stati Uniti sta infatti risentendo del conflitto. In quattro mesi, dall’ottobre del 2021 al gennaio del 2022, sono stati fermati 6.400 russi alla frontiera, a fronte dei 4.100 registrati da settembre 2020 a settembre 2021. Anche l’arrivo di cittadini russi e ucraini in Messico per via aerea è sensibilmente aumentato negli ultimi mesi. Secondo l’Instituto Nacional de Migracion, dai 1.994 arrivi di cittadini russi del gennaio 2021 si è passati ai 16.172 arrivi registrati e gennaio di quest’anno, mentre il numero di arrivi di cittadini ucraini con riferimento ai medesimi riferimenti temporali è passato da 2.873 a più di 6.000. Vista la maggior facilità di far ingresso per via aerea in Messico anziché negli Stati Uniti, parecchi cittadini dei Paesi interessati dal conflitto tentano di raggiungere gli Stati Uniti proprio passando per la frontiera di Tijuana, sommandosi alle migliaia di messicani che già affollano la frontiera stessa.

Nonostante tali riflessi, la percezione generale della popolazione messicana è, come detto, che la guerra russa in Ucraina sia qualcosa di lontano, e che pertanto non si riferisca a loro. Nelle Università e nei luoghi di cultura ciò sta portando a riflettere sul modo di porsi verso ciò che è lontano, che riguarda l’altro da noi e pertanto non ci interroga, non sfiorando in certi casi neanche il nostro senso di solidarietà. Seppur non giustificabile, è quantomeno comprensibile che ciò si verifichi in uno Stato vessato da violenze efferatissime e da una disuguaglianza spaventosa (il 10% delle persone più ricche controlla il 42,2% della ricchezza del Paese), con circa 53 milioni di persone che vivono in povertà (il 44,2% totale, percentuale che supera il 7 nel Paese 0% in Stati federali come il Chiapas e il Guerrero), di cui 11,25 milioni in condizioni di povertà estrema, e dove lo Stato di diritto è costantemente messo a dura prova da forti tensioni interne e da spinte sempre più accentratrici.

Gli autori

Giorgio Sichera

Giorgio Sichera è dottorando di ricerca in Diritti e Istituzioni presso l’Università degli Studi di Torino.

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